Charley Thompson un film di

Con solo due film all’attivo (gli acclamatissimi Weekend e 45, titolo che valse a Charlotte Rampling la prima nomination all’Oscar in cinquant’anni di carriera) l’inglese Andrew Haigh si è ritagliato a buon diritto un posto nella nicchia di quel cinema d’autore in cui la confezione di sceneggiature perfette non è mai separata dalla capacità di (ri)costruire intorno ai personaggi una visione compiuta di uno specifico pezzo di mondo.

Per questo suo terzo lungometraggio — in concorso lo scorso settembre a Venezia dove era stato salutato sia dal pubblico che dalla critica come uno dei momenti più emozionanti dell’intera kermesse e dove il giovane protagonista Charlie Plummer aveva conquistato un più che meritato Premio Mastroianni come miglior attore emergente — Haigh ha deciso di spiazzare quanti ne hanno apprezzato i due precedenti lavori adattando al cinema una dolente riflessione sull’America dei giorni nostri quali La ballata di Charley Thompson del folk-singer e scrittore Willy Vlautin (edito in Italia da Mondadori).

E come spesso è capitato alla lunga lista di autori europei che hanno deciso di raccontare storie ambientate negli USA per offrire una propria lettura di quel mondo capovolgendo spesso gli stereotipi con cui i colleghi americani ne hanno sempre celebrato le magnifiche sorti progressive, anche nel caso di Haigh questo imprevisto incontro/scontro ha prodotto un cortocircuito di qualità il cui risultato ultimo è un ritratto senza veli dell’umanità dolente e delle ferite di un paese che nessun collega a stelle e strisce avrebbe forse mai saputo e osato disegnare.

Charley Thompson (titolo italiano che cerca di trovare un compromesso tra quello del libro e il ben più pertinente Lean on Pete — ovvero «Affidati a Pete» — della versione originale) racconta la storia di un quindicenne che sogna di poter avere ciò su cui qualsiasi suo coetaneo sembra poter contare per default nella vita. E cioè una famiglia normale, degli affetti certi su cui poter contare e una stabilità spazio-temporale che gli permetta di consolidare amicizie destinate a durare dai banchi di scuola all’uscita dall’adolescenza.

Ma a lui è andata male. Gli è toccata una madre che lo ha abbandonato quando era piccolissimo, lasciandolo così alle cure (si fa per dire) di un padre single instabile e ubriacone incapace di stare lontano dai guai e per questo costretto a spostarsi febbrilmente da un punto all’altro del paese per sfuggire ai fantasmi della bottiglia e a mariti cornuti decisi a fargli pagare care le scappatelle con le consorti fedifraghe (l’ultimo dei quali destinato a convertire Charley in un orfano a tutto tondo dopo aver sparato nella pancia del padre a metà film).

Rimasto solo al mondo, Charley si affeziona a Dan Montgomery, un allevatore di cavalli al tramonto (uno strepitoso Steve Buscemi nei panni dell’ennesimo loser di una lunga serie), ma soprattutto a Lean on Pete, un quarter baio che Dan decide di vendere quando si accorge che non è più in grado di essere competitivo e vale solo più come carme da macello.

È a quel punto che il film, dopo aver costruito con sagace dosaggio progressivo di elementi il personaggio di Charley e la sua adolescenza negata grazie alle logomachie con lo scorbutico dal cuore d’oro Dan, prende una piega del tutto diversa: da semplice e programmatico disegno di una storia esemplare di umanità ai margini di tutto nel paese in cui tutti sembrano invece poter avere accesso a tutto, Charley Thompson si trasforma all’improvviso in un road movie della disperazione attraverso gli spazi sterminati delle praterie del nord ovest americano.

…Charley Thompson si trasforma all’improvviso in un road movie della disperazione attraverso gli spazi sterminati delle praterie del nord ovest americano.

Saputo del destino che toccherà al povero Pete, Charley lo sottrae alle grinfie di Dan e parte alla volta del Wyoming, dove spera di poter (ri)trovare la zia Mary, sorella di quel padre assente che gli è capitato in sorte e con la quale il genitore aveva interrotto ogni forma di contatto nel momento in cui lei gli aveva teso una mano fraterna per aiutarlo nell’improba impresa di vincere la battaglia persa con l’alcol e dare al figlio una parvenza di normalità.

Alternando piccoli grandi crimini da sopravvivenza (ruba la benzina per proseguire nel viaggio, mangia a sbafo senza pagare il conto rischiando di finire al fresco e massacra a colpi di crick un homeless che lo deruba) a incontri con personaggi archetipali da Grande Depressione che sembrano scappati da un romanzo di Steinbeck, il ragazzino vaga per le lande sterminate che dall’Oregon lo portano fino al Wyoming creando col cavallo quel rapporto di amicizia cameratesca che la vita gli ha impedito di costruire con un rappresentante della propria specie.

Ed è proprio dai lunghi monologhi che Charley rivolge al cavallo mentre cerca di raggiungere la sua Itaca del cuore che lo spettatore ha modo di scoprire a rebours la vita a ostacoli che il ragazzino cresciuto troppo in fretta è stato costretto a subire sulla propria pelle senza che la più avanzata delle società occidentali sia stata in grado di offrirgli un’alternativa a un destino fatto solo di disperazione e sofferenza.

E la forza più intima di questo western esistenziale spacciato per romanzo di formazione sta proprio nella bellissima sua seconda parte. Ovvero là dove il travestimento del road movie col protagonista che sussurra ai cavalli si libera della maschera e si rivela per quello che è nel profondo: il ritratto impietoso — fatto con gli occhi disincantati di un cineasta europeo — di quell’America profonda che da decenni si dibatte nei gorghi della sua umana disperazione lottando invano contro un destino di emarginazione che relega milioni di cittadini nella provincia di tutto negando ogni forma di futuro e di speranza.

L’odissea privata che Charley vive nel suo drammatico viaggio di ulisside reietto verso un’Itaca da chiamare «casa» (con tutto ciò che vi ruota intorno) è il sintomo e il simbolo di un’America ferita che vive relegata da sempre ai margini di ogni sogno possibile. Quella fetta immensa di desolazione sociale e antropologica che dopo decenni di segregazione in patria non ha creduto ai propri occhi quando un candidato alla Presidenza si è presentato al paese mettendo in cima alla lista del suo frullato di demagogia per stolti la restituzione della dignità perduta a chi da troppo tempo non l’ha mai avuta.

Nel viaggio di Charley (durante il quale non si vede un solo telefono cellulare, le strade pullulano di senzatetto all’ablativo della vita e non si ha i soldi per mettere insieme il pranzo con la cena) tutti i loser che incontra e la sua stessa missione impossibile di arrivare dalla zia in compagnia del cavallo non negano in toto alcuni miti perenni dell’immaginario americano quali la certezza di potercela fare grazie solo alla determinazione, il sogno di successo che non può essere negato a nessuno e la forza dell’uno contrapposta all’impotenza delle masse.

Ma siamo in un film che più europeo non potrebbe essere. Dalle parti di Paris Texas o di Ebbing nel Missouri (tanto per citare altri due grandi ritratti a tinte forti dell’America fatti da cineasti del vecchio continente). Anche quando Charley e Pete sono puntini irrilevanti nello sterminio delle praterie e sembra che il mito della Frontiera con le sue verdi promesse di futuro a portata di tutti possa essere una funzione consolatrice come lo era nel western classico, lo spettatore capisce benissimo che per quelli come lui non c’è speranza su cui scommettere (come nelle corse in cui Pete si sfiancava per far vincere un pugno di dollari a Dan).

A Laramie, nel Wyoming, Charley alla fine ci arriva davvero e trova anche la zia Mary. Ma nell’ultima scena, quando sembra che anche per lui ci sia adesso l’inizio di un nuova vita, il ragazzo si ferma mentre sta facendo jogging per strada e si volta guardando fisso in camera con uno sguardo carico di grevi presagi. Come se volesse dire, non a caso sulle note struggenti di The World’s Greatest di R. Kelly rifatta da Bonnie Prince Billy, «non vi illudete troppo, tanto per quelli come me finisce sempre allo stesso modo».