Dio esiste e vive a Bruxelles un film di

Con quattro lungometraggi in quasi 25 anni di carriera Jaco Van Dormael (classe 1957) non può certo dirsi un regista prolifico. Lo avevamo lasciato al bivio tra fantascienza e metafisica, nel racconto assai intrigante, ma a tratti un po’ serioso, di Mr Nobody (in concorso a Venezia 2009, dopo il flop commerciale in Francia in Italia non è mai uscito in sala). Nella nostra memoria di spettatori, il cineasta belga resta però indissolubilmente legato alle forti emozioni dei suoi primi due lungometraggi di successo degli anni ’90: il veemente esordio con Toto le héros – Un eroe di fine millennio (1991, premio opera prima a Cannes), racconto archetipico (un bambino scambiato nella culla) ma declinato al presente, e la favola antropologica moderna de L’ottavo giorno (1996) dove faceva credibilmente incontrare (cosa sulla carta davvero non facile) un vero ragazzo down e un grande attore come Daniel Auteil nei panni di un formatore manageriale la cui maschera di successo non può nascondere lo stress e il vuoto esistenziale.

Ritroviamo ora Van Dormael (dopo la Quinzaine di Cannes e l’anteprima italiana al Biografilm di Bologna lo scorso giugno) con questo suo “nuovissimo Testamento” (il titolo dell’edizione italiana è stato deciso dalla distribuzione in accordo con l’autore), scritto  in appena sei mesi contro i dieci anni impiegati per il film d’esordio: un oggetto filmico difficilmente classificabile (i francesi lo direbbero drôle, nel senso di bizzarro e comico, giacchè si ride anche, e spesso), dalla cifra stilistica assai diversa rispetto alle opere precedenti, una commedia nera che scorre impetuosa e irriverente dall’inizio alla fine (e senza lasciar spazio a qualche eccesso sentimentale o  dolciastro come accadeva in Toto le héros e ne L’Ottavo giorno).

Il differente registro e i tempi più veloci di scrittura sono merito – per ammissione dello stesso Van Dormael – dell’incontro con il più giovane (è del 1970) cosceneggiatore del film, lo scrittore Thomas Gunzig, anche lui di origine fiamminga, giunto precocemente al successo con romanzi e racconti caratterizzati da un humour nero e crudele (spesso affollato, come pure il film, da animali “umanizzati”). E l’umorismo corrosivo, a tratti grottesco,  mescolato – nella patria di Magritte –  a uno spiccato senso dell’assurdo e del surreale, è di certo la faccia più evidente del film, pervade le situazioni narrative e il disegno dei personaggi, anche quelli minori, sostenuto da una fotografia dai toni sgargianti, quasi iperrealista, da scenografie arabescate come un arazzo (una particolare tapestry del resto appare spesso sullo schermo) o raffinate come il ricamo su cui scorrono i titoli di coda (che raccomandiamo di vedere sino alla fine…), ma anche da un abile e immaginifico ricorso alle tecnologie digitali.

Eppure, a un’analisi meno di superficie, il film rivela una sostanziale continuità con i temi e le ossessioni ricorrenti nella poetica del regista belga. In primo luogo, l’età della fanciullezza, con le sue istanze anarchiche,  il difficile rapporto con i genitori, la comunanza con storie di adulti che emergono da infanzie assai dolorose, il senso del tempo e del suo inesorabile trascorrere, ecc. Ancora una volta, insomma, Van Dormael, ci parla della fragilità umana e della ricerca incessante, ma oggi sempre più difficile,  di tenerezza e amore. D’altra parte, come tutte le black comedy che si rispettino, anche questa  tratta con tono magari anche ironico o caricaturale,  temi molto seri e questioni morali di non poco conto, rischiando – con coraggio o, visti i tempi bui che viviamo, con incoscienza – di urtare (per carità legittime) sensibilità religiose o magari accuse di blasfemia, osando addirittura sfidare i tabù della rappresentazione stessa di Dio e (riallacciandosi qua ai temi al centro di Mr. Nobody) del destino mortale dell’Uomo (qualcosa insomma di diverso e forse di eticamente più profondo dell’estetica Monty Phyton che è stata invocata  a proposito del film; del resto, tra i suoi riferimenti il regista ha sempre citato Fellini  e Tarkovskij; a noi ha evocato anche certe atmosfere stralunate dei film di Aki Kaurismaki).

A dominare questo nostro mondo cinico e crudele (che ha nel film  per capitale Bruxelles) è un padre-Dio decisamente sadico e collerico. Costui (magistrale nel ruolo la maschera un po’ clownesca di Benoit Poelvoorde) elabora e impone le sue leggi divine (in particolare quelle “della sfiga” – ispirate peraltro, crediamo dietro pagamento delle royalties, alle più prosaiche “leggi di Murphy”) dal chiuso del suo “studio”: una enorme e kafkiana  “stanza dei bottoni”, anzi degli scaffali, senza finestre, al centro della quale troneggia un personal computer dall’aria alquanto vintage. Dio però (e questo dovrebbe, ma ne dubitiamo, contribuire a calmare i più suscettibili) è davvero molto umano (‘ah! troppo umano’, direbbe il filosofo) al punto che forse è solo uno squilibrato che si crede Dio e che si aggira assai trasandato in vestaglia e pantofole nella sua piccola casa (ma anche fuori), per di più fumando, e schiavizzando la moglie casalinga (strepitosa come sempre Yolande Moreau, anche regista, di cui ricordiamo il suo Henri con il nostro Pippo Delbono, purtroppo mai distribuito in Italia).

Solo la figliola Ea, appena dieci anni, ma tanto  carattere (e un volto, scoperto dai Dardenne, che buca lo schermo), cerca di opporsi  ai voleri paterni e riuscirà infine a intrufolarsi nel suo studio e sabotare il computer non prima di aver inviato ad ogni cittadino di Bruxelles un sms che reca la data precisa della propria morte (o meglio l’esatta quantità di vita ancora restante). Una mossa che di colpo azzera l’autorità paterna (divina?), rende inutili le guerre, le violenze, ecc., ma certo crea notevole panico tra la popolazione, specie quella cui resta poco da vivere, amplificato, come ben sappiamo, dai media. Scesa in mezzo alle strade della città Ea andrà allora in cerca di altri sei nuovi  “apostoli”, da affiancare ai 12 canonici (nella tradizione dei “vangeli apocrifi” storicamente censurati dalla Chiesa ufficiale). I loro profili saranno a dir poco improbabili (una donna cui manca un braccio, un maniaco sessuale, un assassino, una donna abbandonata dal marito, un impiegato,  un bambino) e le loro gesta più o meno risolte sul piano narrativo (si segnala qua solo il personaggio di Martine, una Catherine Deneuve impavida e senza trucco che si innamora di uno scimpanzé allo zoo e se lo porta a casa,  omaggio al Ferreri di Ciao maschio ma forse più al Max, mon amour di Oshima).

Come sempre nel cinema di Van Dormael, anche le musiche sono importanti. Ognuno dei nuovi apostoli  nel film avrà dunque la “sua” musica, che, ancora una volta mescola musica popolare (Charles Trenet, su tutti) e musica colta (Handel, Purcell, ecc. ), mentre la suggestiva tessitura musicale è affidata alla colonna sonora originale della fiamminga An Pierlè.

TRAMA

«Dio esiste e vive a Bruxelles. Appartamento tre camere con cucina e lavanderia…Si è parlato molto di suo figlio, ma poco di sua figlia… sua figlia sono io». Non è facile essere la figlia di Dio. Ea, undici anni, lo sa bene: suo padre – anzi, suo Padre – è odioso e antipatico e passa le giornate a rendere miserabile l’esistenza degli uomini. È una situazione che non può andare avanti, ma come risolverla? Dopo l’ennesimo litigio, Ea scende tra gli uomini per scrivere un nuovo Nuovo Testamento che ci permetta di cercare la nostra felicità; ma, prima di andarsene, usa il computer del Padre per liberarci dalla più grande delle nostre paure inviando a ciascun essere umano un sms con la data della propria morte.