Et j’aime à la fureur

Dopo il successo dell’esordio Il cameraman e l’assassino, che aveva codiretto con Rémy Belvaux e Benoît Poelvoorde, André Bonzel era sostanzialmente sparito. Lo ritroviamo in ottima forma artistica, a distanza di trent’anni, con un film magnifico e soprendente, Et j’aime à la fureur.

Le parole del titolo sono tratte dalla poesia di Baudelaire Les bijoux, che così prosegue: «les choses où le son se mêle à la lumière». Baudelaire si riferiva ai gioielli indossati dalla sua amata, ma il suono e la luce, per i cinefili, richiamano ovviamente il cinema, una delle due principali ossessioni di Bonzel che, apprendiamo da quest’appassionata ricostruzione della storia segreta della sua famiglia complicata, lo accomunano a molti dei suoi parenti.

Bonzel è stato un collezionista maniacale di centinaia di pellicole e poi un regista amatoriale di film “casalinghi” in Super 8, prima di intraprendere una travagliata carriera da professionista. Nella sua esistenza, e in quella di numerosi suoi consanguinei, la fissazione per il cinema s’intreccia indissolubilmente con quella per il sesso. Il motto “coito ergo sum”, in cui Bonzel dichiara nel film di riconoscersi, però, non esclude l’eventualità dell’innamoramento e, in rari casi, dell’amore vero.

La canzone più bella della colonna sonora del film, firmata da Benjamin Biolay, s’intitola Love and Fury e ci dà un’ulteriore chiave di lettura del titolo del film, che da ode all’amore per l’universo muliebre e per la settima arte, può diventare qualcosa di più universale: la rappresentazione di un dualismo tra amore e “furia”, che in effetti si addice molto all’inquieto Bonzel. O tra amore e rabbia, come s’intitolava quel film a episodi del ’69 (di Bellocchio-Bertolucci-Pasolini-Godard-Lizzani): i due sentimenti estremi che più frequentemente si toccano quando pensiamo a ciò che prova un figlio nei confronti dei genitori.

E se Bonzel, in realtà, definisce il suo film un esempio di cinema “brut”, un tentativo di semplice riproduzione del movimento, paragonabile al cinema delle origini, Et j’aime à la fureur è molto altro ancora. Un’autoanalisi che parte dall’infanzia, in gran parte dimenticata, con un padre anaffettivo e i gravi disturbi alimentari («da allora mangio solo patate fritte e bistecche»). Poi affronta tragedie e traumi famigliari di varie generazioni, che delineano un’immagine ben diversa da quella inevitabilmente vacanziera e spensierata, per tradizione associata agli “home movies”.

D’altronde, scriveva Tolstoj, «tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece infelice a modo suo». Per questo, nell’impossibilità di aderire a un modello omologato di felicità che ha facoltà di esistere solo nel mondo parallelo dei film di famiglia altrui, Bonzel inventa un racconto audiovisivo di verosimili ricordi (auto)biografici e mette in scena il film della propria vita. Utilizza le immagini degli home movies girati dai famigliari e da persone sconosciute, mescolandole di tanto in tanto ad altro materiale eterogeneo, come i fotogrammi immortali dei film dell’adorato Buster Keaton,

Alla voce over del regista concediamo, per abitudine spettatoriale, un valore di veridicità maggiore, mentre alle immagini, anche quando sembrano essere “la vita vera”, in fondo finiamo per non credere mai.