Dheepan – Una nuova vita un film di

I verdetti che fanno da suggello ai grandi festival del cinema scatenano quasi sempre polemiche senza fine tanto tra gli addetti ai lavori quanto tra il pubblico in sala. Così è stato anche lo scorso maggio, quando la giuria presieduta dai fratelli Coen decise di attribuire la Palma d’oro a Dheepan, cupo melodramma su un frullato di temi “forti” tenuti insieme da un’accorta confezione di genere e diretti da un autore di razza quale Jacques Audiard che in passato non avrebbe fatto gridare allo scandalo proprio nessuno se fosse salito sul gradino più alto del podio della kermesse francese con film quali Il profeta e Un sapore di ruggine e ossa.

Tanto rumore per nulla come spesso accade in casi di questo tipo? In parte sì, anche se i veri motivi per cui sarebbe stato giusto storcere la bocca di fronte al verdetto sulla Croisette sono di fatto assai diversi rispetto a quelli che la maggior parte dei detrattori del film si sono affrettati a sbandierare. E cioè che Dheepan sia un’operazione furbetta nella quale il 58enne regista e sceneggiatore francese avrebbe sfruttato la piaga degli esodi migratori degli ultimi mesi per spezzare una lancia a favore del giustizialismo faidate offrendo così un assist dorato a quei molti pistoleri in pantofole che vorrebbero risolvere il problema delle migrazioni di massa travestendosi da Charles Bronson nel ciclo de Il giustiziere della notte, magari rivisitato in chiave moderna come nella saga di Taken.

Le apparenze potrebbero forse anche ingannare. Perché la storia che Audiard racconta corre davvero il rischio di essere fraintesa. Soprattutto se presa alla leggera e letta accettando solo il livello più rozzamente superficiale di ermeneutica del testo visuale, senza sforzarsi di andare a leggere cosa ci sia veramente dietro alla vicenda dell’ex guerrigliero delle Tigri Tamil che per sfuggire il più velocemente possibile agli orrori della guerra (costatagli lo sterminio dell’intera famiglia) riesce a emigrare in Francia fingendosi marito di una ventenne che non è sua moglie e padre di una ragazzina di nove anni che invece è un’orfana incontrata per caso.

Una storia che fino a quel punto fila che è un piacere senza che vi sia in sala un solo cuore che non palpiti seguendo la finta famiglia nella tipica odissea dell’emigrazione con l’inevitabile corollario di miserie assortite, l’accettazione di mestieri umilianti pur di raccattare qualche euro per sopravvivere (ivi compresa l’infruttuosa vendita di farfalline luminescenti nella notte parigina) ma soprattutto il terrore di poter essere scoperti nella menzogna della falsa famiglia che forse decine di altri migranti della disperazione hanno allestito nella speranza di poter essere più convincenti di fronte ad autorità sempre più scaltre e attrezzate proprio a smascherare quel tipo di teatrini della compassione.

Quando Dheepan — questo il nome del protagonista eponimo del film ed ex guerrigliero tamil — ottiene un lavoro come custode e sorvegliante all’interno di un casermone nella più ruvida delle banlieu parigine dove vige la legge del moderno Far West dello spaccio e gruppi rivali si contendono il controllo del territorio a suon di faide incrociate e sangue che scorre a fiotti, la sceneggiatura s’impenna all’improvviso avvitandosi in contorsioni inattese che si sono poi rivelate il detonatore delle molte polemiche scoppiate intorno alla Palma d’Oro assegnata al film.

È infatti da quel momento che Dheepan, deciso a difendere a denti stretti quello spiraglio di vita nuova (come recita il furbesco sottotitolo italiano) che non ostante tutto l’inferno della suburra parigina gli sta offrendo, lascia che gli si risvegli dentro il demone del guerriero, arrivando così ad adeguarsi alla legge della giungla metropolitana che lo circonda e seminando a sua volta morte e distruzione prima che un finale banalmente zuccheroso lo veda, anni dopo, integrato e sereno in un quieto angolo d’Inghilterra.

Se è vero che il film di Audiard soffre di questa virata un po’ troppo repentina da metà in poi e rischia di sbandare perché dissipa tutto il poderoso credito che la prima parte gli ha regalato soggiogando anche il più disincantato degli spettatori, è ugualmente vero che sarebbe assurdo chiamare in causa il cinema del giustizialismo anni ’70 o le più recenti serie in cui il mito dell’uomo che si erge a vendicatore al di sopra della giustizia ha sposato al meglio la faccia sofferta di Liam Neeson. Con tutto che Audiard stesso ha però ammesso in più di un’intervista di aver iniziato questo progetto con l’idea di scrivere un remake di Cane di paglia. Il che la dice lunga sulla giustificata confusione che si è creata in cha ha voluto vedere ciò che forse nel film non c’è.

Dheepan non ha infatti troppo a che vedere con quel tipo di cinema. Lungi dal voler fare un film politico sulla guerra in un paese troppo lontano dalla geografia politica e troppo scollegato dalla nostra capacità occidentale di capirne le deliranti logiche di lotta intestina che ne hanno dilaniato la popolazione da trent’anni a questa parte, il vincitore della 68esima edizione del Festival di Cannes è invece una sofferta meditazione sul trauma dell’abbandono della propria terra e sulla infinite difficoltà cui deve andare incontro chi si vede costretto a ricostruirsi una vita dopo aver perso tutto (compresi moglie e figli come il protagonista del film).

Mentre la cinematografia europea sembra incapace (o poco propensa) a raccontare il dramma delle troppe morti per mare nel Mediterraneo meridionale ma anche quello degli esodi di massa per terra attraverso i molli confini dell’Europa orientale in pellicole potenti che ne sappiano denunciare l’orrore senza fine, Audiard ha il coraggio di farlo “usando” intenzionalmente la tragedia di un popolo, quello cingalese, che appunto non ha un ruolo di primo piano nelle migrazioni e che oltretutto non è legato alla Francia dal alcun ingorgo double face del passato coloniale.

Ma anche così non siamo di fronte a un film la cui ambizione è quella di impartire una lezione di sociologia in pillole o di far mettere mano ai fazzoletti spingendo sul pedale del patetico con una storia in cui la violenza domina la vita di ogni personaggio in scena e riaffiora come un herpes recidivo anche in quegli individui che di violenza si sono alimentati per il resto delle proprie vite e tutto vorrebbero meno che veder riapparire quel virus che si alimenta di sangue propagandosi contagioso non appena si espande.

Una violenza che, pur nel suo esplodere pandemico, non riesce a soggiogare l’intera pellicola sovrastata com’è dall’urgenza che Audiard mostra di avere nel voler raccontare la nascita di una famiglia vera sulle macerie di una finzione così come l’amore reale (quello che finisce col legare due estranei uniti solo dall’urgenza di una recita a fin di bene) che sboccia nel cuore arido di un uomo nutritosi soltanto di odio e ora costretto a confrontarsi con l’anima bella di una donna molto più giovane di lui ma a sua volta ferita nell’intimo e decisa solo a sognare un futuro possibile lontano dall’orrore del passato.

Girato interamente in lingua tamil e con un budget piuttosto basso se paragonato ai riconoscimenti conseguiti, Dheepan vede impegnati nei due ruoli principali (quello del protagonista e della finta moglie) rispettivamente uno scrittore cingalese trasferitosi da anni in Francia dopo aver però realmente militato nell’esercito guerrigliero delle Tigri Tamil e una giovane attrice di teatro qui alla sua prima esperienza di fronte a una macchina da presa.

Anche se discontinuo negli esiti artistici tra la prima e potentissima parte e le esplosioni di violenza reattiva che caratterizzano la seconda (che però si sgonfia anche troppo nel già citato  e di certo evitabile finale in salsa buonista), il film di Audiard regala momenti di cinema di razza là dove il suo autore riesce a sintetizzare in pochi fotogrammi vicende che molti colleghi avrebbero impiegato lunghi minuti a raccontare male, ma anche a frullare generi apparentemente incompatibili come il melodramma sociale e il thriller virulento senza che l’operazione dia mai l’impressione di sembrare posticcia. Il che non è certo poco in ere di vacche magre come quelle che si stanno vivendo.

Trama

Ex guerrigliero dei gruppi delle Tigri Tamil, per sfuggire agli orrori della guerra civile in Sri Lanka (che gli sono costati moglie e figli) l’introverso Dheepan riesce a emigrare in Francia spacciando per moglie e figlia una ventenne a lui del tutto estranea e un’orfana raccattata per caso. Ma arrivato in Francia e ottenuto un posto come guardiano in un complesso-alveare nella banlieu parigina dominato dagli scontri feroci tra gang rivali nel traffico di stupefacenti, per difendere quel poco che è riuscito a conquistarsi deve tornare a vestire i panni del feroce guerrigliero che era seminando morte e violenza intorno a sé.