Doppio amore un film di

E sì, François Ozon sa fare un “bel” cinema elegante e accattivante, sa muoversi morbidamente con la macchina da presa fra suggestivi spazi chiusi, sa girare mirabilmente le scene di sesso (e non è poco). Sa giocare con le citazioni cinematografiche, anche troppo. Perché, viene da chiedersi, impiegare tante energie per fare una strizzatina d’occhi qua e un ammiccamento là, invece di seguire una strada propria e autentica, anche senza rinunciare al gioco intriso di cinefilia? Ozon ha dimostrato da tempo di avere talento e coraggio, quindi sarebbe preferibile che camminasse con le sue gambe piuttosto che divertirsi a fare continui omaggi a grandi maestri, dal David Cronenberg di Inseparabili a Le due sorelle di Brian De Palma, senza dimenticare Roman Polanski (Rosemary’s Baby) e naturalmente Alfred Hithcock, in particolare La donna che visse due volte, che in origine è Vertigo, vertigine: e qui vertigine, figure a spirale e scale a chiocciola sono dappertutto. E poi c’è il ricordo di una celebre scena della Signora di Shangai di Orson Welles… e l’elenco potrebbe anche continuare (come dimenticarsi di Alien?). Di sicuro è invece una – curiosa coincidenza – una certa affinità con Napoli velata di Ferzan Ozpetek: una ragazza confusa e due gemelli, di cui uno molto pericoloso.

Citando citando, Ozon smarrisce la vera ragione d’essere del film. Doppio amore, ispirato a un romanzo di Joyce Carol Oates, si muove fra il thriller psicologico, la storia erotica intrisa di melò e il tentativo di costruire il ritratto di una donna affascinante e preda delle sue paure, ma finisce spesso per girare a vuoto. Convincente nella parte iniziale, il film di Ozon comincia a perdere colpi quando entra in scena il gemello cattivo Louis, sia perché questo dà al regista lo spunto per alcune scene decisamente poco convincenti – il ménage a trois con tanto di bacio fra i due fratelli – sia perché allo spettatore cominciano a frullare in testa alcune domande, a cui teme di rispondere in maniera troppo banale. Ci si chiede “Sarà davvero così? Tutto qui? No, non può essere”. E invece… d’accordo, non andiamo avanti per evitare spoiler. Di sicuro, si può dire che Ozon gioca a fare il difficile e invece la soluzione dell’intrigo è fin troppo facile. Forse. Perché il finale, riuscito e spiazzante, gioca a rimescolare ancora una volta le carte e come un pugno va dritto allo stomaco, e al cuore. Marine Vacth, già protagonista di Giovane e bella, è incantevolmente emaciata. Jéremie Renier, lanciato dai Dardenne, è molto sexy ma soprattutto bravissimo. Si rivede con piacere Jacqueline Bisset e si ammira la breve ma incisiva prova di Miriam Boyer. In definitiva, un film interessante, ma soprattutto un esercizio di stile.