Che strano chiamarsi Federico ! un film di

Mancano ormai poche settimane al ventennale della morte di Federico Fellini (Rimini 20.1.1920 – Roma, 31.10.1993). Venti anni, e che anni. Se appena ci voltiamo indietro, vediamo subito quanto sia cambiata da allora la nostra vita e come da lì a pochissimo sarebbe cambiata anche la politica. Se fosse rimasto con noi, Fellini ci avrebbe forse aiutato a trovare degli antidoti, a reagire, a ritrovare il sorriso che poi abbiamo a poco a poco perduto (come notava in una recente intervista Fabrizio Gifuni). Ma anche lui, del resto, negli ultimi film era diventato più cupo e meno solare. Aveva fatto in tempo a vedere l’invasione delle tv commerciali berlusconiane contro i cui spot ammazza-film dedicò molte energie negli ultimi anni di vita (come ha giustamente ricordato anche Roberto Andò nel suo Viva la libertà), mentre per difenderci dalla volgarità e dal frastuono già dilaganti ci aveva regalato il suo testamento filmico La voce della luna (1990).

Per l’occasione, da un’idea produttiva di Roberto Cicutto, il suo più giovane (di undici anni) ma vecchio amico e complice  Ettore Scola  torna dietro la macchina da presa per comporre con Che strano chiamarsi Federico (nelle sale dal 12 settembre) quello che lui stesso ha chiamato un album visuale, alternando ricostruzioni di fantasia e  autobiografiche,  materiali d’archivio e documenti vari -fotografie, memorabilia, e soprattutto schizzi e disegni, che invadono a più riprese lo schermo, sin dalla prima immagine (in gran parte inediti, concepiti da Scola per il film). Del resto, proprio il disegno, ben prima del cinematografo, fu la loro originaria passione comune e uno dei loro più significativi trait d’union (entrambi erano celebri per i  meravigliosi story-board grafici dei loro film). La storia  inizia infatti col “Marc’Aurelio”, il celebre bisettimanale satirico che era tra le poche testate a permettersi di irridere  sia pure tra le righe (e  le vignette) la retorica e la propaganda del regime fascista e rappresentò una palestra professionale  anche per il cinema italiano prima e dopo la guerra (vi scrivevano tra gli altri la premiata ditta Metz e  Marchesi, Zavattini, De Seta,  Ruggero Maccari, Steno, ecc.; poi nel 1948, dopo la chiusura forzata per 5 anni imposta dalla guerra e dalla ricostruzione, oltre a Scola, giunsero anche Age e Scarpelli. E Fellini? Se ne era già andato, sulla via di Cinecittà e del mitico Teatro 5, avendo già incontrato, tra gli altri, Rossellini di cui fu per anni assistente. Ma in redazione ci era arrivato direttamente da Rimini già nel 1939 – il film parte proprio da là –  e vi avrebbe trascorso alcuni anni di gavetta creativa  riuscendo a imporre i suoi testi, disegni e rubriche, poi iniziando a fare il “negro” come sceneggiatore per tanti registi (altro destino condiviso da Scola a inizio carriera).

Al di là delle ricorrenze formali,  questo film, sceneggiato da Scola con le figlie Paola e Silvia, si rivolge ovviamente a un pubblico assai ampio ed interpella – attraverso l’autore di film i cui soli titoli sono divenuti linguaggio comune – il nucleo duro e trasversale –  per età, censo e cultura – della memoria e dell’immaginario cinematografico di un paese  (Fellini, nel bene e nel male,  aveva un seguito ben più popolare che Antonioni e Bertolucci; e anche i suoi Oscar,  da quelli iniziali sino all’ultimo alla carriera, avevano avuto  anche il sapore di una rivincita e di un riconoscimento universale dell’estro creativo italico).

Ma da questo punto di vista, e a nostro giudizio, l’operazione è riuscita  solo a metà. Ovviamente, i tanti personali intrecci biografici ed artistici spingono Scola  a comporre un doppio album, che è quello di Fellini, ma anche il suo, e forse a dare per scontate, o già raccontate (come è senz’altro vero) le vicende umane e cinematografiche di Fellini.  E se è dunque molto bello scoprire questi nodi  e rimandi (uno per tutti, il Mastroianni che non potè essere Casanova per Fellini ma lo fu anni dopo per Il mondo nuovo di Scola), forse i giovani che vedranno il film resteranno con molte curiosità sul rapporto tra Fellini e le donne (l’altro pianeta e lo specchio oscuro, come usava dire), il suo metodo di lavoro, il suo rapporto con attori, attrici e tutte le maestranze della macchina cinema.

Però la giostra finale -alternata a un vorticoso “blob” di immagini-frammento di tutto il suo incredibile romanzo filmico- vale da solo il biglietto e ci invoglia tutti a rivedere il suo cinema, a rileggere le sue interviste (ad esempio quella fantastica, datata 1979, fattagli dall’amico Enzo Biagi) e, s’intende, anche la splendida biografia dedicatagli da Tullio Kezich.