Drum (Tabl) – SIC 2016 un film di

Venezia chiama Iran. Oltre all’omaggio ad  Abbas Kiarostami, scomparso due mesi fa, e l’apertura di “Venezia Classici” affidata a The Nights of Zayandeh-rood di Mohsen Makhmalbaf, film del 1991 pesantemente mutilato dalla censura, la Settimana Internazionale della Critica (SIC) è riuscita a portare in concorso Tabl (Drum), esordio nel lungometraggio di  finzione di Keywan Karimi, dopo alcuni corti documentari  apprezzati fuori dal suo paese. Ma al Lido la poltrona del regista iraniano di origine curda,  appena trentenne, è rimasta vuota. Dopo un primo arresto nel 2013, nell’ottobre 2015, con l’accusa di “offesa alla sacralità islamica”, Karimi  è stato condannato a sei anni di carcere e 223 frustrate. Nella sentenza di appello dello scorso febbraio, la pena carceraria è stata ridotta a un anno, mentre le frustate sono state confermate, insieme al pagamento di 20 milioni di rial, ma resta al momento sospesa. Il motivo della condanna va cercato nei suoi precedenti lavori e in special modo nel  corto Writing on the City (2015, visibile anche su Vimeo) che parla dell’uso politico dei graffiti di strada a Teheran dal 1979 sino alle rivolte di piazza giovanili del 2009: un documento assai duro che mostra la violenta repressione dei manifestanti e i graffiti sbiancati ad opera delle polizie, ufficiali e non.

A Venezia è giunta però una sua lettera molto toccante in cui il regista afferma che, se pure il filo rosso del film è il tema della paura, “il coraggio era la mia sola opzione”. Il produttore francese, dal canto suo, ha confermato che il stesso regista  vive in uno stato di angoscia, nell’attesa di una pena che, kafkianamente, incombe su di lui: una condizione che risponde peraltro a una precisa “strategia del terrore” contro intellettuali e artisti non allineati.

Teheran come metafora, anche. Drum è un’opera spiazzante e ipnotica, girata in un bianco e nero da puro cinema espressionista (nella pregevole fotografia di Amin Jaferi) in una Teheran dei quartieri poveri e periferici ben diversa da  quella cui il cinema iraniano di impronta neorealista ci ha da sempre abituati. Sin dalla prima sequenza – in una notte tempestosa un uomo zoppo avanza con difficoltà un viale deserto, infine sale le scale di un palazzo abbandonato per  consegnare un pacchetto a un altro uomo – Karimi ci mostra una città per lo più notturna, piovosa, autunnale, soffocata da una architettura senza regole e senza forma, cosparsa da detriti e rifiuti, dove si aggirano uomini in nero e sicari in camicia bianca. Un panorama allucinato di degrado e desolazione, dove le ragioni della  trama (che ruota attorno al misterioso pacchetto, a causa del quale il protagonista, un avvocato, sarà braccato e minacciato lungo tutto il film) cedono il passo all’urgenza stilistica, che lavora tanto sui codici visivi che su quelli sonori. Tra scale tortuose, capannoni abbandonati, palazzi in costruzioni, bagni turchi e discariche a cielo aperto, la mdp ama i campi lunghi e lunghissimi, predilige i piani sequenza con   movimenti circolari e diagonali sugli ambienti, spesso indietreggia lentamente a scoprire paurose prospettive e profondità di campo (come nel bellissimo sottofinale), mentre le ombre degli uomini si stagliano alte su pareti ed edifici. A punteggiare la narrazione, suoni e rumori ossessivi, spesso stridenti e percussivi, come i tamburi che scandiscono la sequenza di un funerale in casa,  con gli uomini e le donne velate, divisi da un ampia vetrata.

Alberto Anile, nel presentazione del catalogo SIC, richiama esplicite citazioni wellesiane (dalla sequenza iniziale che evoca Mr. Arkadin a quella del bagno turco che evoca l’Otello), ma anche l’estetica di Cipri & Maresco (cui rimandano molte figure umane maschili e diversi  sfondi di paesaggio). Non sappiamo se Karimi conosca i due registi palermitani, ma siamo certi che contesti dominati  dalla violenza mafiosa e da quella politico-poliziesca hanno molto in comune e su di essi egualmente aleggia l’ “apocalissi” morale e materiale.

Scritto e diretto da Karimi in totale libertà e indipendenza, Drum è un film di grande forza espressiva e formale, che richiama una realtà socio-politica che forse lo stesso cinema iraniano non ci aveva ancora mostrato sino in fondo nella sua drammaticità.  C’è ora solo da sperare che giunga  almeno nei circuiti d’essai europei. Purtroppo, vi sono precedenti non confortanti, come il caso del film di Mohammad Rasoulof, Manuscripts Don’t Burn, un thriller politico che, pur se con  impronta più realistica, era un forte atto d’accusa contro le polizie segrete iraniane: il film giunse clandestinamente a Cannes nel 2013 (vincendo anche un premio FIPRESCI), ma sin qui è stato distribuito solo nel Regno Unito.

TRAMA

L’atmosfera è onirica, i personaggi non hanno nome, i luoghi e le strade neppure. Teheran è l’unico personaggio il cui nome è evocato senza sosta. Un avvocato come tanti lavora e vive solo nel suo appartamento, che è al contempo il suo ufficio e la sua abitazione. Un giorno freddo e piovoso, un uomo vi fa irruzione, tiene un discorso breve e disordinato, e gli consegna un pacchetto che stravolgerà la sua vita.