Fabrizio De André – Principe Libero un film di

Per la prima volta un prodotto Rai Fiction pensato per la televisione ha un’anteprima al cinema, e per di più in oltre 300 sale. Questo è un vero e proprio esperimento che, date le prevendite, sembra proprio avere funzionato.
La Nexo Digital, specializzata nel proporre eventi al cinema soprattutto legati a concerti nonché interessanti documentari d’arte, ha accettato questa scommessa e ha messo a disposizione di un biopic che dura 192 minuti la sua esperienza.

Valutando il lavoro diretto e in parte scritto da Luca Facchini bisogna subito puntualizzare che non siamo di fronte a un film per la televisione ma a una fiction in due puntate completamente realizzata pensando al mezzo televisivo. Quindi, sia lo sviluppo narrativo che i tempi sono quelli per il piccolo schermo, con uno svolgimento semplice in cui i fatti si susseguono ma senza incrociarsi tra loro: vari ideali capitoli che seguono la vita di Fabrizio De Andrè da quando era bambino (e si rifiutava di studiare il violino) al momento del suo funerale. A parte il rapimento subito da Dori e Fabrizio in Sardegna, che apre e idealmente chiude il film, ogni cosa viene proposta in stretto ordine cronologico.

Indipendentemente dal giudizio della critica e del pubblico, questo lungo racconto ha avuto da parte delle due persone più vicine a Fabrizio reazioni nettamente discordanti. Il figlio Cristiano l’ha definito un progetto inutile e la moglie Dori Ghezzi lo considera, invece, completamente riuscito. Ed è stata lei ad affiancare chi il prodotto l’ha realizzato con consigli sulla sceneggiatura e attraverso la sua quasi continua presenza sul set, offrendo anche abiti personali e mettendo a disposizione parte delle location.

Per conoscere il De Andrè che in molti abbiamo amato ed amiamo sicuramente è più utile la visione di Faber in Sardegna & L’ultimo concerto di Fabrizio De André (2015), un documentario che lo racconta durante il suo soggiorno sardo fino all’ultimo concerto da lui tenuto al Teatro Brancaccio di Roma nel 1998.

La sua grande amica ed estimatrice Fernanda Pivano – su cui il regista Luca Facchini aveva realizzato nel 2000 un interessante documentario – lo definiva la voce di Dio; sicuramente per lui si può e si deve utilizzare il termine artista, molto vicino a Luigi Tenco ea al suo modo di intendere la canzone e la vita, ma anche a tutti i giovani che cercavano di emergere nel mondo della musica da lui spesso aiutati.

Lati positivi Fabrizio De André – Principe Libero li ha grazie a questa visione a volo d’uccello sulla vita di un artista che ha saputo superare gli stilemi della canzone italiana creando un modo diverso di raffrontarsi col pubblico a cui proponeva poesie accompagnate dalla musica. Forse è inesatto, ma il riferimento che viene in mente per descriverlo è quello di accostarlo a Jacques Brel.

In maniera quasi didattica, si conosce la sua vita fatta di frustrazione, di un padre che gli voleva bene ma che pretendeva da lui anche una vita ‘ufficiale’ più borghese (era diventato vice preside di una delle tante scuole private gestite dal genitore) avendo un moglie ed un figlio da mantenere. Vengono citati momenti importanti come l’interpretazione di Mina in televisione de La canzone di Marinella che gli donò notorietà e la possibilità di trovare il coraggio di abbandonare quanto non era legato al suo mondo artistico.

Vengono citati momenti importanti come l’interpretazione di Mina in televisione de La canzone di Marinella

Gli incontri con gli amici, le serate passate a suonare per e con loro, la Genova di quegli anni non vengono proposte in maniera interessante, a tratti sembra si voglia occuparsi in maniera epidermica di temi un po’ banali per dare quel sapore popolare che dovrebbe garantire il successo alla fruizione televisiva.

La costruzione tiene presente le regole del buon intrattenimento televisivo dividendo con assoluta precisione le due parti della vita di De André, prima che incontrasse Dori Ghezzi e il dopo. Un piccolo intermezzo del incontro tra i due è presente nella prima parte del biopic, indispensabile quale collante tra le due puntate.

Probabilmente, visto nella sua collocazione ideale – per cui era stato realizzato – con un’attenzione richiesta al pubblico di un centinaio di minuti (più le pubblicità) per volta non si noteranno troppo ripetizione (che probabilmente sono inserite per meglio connettere le parti) e si entrerà nel giusto spirito per godersi una fiction bene realizzata. Nella visione al cinema, purtroppo, più di una volta rischia di perdere l’attenzione da parte di chi lo sta visionando.

La sceneggiatura è stata scritta principalmente da Giordano Meacci e Francesca Serafini che nel novembre del 1992 erano andati a conoscere De André (che era incuriosito da un loro studio linguistico delle sue canzoni). In quella occasione, accettò di scrivere una sua testimonianza da pubblicare nel libro in cui è stato raccolto il loro saggio universitario, La lingua cantata.

La scelta di alcuni episodi tralasciandone altri, di ridurre il numero dei personaggi e ad alcuni di essi caricandoli di rappresentare gli altri – Paolo Villaggio è un po’ tutto il mondo dei suoi amici, Luigi Tenco la scuola genovese, il padre racchiude la figura della madre (era lei che gli regalò la prima chitarra ‘accettandolo’ come musicista) – è giustificato per i meccanismi della fiction e l’esigenza di raccontare 40 anni di vita di un personaggio noto ai più, ma nello stesso tempo non sempre risulta condivisibile. Allo stesso tempo, dà adito a molti distinguo da chi la sua storia conosce bene, che lo ha apprezzato nei concerti dal vivo, che conosce quasi a memoria i testi delle canzoni. I due sono stati tra gli sceneggiatori del buon Non essere cattivo (2015) di Claudio Caligari che aveva come protagonista Luca Marinelli, da loro segnalato per essere De André nella fiction. La scelta è stata azzeccata perché il trentatreenne romano ha la giusta esperienza per capire che un mito è difficile da clonare, meglio la scelta di fornirne una rappresentazione in cui si crea un personaggio non necessariamente ‘identico’ ma capace di funzionare.

Marinelli ha reinterpretato alcuni brani del cantautore genovese, e lo ha fatto coi giusti timbri vocali. Del resto, in Lo chiamavano Jeeg Robot (2015) di Gabriele Mainetti lo zingaro da lui interpretato dimostrava buone doti canore. Ennio Fantastichini è bravo come sempre e racconta con molta naturalezza De André senior, burbero per esigenze genitoriale ma orgoglioso del figlio un po’ scapestrato. Nel ruolo di Paolo Villaggio Gianluca Gobbi, a lui molto somigliante fisicamente e unico tra gli interpreti che tenti di parlare con accento ligure.

Proprio sull’accento romano di Marinelli e sulla mancata genovesità degli altri personaggi (anche se i De André erano di origini piemontesi…) si è discusso non poco. Ci è capitato notevolmente di peggio, ma questa pecca disturba anche se con il proseguire della proiezione si tende a notarlo meno.

Il genovese Davide Iacopini è particolarmente bravo nella resa del fratello Mauro, più borghese di lui che gli è sempre stato al fianco ma in maniera discreta. Uscito dal Teatro Stabile di Genova, propone una recitazione assolutamente naturale.

La ventiseienne Valentina Bellè è Dori Ghezzi, ma senza mai convincere più di tanto. Stesso discorso per la trentaduenne torinese Elena Radonicich, prima moglie a cui la sceneggiatura impone un inutile topless, che mai convince, con quel volto triste di chi dalle prime battute sa che sarà abbandonata dal marito.

Ma questo problema di… chiaroveggenza sul futuro lo si ha anche – solo per citarne un paio – sia nel personaggio di Cristiano come in quello di Luigi Tenco. Se valutato nell’ambito della fiction televisiva, è un buon prodotto. Meglio evitare di considerarlo – come mai ambisce di essere – un film.