ELVIS

Elvis veicolo del divino. Elvis vaso comunicante attraversato dalla musica. Elvis posseduto e incapace di possiedersi. Elvis strumento di integrazione razziale. Elvis unicum ridotto a prodotto di marketing infinitamente replicabile. Baz Luhrmann rifrange il fenomeno Presley attraverso il prisma della sua creatività esagerata e delirante, forgiando un oggetto di divertimento e una vetrina delle curiosità, meccanico come un carillon dal doppiofondo segreto.

E affida la parabola paracristologica di Elvis al suo burattinaio Tom Parker, che lo racconta come il fenomeno da baraccone che è diventato grazie al suo giostraio. Quel Tom Parker che ricorda il Ray Kroc di The Founder, in grado di ca(r)pire il potenziale di infinita riproducibilità commerciale di McDonald’s, e a cui Luhrmann riserva la stessa pietas, riconoscendolo come un’incarnazione della “dark side” del sogno americano.

Tutto sommato conta poco che Austin Butler somigli ad Elvis soltanto verso la fine, quando è già una caricatura di se stesso, mentre nella fase giovanile sembra un Justin Bieber qualsiasi, impegnato a realizzare cover da talk show, del tutto privo di quella malizia nello sguardo che prometteva il peccato e accendeva pensieri proibiti nei lombi delle “bobby soxer”. Conta di più la riproduzione della febbre che Elvis ha innescato, il grido incontrollato che esce dalla gola delle fan con la stessa energia indemoniata del bacino di “The Pelvis”.

E vale la frammentarietà di una costruzione filmica che è classico Luhrmann, ma è anche il caleidoscopio di un universo in cambiamento, forza centrifuga ingestibile e movimento storico inarrestabile, malgrado gli omicidi e i suicidi (come di fatto fu quello di Elvis), malgrado lo scippo storico della musica black da parte di un artista #Sowhite, malgrado l’avanzare dei Beatles e degli Stones e di tutto ciò che Elvis ha sdoganato.

Nel mondo kitsch e rutilante di Luhrmann, Elvis è il gioiello della corona: uno zircone pacchiano e farlocco sul bavero di un talento autentico e purissimo.