Downsizing – Vivere alla grande un film di

Un mix tra commedia, dramma ecologico e fantascienza. Ma i primi due generi sono al servizio dell’ultimo. In un mondo in cui la scienza ha sperimentato il ridimensionamento dell’uomo a un’altezza di 10-12 centimetri si vanno costituendo delle colonie per le persone sottoposte al trattamento di miniaturizzazione, downsizing appunto. Sono, queste colonie, la risposta della scienza al problema demografico, a quello alimentare e al disastro ecologico.

Per i coniugi Paul e Audrey Safranek, di Omaha, Nebraska, la vera attrazione nel diventare piccolissimi non è quella di consumare di meno, ma di avere molto di più. Rispetto alle loro vite fatte di usi quotidiani, di lavori ripetitivi, di sogni e di aspettative ridotte, il ridimensionamento promette lusso e abbondanza. Con i loro poveri risparmi si potranno infatti permettere una casa da sogno e vivere di rendita. Già perché la valuta di cui dispongono è quella tarata per le necessità del mondo dei grandi, inimmaginabili su scala minima. Ma Alexander Payne è un regista che non ha mai avuto rapporti con la fantascienza, e anche questa volta fa un cinema che guarda con occhio satirico alle distorsioni della contemporaneità e dispensa partecipazione umana. Lo conosciamo, almeno a partire da A proposito di Schmidt, attento alla moderna cultura americana e in particolare ai modi in cui i suoi concittadini confondono egoismo e virtù.

L’idea di fondo è intrigante, anche se non nuova. L’incontro tra il piccolo e il grande ha augusti progenitori nel cinema come nella letteratura: si pensi al Gulliver di Jonathan Swift naufrago nell’isola di Lilliput. E ha anche nobili ascendenze, soprattutto nella filosofia, l’idea della costruzione di quella che chiameremo oggi una smart city. Che cosa altro sono infatti “Utopia” di Thomas More e “La città del Sole” di Tommaso Campanella, peraltro entrambi nipotini della città ideale proposta da Platone? Payne racconta tutto in uno stile concreto, freddo, asettico. La fantascienza in cui si proietta il protagonista non è schiava della dittatura del computer, ma ha un debito col cinema anni Cinquanta o con Twilight Zone . E si lascia apprezzare, anche prescindendo dal suo significato allegorico.

Downsizing inizia come satira acuta della civiltà dei consumi e sembra voler mettere in discussione l’ordine sociale.  Ma poi si autocensura e imbocca una via sconcertante, con tanto di love story, lasciando agli spettatori il dubbio su quali fossero i propositi iniziali. Il film racconta il trasferimento in una queste colonie in vitro di Paul, rimasto single perché nel momento del passo fatale Audrey rinuncia all’impresa. Le cose, si sa, non vanno mai come si vorrebbe, soprattutto al cinema. E così gli imprevisti fanno saltare un po’ di programmi, ma anche un po’ il senso del film, che, dopo un inizio coinvolgente, perde un po’ la sua strada. La nuova vita riserva a Paul sorprese e delusioni finché non giunge per riconciliarlo col nuovo mondo una vietnamita sottoposta a rimpicciolimento per volontà di uno Stato che punisce così i dissidenti.

Il film parte col piede giusto, e per la prima ora sollecita la curiosità dello spettatore

Il film parte col piede giusto, e per la prima ora sollecita la curiosità dello spettatore, poi inanella temi che, una volta abbozzati, vengono dispersi a dispetto della loro urgenza: il surriscaldamento del pianeta, la paura nucleare, il fenomeno dell’immigrazione anche clandestina, il riciclo dei rifiuti, la riproposizione della divisione per censo e etnia, la formazione di un sottoproletariato urbano. uesti spuntti sono interessanti, maaaaaaaIl regista e l’abituale cosceneggiatore Jim Taylor elencano i problemi che poi dilapidano non sapendo optare tra la dimensione politica e la satira, tra l’indagine sui rapporti umani e la perorazione ambientalista ed ecologica. Come il loro protagonista, Paine e Taylor cercano di trovare il buono in tutti e in tutto. Sono dei sognatori, nipotini di Frank Capra e Robert Riskin. Ma data l’importanza dei temi, il budget di 68 milioni di dollari e l’accreditato nome del regista era lecito attendersi qualcosa di più.

Può un scienziato rendere la società più umana e vivibile, sostenibile, in un mondo regolato dal mercato? Esiste la decrescita felice? Payne si pone le domande, ma sfugge a ogni risposta diretta, pur constatando nel mondo in vitro la persistenza della civiltà dei consumi e della divisione in classi. Ingiustizia e sperequazioni permangono in sedicesimi. Insomma anche ridotti a misura di Lilliput, i problemi dell’America, anzi dell’intero pianeta, non si riducono automaticamente. Il downsizing non sarà mai lo strumento per riconciliare gli uomini con la Terra.