Effetti collaterali un film di

Steven Soderbergh realizza un thriller psicologico di buona qualità sceneggiato da Scott Z. Burns che fece esordire nella regia nel 2006 con PU – 239 e che per lui aveva già scritto The Informant e Contagion.
Inizialmente, il film appare come denuncia per le multinazionali farmaceutiche che fanno capo a lobby potentissime capaci di creare grandi guadagni e incapaci di rinunciare a parte di questi quando un prodotto presenta pesanti effetti collaterali, ma dopo alcuni sviluppi poco graffianti ci si rende conto che si limita a raccontare fatti noti ai più, per di più senza eccessivo livore.

Ci addentriamo nel mondo della sanità in cui ai medici vengono fatti ricchi regali (orologi, crociere, auto e quant’altro) per spingere un prodotto piuttosto che un altro, dove gli informatori sanitari di alto livello possono promettere incredibili guadagni a chi collabora.

Lo psichiatra Jude Law ha accettato 50.000 dollari per sperimentare un antidepressivo; convince i pazienti a prenderlo perché, se accettano di collaborare, avranno il carissimo medicinale in maniera assolutamente gratuita: firmano e sottoscrivono molte condizioni di non responsabilità del produttore che rendono difficili interventi contro di loro in caso di problemi provocati alla salute delle cavie umane. È un medico stimato che lavora in ospedale, è consulente per il Tribunale, fa parte di un avviato studio medico come socio. Ha dovuto guadagnarsi tutto questo con grande fatica perché lui è un inglese che ha deciso di esercitare nella ricca New York pestando i piedi a non pochi colleghi, per questo si dimostra più determinato quando rischia di perdere quanto ottenuto anche con compromessi di cui, forse, non è esattamente orgoglioso.

Quando prende in cura la donna accusata di avere ucciso il marito in stato di incoscienza crede di poterle essere d’aiuto, è convinto che con le sue cure potrà migliorare lo stato psichico della paziente. Non a caso, cita la famosa frase di DuPont better living through chemistry, ovvero “la chimica aiuta a vivere” che potrebbe meglio essere esemplificato con  la vita migliora usando medicinali.

La donna viene da un periodo di quattro anni molto difficili in cui l’affermato marito era stato in carcere per insider trading. Lei lo attende, sembra felice ma cade in una forte depressione curata con psicofarmaci che, forse, la inducono a uccidere il coniuge in stato di incoscienza. In precedenza, aveva tentato di buttarsi sotto la metro fermata in tempo da vigilante.

L’uxoricida viene praticamente scagionata perché era incapace di intendere e volere al momento del fatto, mentre per il medico considerato il vero colpevole inizia un periodo difficile in cui perde l’amicizia dei colleghi, la moglie, il lavoro nello studio, in ospedale e i soldi della ricerca. Non si rassegna, inizia ad avere dei dubbi e, dopo avere interpellato la precedente psichiatra che aveva in cura la donna, ha nuovi elementi per cercare di capire cosa sia realmente successo.

In questa lunga parte del film si respirano atmosfere hitchockiane rese attraverso personaggi che potrebbero essere stati da lui creati. Nulla è come sembra, ogni cosa mette in discussione quanto fino a quel momento era da considerare un fatto accertato. Molto tradizionale nello sviluppo, ha nella perfezione della ricostruzione visiva la parte più interessante, quella parte che Soderbergh, anche questa volta responsabile di fotografia e montaggio sotto pseudonimo, cura in maniera quasi maniacale.

Alcuni sviluppi possono essere facilmente prevedibili ma nulla nella sceneggiatura è inesatto; la descrizione della depressione è da manuale e sono voluti certi apparenti errori nella costruzione drammaturgica che servono a fare capire subito ai più smaliziati spettatori gli sviluppi successivi.

Il film coinvolge lo spettatore che vuole credere alle favole, che accetta con sereno piacere il ricongiungimento dei coniugi felici: è un’illusione di vita perfetta che piace ma che subito viene messa in crisi da realtà come la morte che trasformano il sogno in incubo. È un giallo tutto sommato tradizionale, nel quale Soderbergh non cerca di firmare l’originalità, imporre una firma stilistica ma dove riesce a raccontare con grande raffinatezza una storia che potrà appassionare i fan dei thriller classici anche se condito con piccole aperture al horror: del resto, in molti considerano l’accoltellamento in Psyco come una delle più belle scene horror di tutta la storia del cinema.

Steven Soderbergh afferma da tempo di volersi ritirare dal cinema se non altro in veste di regista ma questo suona quantomeno difficile se si pensa che negli ultimi 18 mesi ha girato tre film, Magic Mike, Effetti collaterali ed il televisivo per la potente HBO Behind the Candelabra che sarà presentato a fine maggio in concorso al Festival di Cannes per cui si parla di candidature all’Oscar.

Il film poggia in gran parte sulle spalle di Jude Law, convincente in tutte le varie fasi che vive il suo personaggio: uomo di successo e marito orgoglioso, incriminato dalle autorità e abbandonato da tutti, cittadino che non si fida più di chi dovrebbe indagare e si trasforma in brillante segugio.
Rooney Mara è il personaggio chiave della vicenda, è la moglie devota che sa aspettare il marito, che accetta una vita meno agiata di prima, che lavora per mantenersi: è indecifrabile eppure sensuale e magnetica. Appare logico che possa essere depressa, che veda inconsciamente il marito causa di tutti i suoi mali. Attraverso i suoi sguardi si leggono i momenti diversi della sua crisi, ma non sempre riesce ad essere accettabile che l’inespressività del voto sia dovuto all’uso di psicofarmaci: sembra più che le manchi una certa capacità recitativa per essere considerata davvero un’attrice completa.

Catherine Zeta-Jones è brava ma il suo personaggio è forse il più fragile. Le battute scritte dallo sceneggiatore non l’aiutano a dare credibilità a questa psichiatra a cui anni addietro si era rivolta l’uxoricida. Convince ancora meno quando consiglia al collega un certo prodotto con effetti collaterali a dir poco devastanti, tra cui il sonnambulismo. È l’anello, drammaturgicamente parlando, più debole della catena, incapace di reggere alla compattezza della vicenda.
Il finale è fin troppo buonistico, con Jude Law che sa perdonare tutti, anche la moglie: perfetto messaggio cristiano, poco funzionale situazione per chiudere un thriller.

TRAMA

Benestante e felice coppia newyorkese attraversa difficile momento quando l’uomo viene incarcerato con l’accusa di insider trading. Scontata la pena, ritrova la moglie ad attenderlo ma con crisi di depressione che la portano al tentativo di suicidarsi e poi ad uccidere durante crisi di sonnambulismo il marito. Viene denunciato lo psichiatra che la segue, ma non è tutto come sembra