Cosa piove dal cielo? un film di

La scena di apertura (che da sola giustifica sia il titolo italiano che il bizzarro poster del film) dice tutto quel che si deve sapere su questa commedia surreale incoronata come miglior lungometraggio da giuria e pubblico all’ultima kermesse romana: mentre in un paesaggio cinese da sogno un giovane si prepara a dichiarare il proprio amore a una bella fanciulla con tanto di anelli di fidanzamento, ecco che dal cielo piove una mucca che precipita a velocità supersonica sulla coppia centrando in pieno la povera malcapitata e troncando l’idillio prima ancora che possa sbocciare. Che senso abbia l’intera sequenza all’interno dell’economia della sceneggiatura lo si scopre solo verso la fine del film. Prima però di arrivare fino a quel punto (quando ormai ci si è quasi scordati di un inizio tanto sinistramente spettacolare), si ha tempo per convincersi una volta di più di quanto il miglior cinema proveniente dal sud del continente americano sia sempre all’insegna della bizzarria narrativa e del non allineamento a mode e canoni estetici in voga nel nord di quella stessa parte di mondo e alle nostre latitudini.

Anche quando – come nel caso di questa dolente commedia agrodolce – un cineasta argentino si interroga su temi delicatissimi e attualissimi quali il confronto tra razze agli antipodi, l’integrazione culturale che dovrebbe far seguito a ogni moto migratorio e il confronto tra mondi all’apparenza impossibilitati a comunicare verbalmente ma capaci di trovare un terreno condivisibile sul piano della comunione di intenti e sentimenti.

In una Buenos Aires anonima e grigia, il ferramenta Roberto ne è il perfetto corrispettivo oggettivo sul piano umano: orfano di immigrati italiani ma anche reduce dalla guerra delle Malvinas/Falklands, sopravvive a una serie di rituali di maniacale quotidianità (il lavoro in negozio, il rapporto coi clienti, i brevi dialoghi con il giornalaio dell’edicola accanto e le visite interessate di una bella ragazza di campagna innamorata di lui ma di certo non ricambiata), in un simulacro di esistenza che si regge solo grazie alla ripetitività ossessiva di gesti e abitudini. Burbero, chiuso e musone, Roberto fa di tutto per evitare di lasciarsi coinvolgere dalla vita vera, limitando il proprio contatto con l’esterno a un buffo hobby alquanto démodé: ogni giorno passa in rassegna buona parte dei quotidiani di lingua spagnola pubblicati in Sudamerica, ritagliando e incollando in grossi quadernoni formato A4 quelle notizie che i cronisti sensazionalistici dell’età ellenistica avrebbero chiamato memorabilia e che finiscono nel suo catalogo dell’assurdità solo se ne sono una quotidiana conferma.

Questo elettrocardiogramma assolutamente piatto ha un improvviso scossone quando nella vita di Roberto irrompe un giovane cinese scaricato in malo modo da un taxi proprio mentre il ferramenta sta offrendo al pubblico un’ulteriore prova della sua allergia alla vita (lo vediamo infatti impegnato in un picnic domenicale alquanto inconsueto visto che è fermo con la macchina in una piazzola a osservare gli aerei che decollano e atterrano). Giunto in Argentina per cercare il solo parente che gli resti al mondo – lo zio paterno -, il ragazzo non sa una parola di spagnolo e ha tatuato sul braccio l’indirizzo del congiunto.

Da quel momento in poi il film ha una virata inaspettata e decisa che mette da parte l’autopsia interiore del carattere del protagonista concentrandosi sull’impatto che la comparsa del nuovo personaggio ha su quel carattere stesso: in un balletto tragicomico di sentimenti contrapposti che alternano pulsioni altruistiche a chiusure egoistiche così come slanci emotivi a insopprimibili frustrazioni, tra i due universi incompatibili si viene progressivamente a stabilire una forma di empatia cui alla fine non è esagerato dare il nome di amicizia. Non potendo comunicare con un individuo che accresce la sua solitudine con ulteriore carico di solipsismo involontario, Roberto se ne vorrebbe istintivamente liberare per tornare al proprio deserto intimo fatto di routine e manie. Ma ogni volta che cerca di farlo, a ribellarsi sono il suo buon cuore e il pensiero che il giovane cinese – orfano come lui – non abbia nessun altro al mondo cui affidare la propria disperazione.

E non è un caso che, alla fine di questo insistito tira e molla, sia proprio l’immigrato tutto gesti, facce buffe e silenzi espressivi a trasformare Roberto in ciò che la vita gli ha impedito di essere fino a quel punto (crudele com’è stata con lui per avergli sottratto i genitori in tenera età, ma soprattutto per avergli devastato la giovinezza sbattendolo a combattere nella guerra per le isole Falklands, qui ricordata con due rapidi ma intensi flashback): e cioè un individuo finalmente sociale, capace di interagire con gli altri capendone ragioni e peculiarità.

Forse un po’ sopravvalutato, questo piccolo ma intelligente atto d’accusa contro ogni forma di pregiudizio razziale e di chiusura verso chi è diverso da noi è una specie di Gran Torino in salsa sudamericana riveduto e corretto con qualche spruzzata di Lost in Translation. Ma l’operazione narrativa della trasformazione di un burbero asociale in una creatura aperta al mondo grazie alla mediazione di chi di solito è visto sempre e solo come elemento destabilizzante (l’immigrato) non avrebbe avuto la stessa efficacia se nei panni del ferramenta scorbutico non ci fosse stato Ricardo Darín, lo straordinario attore argentino passato da una lunga gavetta nelle stalle delle peggiori soap alle stelle di prima classe di Nove regine e de Il segreto dei suoi occhi, e qui capace da solo di giustificare il costo del biglietto.

Trama

Roberto, scontroso proprietario di un negozio di ferramenta, ha alle spalle una vita costellata di eventi drammatici che lo hanno portato a chiudersi in un universo solitario. L’incontro casuale con giovane cinese che non parla una parola di spagnolo e che è giunto a Buenos Aires in cerca di uno zio è destinato però a cambiargli l’esistenza facendo riemergere in lui la capacità di convivere con gli altri e di aprirsi al mondo