C’est la vie — Prendila come viene un film di ,

Dopo il mezzo passo falso di Samba di tre anni or sono, i golden boy della via francese al feel-good movie che regala allo spettatore ventate di sereno ottimismo portandolo per mano su sentieri di melassa tornano a quello che hanno dimostrato di saper fare più che bene. E cioè la commedia di intrattenimento leggero la cui chiave del successo è un mix di personaggi bizzarri (ma disegnati a meraviglia nella loro complessa originalità) chiamati a interagire in contesti molto particolari ma capaci di suscitare forti emozioni nel pubblico disposto a provarle.

E non è certo un caso che sulla locandina del film e in tutti gli spot che ne hanno preceduto l’uscita sia scritto a caratteri cubitali fin sopra il titolo stesso che C’est la vie — Prendila come viene (20 milioni già incassati in Francia) è il nuovo parto della coppia responsabile di Quasi amici. Ovvero un successo planetario che solo in Italia aveva staccato biglietti per 15 milioni di euro (mentre l’ambizioso pasticcio di impegno sociale rappresentato da Samba — cui nella stessa locandina non si fa cenno alcuno e per ben ovvie ragioni — non aveva superato i 750 mila, non ostante il traino del film precedente).

Il duo Nakache-Toledano (tre cortometraggi e sei film insieme fino a qui) riparte proprio da una sorta di nostalgico dove eravamo rimasti. E cioè riprende la formula vincente di Quasi amici e di I nostri giorni felici: primi amori, primi vizi, primi baci. Solo che questa volta sceglie di immergersi in uno dei più abusati e retrivi scenari che si possano immaginare al cinema. Ovvero una festa di matrimonio in un contesto alto-borghese. Facendolo però secondo i crismi del duo. Cioè un approccio molto originale che alterna tanto la dissacrazione alla citazione quanto la riuscitissima tipizzazione quasi da commedia dell’arte a ventate stucchevoli di buonismo di maniera.

C’est la vie — Prendila come viene (titolo di facile consumo scelto dalla distribuzione italiana che non rende certo giustizia all’originale Les sens de la fête, più raffinato ma anche molto più in linea con quanto raccontato dalla sceneggiatura) è una farsa corale a tratti pungente e divertente nella quale lo spettatore assiste da dietro le quinte e in tempo reale alla preparazione di un matrimonio faraonico in un castello settecentesco poco fuori Parigi dove la coppia di sponsuri borghesucci nouveau riche — lui pedante fino alla noia, lei passiva e bidimensionale come una figura di Peynet — ha deciso di regalarsi una serata memorabile con tanto di camerieri vestiti da lacchè e parrucche ancien regime in testa.

L’aspetto più originale dell’intera operazione è forse proprio questa scelta di punto di vista all’interno di un soggetto convenzionale e logoro. E cioè far vedere a chi sta in sala in cosa consista la preparazione di un evento tanto macchinoso quanto una festa di nozze in un simile contesto d’antan. Qualcosa che somiglia in parte alla realizzazione di un film, con il navigato wedding planner Max che deve affrontare le stesse gatte da pelare che toccano a un regista. E cioè incidenti a catena, imprevisti, screzi tra i membri della sua troupe, ansie di vario genere e catastrofi annunciate che alla fine si convertono in un successo inatteso.

Logorato da una vita nel settore ma anche alle prese con una relazione adulterina con una dipendente e l’incapacità di rivelare alla moglie la voglia di lasciarla (anche se è poi proprio lei a comunicargli di averlo cornificato per anni), Max deve vedersela nel corso della giornata con una brigata multietnica e anarcoide che definire bizzarra è puro eufemismo. Dall’irascibile e sboccato braccio destro Adèle al cognato Julien (ex professore di lettere ossessionato dall’ortografia e dal «bel parlare»), da un cameriere abusivo che pensa che capesante e San Pietro siano figure religiose e non pesci a un infoiato fotografo scroccone, per finire con un cantante tamarro e démodé che storpia Eros Ramazzotti cantandone una canzone in una specie di grammelot da Nome della rosa che ha la faccia tosta di spacciare per l’originale.

 Nakache e Toledano sono acuti nel saper disegnare personaggi memorabili

Una giostra di misfit a vario titolo che dimostrano quanto Nakache e Toledano siano acuti nel saper disegnare personaggi memorabili tratteggiandoli come tipi cui viene chiesto di ribadire all’infinito la stessa gag (senza però mai stancare). Un meccanismo questo che funziona alla perfezione per quasi tre quarti di pellicola. Ovvero dal momento in cui lo spettatore li incontra per la prima volta fino a quando la ventata buonista degli ultimi venti minuti di pellicola ne converte gli umori mercuriali in blande figurine senza più forza che da sabotatori involontari e goffi dell’impresa di Max si trasformano tutto d’un tratto in anime belle pronte a dare fiato a un finale sgonfio e mellifluo in cui tutto s’aggiusta e ognuno può guardare con ottimismo al domani che lo attende.

Il che è un vero peccato perché Nakache e Toledano dimostrano davvero di non riuscire a scrollarsi di dosso la nomea di paladini di una commedia vacuamente consolatoria pur partendo dal presupposto di fare della scorrettezza politica e dell’approccio non convenzionale alla materia trattata un autentico assioma: con un soggetto come quello che avevano in mano e con a disposizione la qualità genuinamente istrionica non solo del magnifico Jean-Pierre Bacri (Max) ma di quasi tutti gli attori chiamati a raccolta per dare fiato a questa versione un po’ sgonfia di Hollywood Party in chiave transalpina avrebbero potuto rivaleggiare con la cattiveria pungente di certa commedia all’italiana. Che, come qui chiaramente dimostrato, i francesi confermano di non saper (né forse voler) fare, preferendo all’amaro in bocca di un finale da pugno in bocca il sorriso rassicurante di chi ti sveglia da un brutto sogno facendoti capire che la Vita non è poi tanto male.

A questo va poi aggiunto un certo senso di straniamento che prova lo spettatore medio visionando la versione doppiata per il mercato italiano. Impossibile infatti restituire nella nostra lingua molti dei sottili giochi linguistici di cui è protagonista il cognato di Max (ossessionato dagli errori di grammatica e sintassi commessi da molti dei personaggi con cui interagisce ma anche dalla decisione dell’Académie française di eliminare l’accento circonflesso dalla corretta grafia) così come le moltissime allusioni a romanzieri e chasonnier ignoti ai più.

Gli ingredienti per sfornare il grande film corale che graffiasse con sana cattiveria sapendo però anche far ridere di gusto c’erano tutti. Qualcosa che facesse pensare al capolavoro di Blake Edwards (con finale rovesciato e senza disastri di alcun tipo) strizzando l’occhio ad altri grandi titoli di ambiente analogo quale l’altmaniano Un matrimonio o il ferocemente british Quattro matrimoni e un funerale. E invece, tanto per citare il titolo ormai cult di Nakache e Toledano al meglio del loro mix di melassa e impegno, ne è uscito solo un quasi film che lascia l’amaro in bocca dopo aver illuso per un’ora buona. C’est la vie, e occorre appunto prenderla come viene.