Dallas Buyer Club un film di

Sembra che ormai il cinema a stelle e strisce non riesca a fare a meno di trasferire sul grande schermo storie basate su vicende “realmente accadute”. Una dicitura questa che in passato suscitava curiosità e portava lo spettatore ad avere un atteggiamento di compartecipato affetto nei confronti della materia narrata, ma cui negli ultimi anni si è fatto un ricorso talmente insistito da inflazionare l’escamotage. Al punto che oggi non è infrequente sentire in sala persone che manifestano ad alta voce il proprio disappunto non appena leggono sullo schermo che quanto stanno per vedere si riferisce a una storia “vera”.

Su una storia realmente accaduta è basato anche questo solido melodramma con ambizioni di denuncia e di impegno civile che racconta il dramma umano e medico di un misfit texano che, dopo una vita dissipata a base di droghe, sesso promiscuo con professioniste e cattive abitudini di ogni tipo, a metà degli anni ’80 scopre casualmente non solo di essere sieropositivo al virus HIV ma di avere davanti a sé non più di un mese di vita. Sfumata la rabbia iniziale dovuta non tanto alla diagnosi scioccante che si sente sbattere in faccia da un medico poco sensibile quanto piuttosto dall’idea di essere stato colpito da un morbo che nella sua rozza ignoranza di cowboy di provincia associa unicamente alla gente dell’altra sponda, Ron Woodroof (questo il nome del personaggio) inizia a documentarsi sulla malattia, deciso a non cedere di fronte al ricatto delle autorità sanitarie americane.

Autorità che, tramite l’onnipotente FSA (ovvero la Federal Drugs Agency, ente preposto, tra le molte altre cose, all’approvazione e quindi alla vendita di medicinali) a sua volta in combutta con le lobby farmaceutiche, si intestardiscono a puntare solo su un certo tipo di cure bollando come illegali e quindi non prescrivibili molti altri rimedi alternativi. In un’epoca, la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, in cui l’AIDS furoreggia non solo a livello di contagio ma anche per numero di decessi registrati in giro per il mondo.

Deciso a non arrendersi alla tirannide prescrittiva e terapeutica imposta dalla FDA, Woodroof inizia a documentarsi in proprio scoprendo che poco oltre la frontiera del natio Texas la medicina messicana cura i sieropositivi e i pazienti con patologie derivate dalla contrazione dell’HIV con medicinali alternativi molto meno invasivi e dannosi a livello di effetti collaterali di quanto non fosse l’esiziale AZT, che negli USA era la sola terapia in uso e che negli anni successivi sarebbe stata abbandonata perché rivelatasi funesta per l’organismo e poco efficace contro il diffondersi dell’AIDS.

Da quel momento in poi la vita di Woodroof cambia in maniera radicale. Avendo capito di essere ormai parte di una gigantesca comunità di disperati in attesa del miracolo che possa loro prolungare l’agonia allontanando anche solo di qualche mese la dura sentenza di morte che la malattia gli ha sbattuto in faccia, l’ormai ex cowboy redento si inventa una soluzione molto originale per i propri e gli altrui problemi: inizia viaggi della speranza in Messico importando illegalmente macchinate di medicinali alternativi che poi rivende. E lo fa con un sistema che spiega il bizzarro titolo del film: crea una sorta di club i cui affiliati, tramite un versamento una tantum di 400$ iniziali, possono poi avere accesso ai farmaci senza più sborsare un centesimo.

In questa bizzarra impresa ai confini tra l’imprenditoria creativa e il faidate ai limiti dell’illecito, Ron trova un prezioso alleato che nei suoi giorni di omofobo resistente a ogni forma di diversità avrebbe probabilmente preso a calci schifato soltanto dalla sua stessa presenza: si tratta di Rayon, un transessuale molto affettuoso e generoso che, ugualmente malato di AIDS e conosciuto da Ron nel pieno di uno dei drammatici ricoveri in ospedale cui la polmonite da HIV lo costringe, diventa per lui una pedina decisiva nel cammino di rinascita interiore cui sembra voler dedicare tutto se stesso ma anche nella non facile gestione del club degli acquisti che i due mettono su praticamente insieme.

I viaggi frenetici che Ron fa da una parte all’altra della frontiera più trafficata della terra mettono però ben presto in suspicione le autorità doganali che ovviamente coinvolgono subito i colleghi della FDA. Solerti non tanto per un puntiglio terapeutico quanto piuttosto per evitare che il monopolio delle aziende che producono farmaci approvati per curare i pazienti di HIV possa essere insidiato dall’arrivo in commercio di altri prodotti e compromettere la pappatoia imperante tra le parti in causa, gli agenti della FDA ostacolano Ron in ogni modo costellandone di denunce e processi i già non facilissimi tempi supplementari che la malattia gli sta concedendo.

Come detto, Dallas Buyers Club è incentrato su una vicenda realmente avvenuta. La genesi dell’intera operazione è stata però molto macchinosa e l’arrivo nelle sale di questo melodramma destinato a fare la voce grossa la notte degli Oscar nasconde una genesi particolarmente macchinosa. All’origine di tutto c’è un articolo-inchiesta scritto dal giornalista Bill Minutaglio sul “Dallas Morning News” nell’agosto del 1992 e incentrato sulla bizzarra vicenda che aveva come protagonista un cowboy machista e omofobo destinato a passare a miglior vita di lì a pochi mesi dopo aver organizzato l’insolito business del club d’acquisti che poi sarebbe stato al centro del film.

Affascinato dalla vicenda, il quasi sconosciuto sceneggiatore Craig Borton fece in tempo ad andare a intervistare Woodroof proco prima che morisse, potendo così attingere di prima mano al racconto di una vita a dir poco singolare per il suo sviluppo da un estremo all’altro. Una vita che sembrava fosse stata vissuta apposta per essere tradotta in un film. Cosa che puntualmente avvenne. Nell’arco di un paio di anni Borton scrisse qualcosa come dieci diverse versioni della sceneggiatura iniziando però a ricevere rifiuti da parte di tutti gli uomini di cinema cui andava a proporre il progetto.

Progetto che da quegli anni lontani fino al 2012 si è dovuto scontrare con la bellezza di 137 rifiuti, passando di mano in mano a diversi registi affascinati dall’insolita vicenda di redenzione quasi evangelica di un pezzo di galera convertito al bene dall’attacco di una malattia devastante. Il primo a vagheggiarne una realizzazione fu Dennis Hopper che nel 1995 aveva pensato di affidare la parte di Ron a Woody Harrelson senza però trovare fondi adeguati. In seguito la palla passò a Marc Forster che avrebbe voluto Brad Pitt e quindi nel 2008 addirittura Craig Gillespie che invece lo andò a proporre a Ryan Gosling senza però poter venire a capo della questione dei finanziamenti.

A riuscire nell’impresa è stato invece il cinquantenne canadese Jean-Marc Vallée che nel 1995 con il film d’esordio Liste noire aveva centrato il maggior successo ai botteghini del suo paese, imponendosi poi sui palcoscenici internazionali con C.R.A.Z.Y (ritratto tragicomico e molto colorato della scoperta dell’omosessualità da parte di un giovane canadese) e quindi con due titoli in costume, ovvero The Young Victoria e Café de Fiore, il primo incentrato sulla giovinezza della regina inglese e il secondo su una madre francese dei primi anni ’60.

Costato una cifra risibile, Dallas Buyers Club ha già ampiamente ripagato regista e produttori (molto indie e per questo maggiormente degni di rispetto) anche se per ora soltanto sul piano della gloria: ai due straordinari interpreti dei personaggi principali, Matthew MacConaughey e Jared Leto, sono infatti andati i Golden Globe come migliore attore protagonista e miglior comprimario, mentre il film si presenta alla serata degli Oscar forte di ben sei candidature mostrando di poter dare del vero filo da torcere a tutti.

Se sarà così, in buona parte dipenderà dalla prova di Matthew MacConaughey (premiato come miglior attore anche al Festival di Roma): dopo anni di parcheggi in melense commedie rom-com a fare la bella statuina tutto muscoli e riccetti a uso e consumi dei palpiti emotivi di ragazzette in fiore, a partire da Killer Joe questo ragazzone texano ha dimostrato di essere un attore di razza capace di misurarsi con ruoli che anche cinque anni fa nessuno avrebbe anche solo immaginato di poter associare alla sua bellezza apollinea da modello di Armani.

Seguace della scuola dei più grandi perfezionisti di Hollywood, in questo melodramma a tratti anche un po’ furbetto per il ricatto morale che fa allo spettatore (“devi commuoverti per forza”), MacConaughey ha deciso di accettare una sfida impossibile di quelle che solo alcuni divi sono in grado di vincere: dimagrire di 23 chili in pochi mesi in modo da rendere in maniera realistica l’immagine di un uomo divorato dal morbo. E la riuscita è così impressionante da sconcertare. Al punto da far pensare che sia veramente malato e non stia soltanto recitando una parte.

Diviso tra la volontà di raccontare un percorso quasi biblico di redenzione dal peccato alla santificazione in terra e l’urgenza di denunciare le collusioni tra le autorità federali preposte all’approvazione dei medicinali su scala nazionale e la loro collusione interessata con grandi colossi farmaceutici, Dallas Buyers Club concentra tutto il peso della narrazione sul percorso di espiazione del protagonista e sulle sue battaglie di impegno civile contro il malaffare che impera a livello politico nella gestione di delicate questioni medico-sanitarie.

E se da una parte questa focalizzazione monomaniaca sul personaggio di Ron ha un suo senso logico nel volerlo far assurgere a paradigma esistenziale assoluto di un possibile percorso di redenzione ed espiazione che dev’essere di monito ed esempio per ogni individuo del suo calibro, dall’altra trascura fin troppo il resto delle vicende relegando i personaggi di contorno (figurine archetipiche come il medico buono e integerrimo, gli agenti cattivi e corrotti, il transessuale dal cuore d’oro) al ruolo di comprimari sbiaditi cui restano solo scampoli di pellicola in cui non fanno altro che servire da pretesti agli a solo a volte fin troppo strappalacrime del protagonista.

Trama

Texas, fine anni ’80. Dopo aver scoperto casualmente di essere sieropositivo e di avere non più di un mese di vita di fronte a sé, un cowboy da rodeo omofobo e tossicodipendente oltre che abituale frequentatore di prostitute cambia in maniera radicale e si converte in paladino dei malati di AIDS combattendo con tutte le sue forze contro la miopia delle autorità sanitarie statunitensi che, prone alla dittatura di alcune case farmaceutiche, negano ai malati come lui la possibilità di accedere a terapie alternative.