Cell un film di

Nel 2006, lo stesso anno in cui era uscito il libro scritto da Stephen King, il progetto di Cell era stato  assegnato a Eli Roth, già autore dei noti horror come Cabin Fever (2002) e Hostel (2005), che lo avrebbe potuto realizzato al termine delle riprese di Hostel: Part II (2007).
Due anni dopo Roth rinuncia al progetto per differenze di opinioni con la produzione, così, Stephen King prende in mano la sceneggiatura cambiando il finale del libro poiché non era stato molto compreso dal pubblico; ma lo script dell’autore del romanzo viene successivamente rimaneggiato dal giovane Adam Alleca, il quale aveva mostrato buone capacità con L’ultima casa a sinistra (The Last House on the Left, 2009).

Girato in soli venticinque giorni nel febbraio del 2015, Cell è divenuto una sorta di film “non gradito”, tanto da cambiare tre distributori prima di uscire on demand su Internet all’inizio di giugno. Dopo le pesanti stroncature oltreoceano, la vita del lungometraggio appare, quindi, sempre più difficile anche in Europa.

Diretto con mestiere, ma senza originalità, da Tod Williams (autore di Paranormal Activity 2 – 2010) – risente di vari seri problemi. Primo fra tutti il budget limitato, secondo il fatto che il soggetto e in parte la sceneggiatura sono stati scritti dall’intoccabile Stephen King, terzo, ma questione non meno importante, che John Cusack, attore che aveva aderito al progetto già nel 2010, è uno dei produttori esecutivi. Da tempo non più al lavoro come regista, Williams ha così accettato coraggiosamente questo difficile progetto da cui in molti si erano ritirati, compreso la Dimension Film.

Ma andiamo alla prestazione degli interpreti. Per problemi di impegni lavorativi, Samuel L. Jackson ha dovuto saltare moltissime scene: nonostante la bravura dell’attore, dunque, si ha la sensazione di essere di fronte ad una delle sue peggiori prove. Presente nei primi brani, pochissimo nello sviluppo della storia, più raccontato che visto nel finale, Jackson non riesce a costruire a sufficienza il personaggio. Peggio di lui John Cusack, più zombie dei morti viventi che popolano il film. Viso inespressivo, non riesce mai a divenire credibile nelle sofferenze di un padre, per di più divorziato e assente da un anno, che non sa nulla della sorte del figlioletto.

I personaggi sono pochi in generale. A parte quelli interpretati da Cusack e da Jackson, ci sono il Rettore di una Università (interpretato dal buon caratterista Stacy Keach), luogo in cui si rifugiano i protagonisti, uno studente (l’inespressivo Owen Teague) e una ragazza (la televisiva Isabelle Fuhrman) vicina di casa del protagonista.

Per il resto massacri di morti viventi, esplosioni, effetti visivi che dovrebbero raccontare la drammaticità di un film che, a tratti, fa sorridere. Come fossero nuovi vampiri, gli zombie di notte sono fin troppo tranquilli tanto da potere essere arsi senza porre un minimo di resistenza. Nessuno di loro ha più di qualche inquadratura, insufficiente per creare un minimo di complicità emotiva con gli spettatori.

Il film potrebbe essere definito più che horror, un lavoro catastrofico poiché da poche speranze al genere umano. Inoltre, il suo sviluppo narrativo è tetro e pessimista a oltranza (anche se il finale sembra apparentemente ottimista). Ma l’opera è catastrofica anche per la qualità narrativa, per l’incapacità di esprimersi grazie a scene realmente bene girate, per gli attori che si sono impegnati solo il minimo indispensabile.

Per chi sperava che la magia creatasi nel 2007 con 1408, grazie al buon feeling che era nato tra John Cusack, Samuel L. Jackson e il romanzo di Stephen King, la delusione sarà molto  forte.

La trama

Nella tranquilla Boston, di colpo tutto si trasforma in un inferno: i cellulari iniziano a squillare e un misterioso impulso annienta la volontà di chi risponde al telefono, trasformando le persone in creature sanguinarie. Un grafico-fumettista è in aeroporto, chiama l’ex moglie e il figlioletto, si interrompono le comunicazioni e, da quel momento, cercherà di raggiungerli in tutte le maniere.