Due film di Amos Gitai a Venezia

Doppio programma per Amos Gitai che a Venezia ha presentato, entrambi fuori concorso , il cortometraggio A Letter to a Friend in Gaza e il nuovo lungometraggio A Tramway in Jerusalem. La genesi del corto, di grande impatto emotivo, è assai più recente e nasce dall’urgenza (condivisa con l’amico Makram Khoury, grande attore palestinese ma cittadino israeliano) di uscire dal silenzio e dunque da una complicità di fatto rispetto all’ultima mattanza seguita alle manifestazioni che dallo scorso marzo quasi senza tregua si susseguono al confine della striscia di Gaza (si è perso ormai il conto delle vittime palestinesi, i morti sono svariate decine, i feriti diverse migliaia).
A partire da una carrellata a ridosso del Muro di separazione, con i suoi alti blocchi di cemento incombenti contro cui la camera di Gitai va quasi a sbattere, A Letter to a Friend in Gaza si snoda su un doppio registro. Da un parte le immagini (d’ archivio o in sovraimpressione) che parlano di morte e violenza (tra queste vi è anche il video circolato in rete e considerato autentico dallo stesso esercito israeliano dell’uccisione live di un manifestante al confine della striscia; peraltro, Gitai ci risparmia l’audio con le urla e le frasi di giubilo per il “bersaglio” centrato…). Dall’altra le parole, quelle della poesia di Mahmoud Darwish che raccontano la memoria degli uomini e donne di Palestina o quelle di incredula, dolente denuncia, di alcune voci critiche israeliane (come Amira Hass). Parole che vogliono custodire quella natura umana che mai dovrebbe essere negata ai “nemici”: Gitai e Khoury, alla fine, leggeranno infatti anche un brano dalle “Lettere a un amico tedesco” (cui dunque il titolo rende omaggio) di Albert Camus (1943), indirizzate proprio a un ipotetico amico nazista (purtroppo, le lezioni della Storia non vengono sempre apprese dalle vittime, su questo a Venezia è passato anche il bel documentario 1938-Diversi di Giorgio Treves, che ricorda gli 80 anni dalle leggi razziali fasciste).

A dispetto dell’ambientazione da sit-com – un vero, modernissimo tram che percorre la città, da Est a Ovest, attraverso i suoi estesi sobborghi, unendo persone di estrazione sociale e culturale assai diversa e superando così le spaccature e le divisioni politico-religiose – il grande talento di Gitai si concede forse l’opera più ironica e briosa di tutta la sua lunga e preziosa filmografia (purtroppo in Italia non è stato mai distribuito Rabin, the Last Day, 2015, passato proprio a Venezia).
Un film venato da un umorismo a tratti surreale, ma più spesso vicino ad accenti di “satira politica”, legato come è alle questioni sociali e politiche cruciali nel suo paese. Un film che è anche un manifesto multiculturale: vi appaiono 36 tra attori e attrici in rappresentanza di tante nazionalità diverse , la troupe è come sempre pienamente multietnica, una risposta, insomma, assai chiara alle sirene di un cinema nazionalistico (intanto però si annuncia un più stringente controllo governativo a quei finanziamenti che hanno consentito da molti anni lo sviluppo di un “nuovo cinema israeliano” di ottima qualità, fatto spesso anche da cineaste donne, e che, secondo le leggi della democrazia, presentavano accenti anche critici su scottanti questioni politiche).
Questo tram di Gitai è dunque un compiuto microcosmo e una perfetta metafora della Città Santa e di tutta la nazione israeliana , che oggi, sebbene accolga e integri da sempre tre religioni e tantissime culture assomiglia sempre più a uno “stato di polizia”, anzi a uno “stato-caserma” che imprigiona e isola i suoi stessi cittadini nella morsa della paura, specie dopo il varo della nuova e controversa legge sullo “stato etnico”. Al tempo stesso, il casting sembra comporre una sorta di “riunione di famiglia”, dove accanto con ad alcune delle sue bellissime muse storiche di Gitai, tra le quali Yael Abecassis, spicca qualche innesto più recente come Yuval Scharf (era la protagonista di Ana Arabia, 2013) o, tra gli attori, Mathieu Amalric e il nostro Pippo Delbono.

Una galleria ricchissima di personaggi stilizzati e di “tipi umani” dà vita a tanti micro-episodi che si succedono nel tram a tutte le ore del giorno e della notte . Giovani e meno giovani ebrei ortodossi che leggono e interpretano parabole tratte dalla Torah, uomini della sicurezza di bordo che molestano le belle passeggere, un prete cristiano (che è Pippo Delbono; a proposito, anche il suo Vangelo, 2016, non è stato mai distribuito in Italia, e dire che parla di un tema in fondo assai attuale come i migranti e i rifugiati…), un operaio arabo il cui zaino insospettisce i passeggeri, una tipica mamma ebraica, due giovani , una palestinese e una israeliana entrambe con passaporti di altre nazionalità, “accumulatrici di identità” e che proprio per questo non riescono a essere incasellate dallo zelante controllore, una coppia decisamente militarista e un turista (Amalric), un rapper palestinese, ecc. ecc.
A tutti Gitai presta uguale attenzione, di tutti cerca di catturare l’anima e lo sguardo attraverso l’uso sapiente dei primi piani, cercando indizi e tracce di culture altre, anche spesso di quell’Europa che tanta parte ha avuto nella costruzione politica e culturale dello Stato di Israele.
Spetta oggi agli artisti, se sono veramente liberi, l’onore e l’onere di porsi come esempio e guida per arginare la violenza e l’intolleranza. Come dice Amos Gitai con questo film “È come se volessimo proiettare la vita quotidiana…contro la demagogia che mira a distillare l’odio”. C’è da sperare che il pubblico israeliano possa vedere quanto prima questo film, e su di esso riflettere. Ma servirebbe vederlo presto anche a noi in Italia dove città e borghi sono quotidianamente attraversati da bus e corriere multiculturali.