Detroit un film di

Gli scontri razziali che devastarono la città di Detroit nel luglio del ’67 furono tra le rivolte più sanguinose e drammatiche nella storia degli Stati Uniti, e si conclusero con il tragico bilancio di oltre quaranta morti e più di mille feriti. Di questi giorni di fuoco, violenza e follia la regista Kathryn Bigelow sceglie un singolo, terribile – ma significativo – fatto di cronaca, emblematico di uno stato di cose che ancora oggi è ben lontano dall’essere risolto. Si tratta di un raccapricciante quanto manifesto caso di abuso di potere, rimasto – purtroppo come tanti altri – clamorosamente impunito: alcuni poliziotti bianchi, con un banale pretesto, sequestrano un gruppo di ragazzi neri disarmati e due ragazze bianche all’interno del Motel Algiers, nella notte tra il 25 e il 26 luglio. La mattina dopo, tre dei ragazzi vengono ritrovati morti. Uno di loro ha accanto a sé un coltello che non gli appartiene e non ha mai utilizzato. Quelli che sono riusciti miracolosamente a salvarsi debbono la loro vita alla promessa di non rivelare a nessuno gli avvenimenti di quella assurda e orribile notte.
Il processo, come da copione, sarà una farsa nella quale i testimoni e le vittime saranno spesso e volentieri “accusati” mentre i colpevoli verranno in un modo o nell’altro giustificati e infine scagionati.

L’imperativo della Bigelow sembra essere quello dell’immediatezza: una macchina da presa ipercinetica che sta sempre dentro e fra le cose, frenetica, inquieta e nervosa; un racconto tesissimo che predilige l’azione dei e sui corpi, corpi che attuano spudoratamente una violenza inammissibile, o all’opposto corpi che subiscono, tremano, piangono e sanguinano. In questo senso Detroit è un film estremamente viscerale e materico, dove anche l’emotività e la psicologia passano tutti attraverso la carne e i volti: quello ottuso e folle del poliziotto Krauss (un credibilissimo Will Poulter), o quelli dei suoi prigionieri inermi, ora impassibili e orgogliosi, ora allucinati e terrorizzati.
E’ un film che non fa sconti: non solo all’America ipocrita e razzista di allora e di oggi, ma neppure allo spettatore, che viene costretto a uno sguardo fisso, frontale, prolungato e investito dal peso insostenibile – umano prima ancora che sociale e politico – di fatti inenarrabili. E tutto questo avviene, in maniera attenta e mediata, non sul piano del visibile ma piuttosto su quello dell’invisibile: non si tratta di sovraesporre la violenza – che pure entra necessariamente in campo – ma di costruire e restituire il senso opprimente e angosciante dell’attesa della violenza stessa, nella consapevolezza della sua inevitabilità. Tuttavia la Bigelow fa un ulteriore passo quando riesce a dilatare a dismisura – vedi la durata delle sequenze nel motel – questo senso intollerabile e tormentoso di immobilità claustrofobica, per restituire appieno le modalità diaboliche in cui la violenza viene attuata: perché alla brutalità istintiva e animalesca si mescola una strategia del terrore accuratamente ponderata, che trasforma il sequestro dei ragazzi in una sorta di teatro degli orrori messo in piedi con perverso compiacimento da un poliziotto esaltato e sadico e dai suoi squilibrati complici.

Film doveroso e implacabile che concentrandosi sul microcosmo di un corridoio d’albergo riesce a chiamare in causa la grande storia, film in cui l’America fa i conti con se stessa – per altro in un momento in cui ne ha bisogno come non mai – Detroit è pesante e duro come un macigno, lancinante come una ferita che non cicatrizza mai, angosciante come un rimosso che torna ostinatamente a galla. Probabilmente se fosse stato più asciutto, più condensato, più agile sarebbe stato perfino più tagliente: perché la durata (143 minuti), a tratti spossante visto l’argomento e il tenore del film, non aggiunge senso al racconto – che del resto non ne ha bisogno – ma finisce in parte per smussarlo e fiaccarlo. Al di là di questo perdonabilissimo difetto, che è verosimilmente il risultato di una scelta di onnicomprensività fatta a priori, bisogna però rilevare che Detroit possiede una potenza e una forza espressiva rare e innegabili.

Detroit, 1967: a seguito di una violenta retata della polizia in un locale che vende alcolici senza licenza, scoppia una sanguinosa rivolta nei quartieri neri. La situazione degenera in fretta, vengono coinvolti la Guardia Nazionale e l’Esercito. In questo clima di follia, alcuni poliziotti bianchi esaltati e sadici fanno irruzione in un motel dove, per tutta la notte, terranno sotto sequestro un gruppo di giovani neri disarmati e due ragazze bianche, in un’escalation di terrore, soprusi e angherie.