Corpo e anima un film di

La sua  filmografia è lunga circa trenta anni ma conta appena nove  titoli, tra i quali il più noto era, sino a oggi,  quel Il mio XX secolo, datato 1988, storia intrisa di magia,  ma anche omaggio al cinema del passato, che a Cannes le era valsa, l’anno dopo, la Camera d’or. Adesso,  la regista ungherese Ildikó Enyedi, una laurea in economia prima degli studi di cinema  e la formazione presso gli studi Bela Balasz, torna sugli schermi dopo quasi un decennio di assenza (e a diciotto anni dal suo ultimo lungometraggio).  Lo fa con un film esteticamente folgorante (premiato con l’Orso d’oro alla scorsa Berlinale e designato tra i “Film della critica” del SNCCI), i cui codici visivi e sonori veicolano emozioni profonde,  mentre la drammaturgia si fonda su contrasti e dicotomie: quella tra corpo e anima del titolo, ma anche tra luce e buio, sogno e veglia (per la regista la prima ispirazione nasce dai versi di una poetessa magiara che parlano, tra l’altro, del cuore come “fiamma vacillante, catturato in spesse nubi di neve”). Tutto il racconto è immerso poi in un esasperato dualismo cromatico: da una parte il bianco, come la neve nei sogni dei due protagonisti,  come le divise, le pareti, le carni scuoiate e sezionate dei poveri animali nel mattatoio dove ha luogo  la storia; dall’altra il rosso, come il sangue che scorre e sgorga, come la passione. Come l’amore, pure? Fassbinder e Truffaut (e ora anche la Enyedi) ci avevano già spiegato che l’amore, in realtà, può essere “più freddo della morte” se dell’amore, e dunque della vita, abbiamo paura.

Paura della vita, rimozione del piacere  (ma in compenso una forte tendenza al dovere e al rispetto pedissequo delle “normative”),  analfabetismo emozionale e relazionale, postura rigidissima e sguardo imperscrutabile, che “pietrificano” le persone intorno a lei, oltre a una memoria da cervello elettronico, sicuramente un po’ patologica.  Sono alcune delle  caratteristiche, scoperte o che scopriamo assai presto, della bionda Maria, una funzionaria statale spedita a curare i controlli di qualità di un mattatoio privato. E’ là che incontra Endre, il direttore amministrativo, un uomo che ha superato i 50 anni,  ancora aitante a dispetto di un braccio paralizzato, ma ormai deluso dalla vita e dai suoi tanti legami spezzati. Ogni sera, finito il lavoro, smesse le maschere dei ruoli sociali e produttivi, dentro le mura di appartamenti  anonimi, Maria ed Endre ritrovano le proprie abissali solitudini, appena anestetizzate dalla televisione sempre accesa a casa di lui,  o dagli  strani giochetti con saliere e pupazzetti a casa di lei, che così riannoda i nastri delle conversazioni del giorno, grazie alla sua infallibile memoria.

Ma è nei sogni che i due, così diversi, così simili (ad esempio, nel difficile rapporto con il cibo, che è senso e materia), si incontreranno. Questa inattesa, inquietante,  ma al tempo stesso inebriante complicità scatenata dalla casuale scoperta di condividere lo stesso sogno, imprime alle vicende un svolta verso direzioni imprevedibili, come i sentimenti. E’ assai abile la Enyedi a dipanare con mano sicura i fili di una storia  che sfidando nello spettatore  la sospensione dell’incredulità, assorbe pian piano ogni vicenda di contorno e si concentra sul rapporto esclusivo tra i due protagonisti e su quello che è forse il nucleo narrativo più forte, il risveglio di Maria dal suo lungo letargo. Per sottolineare quel difficile percorso di riapprendimento  dei sensi e delle emozioni, la regista ricorre a inquadrature discrete,  oblique, spesso nascoste o mediate da specchi, a dissolvenze, a movimenti di macchina che spiano piccoli gesti,  a vibrazioni  sonore,  e soprattutto a riflessi e rifrazioni di luce, come quando vediamo il volto della donna  accarezzato dal sole che filtra dalla finestra (ed anche lei accarezzerà di nuovo il suo volto…).

A incarnare e nutrire, passo dopo passo, il racconto di quel cammino tortuoso verso l’amore, tra illusione, disillusione, disperazione, salvezza,  vi è la straordinaria interpretazione di Alexandra Borbély

 

A incarnare e nutrire, passo dopo passo, il racconto di quel cammino tortuoso verso l’amore, tra illusione, disillusione, disperazione, salvezza, sempre credibilmente  e senza mai una sbavatura,  vi è la straordinaria interpretazione (con cui ha già vinto gli European Film Award a dicembre) di Alexandra Borbély, giovane ma già affermata attrice di teatro,  qui alla sua seconda prova nel cinema (ma ha lavorato anche in serie televisive). Al suo fianco, brilla e stupisce in egual misura la bravura – in una performance  giocata molto per sottrazione nei panni di un personaggio schivo e umbratile – di un attore esordiente, quel Géza Morcsányi  che in Ungheria è un esponente assai apprezzato della scena culturale (per venti anni ha diretto la più importante casa editrice del paese e tra le sue amicizie ha potuto vantare quelle con scrittori del calibro di Imre Kertész  o Péter Esterházy). Del resto – né poteva essere forse diversamente in una storia che narra di una simbiosi che ha luogo nei territori dell’anima e del sogno – l’intero film si regge sulla capacità di entrambi i protagonisti di esprimere al tempo stesso la loro forza e la loro fragilità, una combinazione che rende certe prove d’attore e d’attrice, come queste,  memorabili, al pari degli sguardi che i due si lanciano mentre “si scambiano” i sogni…

Ma è il cinema della Enyedi ad aver vinto a pieno, insieme a loro, la sfida di un film sulla carta tutt’altro che facile, grazie al suo talento e alla sua resilienza dopo tanti progetti e altrettanti rifiuti produttivi in questo ultimo lungo arco di tempo (terapeutico, per sua  stessa ammissione,  è stato aver potuto curare per 5 anni per HBO Ungheria la versione locale della famosa serie “In Treatment”).   In Corpo e anima la regista è riuscita, oltre  a rendere possibile la magica alchimia tra un’attrice professionista e un non professionista nei ruoli principali, a fondere diversi generi, come il dramma amoroso e la commedia romantica che fa qua e là capolino, e registri stilistici (questa versatilità e tensione sperimentale hanno in fondo sempre contraddistinto le sue scelte e lo dimostrato film poco noti da noi come Magic Hunter, 1994,  e Simon Magus, 1999).

Muovendo – e facendo muovere i suoi personaggi – sull’incerto crinale tra veglia e sogno Ildikó Enyedi ci ha regalato un film dove – proprio come accade nelle opere di Kafka –  nella realtà del giorno tutto è ambiguo, contraddittorio, sfocato, mentre i sogni sono i luoghi in cui la descrizione si fa nitida, precisa, inequivocabile, “a fuoco”. In quel sogno – che ciascuno di noi, sembra dirci la regista,  può ancora sognare –   gli animali sono liberi, non attendono senza ribellarsi la morte, ma corrono felici, finchè non scompariranno dal quadro, avendo appreso, almeno un po’, quel mestiere difficile che è vivere, e amare.