E’ stato il figlio un film di

Personaggio amato ma anche molto criticato, scomodo quando realizza film in proprio ma moto apprezzato quale direttore di fotografia (Bella addormentata di Marco Bellocchio è stato reso per immagini da lui) l’ormai cinquantenne Daniele Ciprì non dimentica la Sicilia di Cinico TV e la gente che sopravvive in un mondo parallelo dove emerge una realtà esasperata ma possibile in cui il bianco e nero rende tutto ancora più irreale.

Questa volta senza la collaborazione di Franco Maresco, realizza un film in cui i toni da dramma greco ben presto lasciano spazio al grottesco, modo di narrare che bene delinea il suo modo di intendere il cinema.
Colore tendente al seppia, inquadrature in grado di carpire ogni emozione degli interpreti, ambientazione nel mondo della povertà e dell’emarginazione, storie di normale anormalità documentate mai da lui giudicate o con un suo netto parteggiare per alcuno dei contendenti.

Tratto dall’omonimo libro di Roberto Alajmo, Ciprì ne rispetta i contenuti ma non il modo di raccontare, di rendere le atmosfere del quartiere Zen di Palermo che per lui è simbolo di degrado sia sociale che morale, dove persone apparentemente ‘normali’ possono esprimere il peggio di se stesse senza che nessuno se ne accorga o che, quantomeno, che ritenga necessario occuparsene.

Famiglia apparentemente tradizionale quella dei Ciraulo con il capofamiglia che si arrangia per fare sopravvivere tutti, la moglie casalinga che cerca di fare quadrare le spese coi modesti introiti, il figlio che non studia più e che non cerca lavoro perché preferisce essere mantenuto dai genitori, la figlioletta allegra e piena di gioia di vivere, i genitori di lui che poco si vedono e poco disturbano ma che creano costi ulteriori da coprire.

Nel bel inizio, conosciamo Nicola che sembrerebbe essere dipendente di Cantiere navale in cui si demoliscono le navi ma che, ben presto, rivela essere uomo che si arrangia commerciando rottami non suoi con la collaborazione di un insieme di emarginati che ottengono poche lire per riuscire a non morire di fame o per non essere costrette ad entrare nel mondo della mafia. Da quel momento, tutto avviene in fretta, in pochi quadri in cui il regista racconta i suoi personaggi.

L’amicizia con una famiglia vicina in cui l’uomo è probabilmente vicino alla mafia e che conosce tutti quelli che contano, una giornata estiva trascorsa serenamente su di una spiaggia completamente degradata, il ritorno a casa, i giochi di cortile dei bimbi e l’uccisione della piccola Serenella per una pallottola non indirizzata a lei, il grande dolore soprattutto del padre che l’adorava ma che con lei era molto severo.

Tutto questo, per potere sviluppare la parte principale della vicenda, l’abiezione, l’incapacità di non monetizzare la morte della piccola di casa grazie ad una legge sulla mafia che per loro vale 220 milioni di lire, l’attesa spasmodica della cifra e il miglioramento del tenore di vita che li porta ad indebitarsi, lo strozzino apparentemente umano a cui si rivolgono per sanare i debiti, l’incapacità di Nicola di tornare a faticare per poche lire, gli ottanta milioni per comperare una fiammante ed inutile Mercedes blu parcheggiata davanti al portone del caseggiato senza ascensore in cui vivono in appartamento affittato.

In questa apparente floridezza sta la loro immensa povertà, l’apparire per esistere, vivere di stenti per essere trattati come ricchi. Non solo, la scelta di spendere quasi tutti i soldi rimasti quale risarcimento della morte di Serenella è di tutta la famiglia che rinuncia ad un appartamento di proprietà, più semplicemente a cambiare la cucina o la televisione che non funziona.

Gli attori, tutti, sono splendide marionette in mano di Ciprì che li utilizza per il suo fine, ‘plagiandoli’ in maniera perfetta ma lasciandoli anche liberi di esprimersi al loro meglio.

Grandissima prova di Toni Servillo che vive lo squallore del suo personaggio con naturalezza e senza cadere nel baratro della macchietta, bravissima la moglie Giselda Volodi attrice d’esperienza che meriterebbe altri ruoli dello spessore di questo, la nonna Aurora Quattrocchi a cui è affidata verso il finale una delle scene più belle ed importanti, l’uomo che racconta interpretato dal grande attore e regista cileno Alfredo Castro (protagonista di “Tony Manero”) con grandissima naturalezza, il figlio Fabrizio Falco con robuste esperienze teatrali e televisive che debutta nel mondo del cinema con due film presentatati a Venezia.

Nonostante l’ambientazione palermitana, gran parte del film è stato realizzato in Puglia, soprattutto a Brindisi, San Pancrazio Salentino e Cellino San Marco, ragione per cui ha potuto fruire del sostegno dell’Apulia Film Commission.

Pur non avendo ricevuto i riconoscimenti che contano, alla Mostra di Venezia il film ha ottenuto premio per il migliore contributo tecnico e per la fotografia (Daniele Ciprì) ed il premio Marcello Mastroianni assegnato al migliore attore giovane emergente a Fabrizio Falco (anche per “Bella addormentata” di Marco Bellocchio).

TRAMA

In un ufficio postale palermitano, ci sono varie persone che attendono il loro turno. Tra loro Busu, un uomo che quasi non si nota, che racconta alla persona seduta accanto a lui la storia della famiglia Ciraulo, proletari palermitani che una quarantina di anni prima avevano avuto un’esperienza particolare. Lui che si arrangiava commerciando in rottami, lei che soffriva la sua figura di casalinga povera, i genitori di lui, il figlio ventenne nullafacente, la piccolina di casa. Proprio quest’ultima è vittima di una pallottola vagante; la sua morte porta a dolore inarrestabile di tutti, ma l’informazione data da un vicino che esiste la possibilità di ottenere denaro dallo Stato li rende avidamente impegnati. Ottengono 220 milioni, ne spendono molti prima di riceverli e decidono, come unico investimento, di comperare Mercedes blu che dona loro il simbolo di persone ricche.