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Donnie Darko un film di

donniedarkolocandinaUn film che gode di una strana fama, “vittima” di una rivalutazione partita negli States direttamente dagli adolescenti, attraverso il passaparola e quindi il mercato dell’ home video, le proiezioni private alle feste. Nel nostro paese la suggestione creata dal fenomeno Donnie Darko è iniziata con l’annuncio, da parte della neonata Moviemax, di distribuire il film nelle sale a distanza di quattro anni dall’uscita negli Usa. Ed è continuata al festival di Venezia, quando è stata proiettata una versione director’s cut con ottimo favore di pubblico e critica.

Ma a cosa sia dovuto il successo del film di Richard Kelly, sono ben pochi a saperselo spiegare. Donnie Darkoè come da copione il ritratto di una generazione, quella americana di fine anni ’80, inquieta e inquietante. Malata a tal punto da distorcere la realtà, da vivere la disastrosa situazione psichiatrica di una schizofrenia oramai endemica. Sbaglia di grosso chi, per un motivo o per un altro, ha creduto che questo fosse un film horror, il classico teen – movie con urlanti ragazzine virginee in pericolo e maniaci di turno, con doppia personalità e problemi esclusivamente imputabili ai potenti e alla spietata società dei consumi. Non siamo di fronte ai deliri romanzati di Bret Easton Ellis, al glamour ossessivo del suo American Psycho (1991), ma a un prodotto dal retrogusto televisivo e generazionale (Dawson Creek? The O.C.? Smallville? Buffy?), anche se sicuramente di taglio più drammatico, a tratti quasi intenso per questo supereroe che non ha poteri ma complessi.

Donnie è un ragazzo affetto da disturbi della personalità e dell’umore, che vive la sua adolescenza difficilmente né più né meno di tanti suoi coetanei. Ma la sua vera diversità sta nelle cose che ogni tanto gli si parano davanti sconcertandolo: un grosso e orribile coniglio sfigurato, terribile amico immaginario, che lo mette in guardia da ciò che potrebbe succedere al mondo tra 28 giorni, la notte di Halloween del 1988. Solo davanti a tale profezia il giovane prende coscienza della sua (immaginaria) situazione cambiando radicalmente la sua personalità. Da vittima degli sfottò scolastici (in America chiamasi perdente), Donnie, diviene carnefice. Mostrando alla sgangherata cricca di bulli e secchioni, il suo lato peggiore (vero?) con tanto di atti d vandalismo.

Come si fa a classificare Donnie Darko? Un film fortemente voluto dall’attrice Drew Barrymore, che investendo da la possibilità di girare a medio budget un film a quel Richard Kelly, figlio di un papà ricco e velleitario. Potrebbe essere realizzabile la sospettosa chiave di lettura del film come prodotto “a tavolino”, studiando ciò che attualmente i giovani vedono (molta spazzatura televisiva in salsa reality) e leggono (poca solfa melodrammatica il più delle volte paperback) ma anche ciò che vestono, mangiano e bevono. Se Donnie Darko ha il bisogno di sconfinare nell’irrealtà e nel visionario, accade esclusivamente perché è un film non realizzato attorno a ciò che i ragazzi vivono, ma attorno a false percezioni di un mondo fiabesco che tutti i paesi potrebbe essere meno che l’America della famiglia Bush o comunque di fine anni ‘80. Il coniglio “amico” di Donnie sembra di averlo già visto in un folle segmento finale dello Shining (1980) di Stanley Kubrick. Le carrellate tra i boschi e le ambientazioni tutte, sembrano essere derivati dalla più “naturalista” e sciatta delle puntate di Twin Peaks, senza però tirare in ballo il nome grandioso del maestro David Lynch.

Donnie Darko non è un film allucinato e visionario, ma è semplicemente un lavoro attorno alla falsa percezione della realtà, forse alla malattia psichica, che sicuramente è infarcito di svarioni e stereotipi presi da altro cinema e soprattutto da altra televisione piuttosto che dalla realtà stessa. Purtroppo è iscrivibile a quella lunga serie di film che nascono dalla televisione. E’ questa l’ambiguità che tanto incanta gli giovani spettatori: vedere un film sfuggevole, che è l’illusione stessa di ciò che racconta. Il suo svolgersi non è né delirante né fantasioso, è semplicemente sconnesso, forse malato. Gli spettatori d’oltreoceano hanno amato oltremodo il film forse riconoscendosi con i personaggi, in Italia forse non correremo mai questo “rischio” anche se fioccano gli appelli di vari comitati pronti a credere Donnie Darko l’elogio del vandalismo e della ribellione. Questo purtroppo ci chiarisce con quanta poca attenzione i suddetti avessero visto Bowling a Colombine (2002) e Elephant (2003), montando una piccola battuta di caccia alle streghe che non ha fatto altro che suscitare un po’ d’attenzione, ma non mola, da parte del pubblico. In fin dei conti Donnie Darko è un film “ideale” per certo pubblico italiano abituato a vedere ciò che non c’è in un film, a trovare chiavi di lettura che non esistono o sottointesi che assurgono all’impegno sociale. Pane per i denti della censura.
Paradossalmente il nome del protagonista, che da il titolo al film, ricorda l’eco di un Donnie Brasco (1997) di Mike Newell terribilmente reale e con i piedi per terra, ma anche terribilmente capolavoro del concreto. Di potente e funzionale patos narrativo, di tangibile violenza.