Billy Lynn – Un giorno da eroe un film di

L’America cinematografica non si è mai fatta mancare niente per raccontare le guerre in Medio Oriente e contro i Paesi islamici. La Gran Bretagna che ha condiviso le stesse avventure è stata molto più parca. L’Italia, che ha fatto e continua a fare la sua parte perfino nel remoto Afghanistan, è stata avarissima. Viva Hollywood che sa leggere i tempi presenti e non ha paura di confrontarsi con la tv. Occorrono idee, passioni, emozioni e l’industria americana le ha o le coltiva tutte. Ci attendiamo al più presto un film sulla crociata di Trump contro l’Islam.

Questo  Billy Lynn ha tutte le carte per appagare lo spettatore più attento. C’è l’Iraq e il post Iraq, proprio come promette il titolo originale, che allude al lungo intervallo alla fine del primo tempo della guerra che il plotone Bravo, diventato famoso grazie a un atto di eroismo colto da una telecamera abbandonata accesa, spende in America per vendere, in tv e negli stadi, il conflitto iracheno (il secondo, quello di Bush jr) che proprio popolarissimo non è mai stato. Clint Eastwood è stato maestro in Flags of our Fathers nel raccontare  il lavoro di questi imbonitori  bellici. Ang Lee è altrettanto bravo: i sessant’anni tra le due esperienze (il nostro film è ambientato nel 2004) ci sono e si vedono tutti. La volgarità è ormai alle stelle, la macchina dello spettacolo impazza, lo show business regola implacabilmente i tempi, Hollywood (ebrea, giapponese o cinese non fa differenza) è in agguato.

I protagonisti del film di Lee non sanno per quale causa combattono e sostengono di non provare emozione nell’uccidere il nemico, neppure tagliandogli la gola. In guerra alcuni pensano alla famiglia, altri alla famiglia che desiderano avere, altri a portare a casa la pelle. Quando Hollywood cerca di incantarli con un grosso compenso per raccontare le loro gesta, coltivano sogni piccolo borghesi. Quando irrompono nelle abitazioni degli iracheni sembrano sotto l’effetto di anfetamine. Il nemico per loro è soprattutto un marziano, di quelli da “guerra dei mondi”, cioè da sterminare.

La maestria di Lee e del suo sceneggiatore Castelli è nel passare vorticosamente dal giorno del ringraziamento del 2004, perno del film, ai continui ricordi bellici, affidati alla memoria e ai traumi del protagonista. Una maestria al limite della bulimia: il regista ha voluto girare il film in Hfr (120 frames al secondo, cinque volte la normale velocità), 4K di risoluzione e 3D. La scommessa, nella versione in circolazione comunemente nelle sale, ovviamente si perde. Ma l’azzardo, grazie alla confusione degli eventi tra il presente e l’antefatto e la quantità dei brevissimi primi piani, resta evidente: coinvolgere lo spettatore in una scommessa tecnologica che annulli le distanza tra il racconto cinematografico propriamente detto, l’impiego della webcam, dello smartphone e del videogame. Questa bulimia ludica, particolarmente evidente quando coreografia guerriera e allestimenti massmediatici sono indistinguibili, con una Beyoncé aliena e remota, appena riconoscibile, riesce comunque ad agevolare il transfert nella mente del protagonista e dare ipernitidezza e disorientante fluidità all’ingresso nella trincea psicologica del plotone Bravo.

Un film bellico è un film politico al cubo, proprio come la guerra, in una famosa citazione, è la prosecuzione della diplomazia con altri mezzi. E a film politico è giusto dare una valutazione politica. Ho citato il film di Eastwood. Ovviamente tra la guerra contro il Giappone e quella contro l’Iraq una differenza c’è e il film non la nasconde. Tutt’altro. L’intervento contro i giapponesi fu legittima difesa, qui si tratta solo di un’aggressione per soddisfare il delirio di onnipotenza di Bush jr che voleva portare a termine la “guerra interrotta” dal papà e rilanciata da Colin Powell con la famosa sceneggiata al consiglio su sicurezza dell’Onu con le foto truccate, il flaconcino di antrace e ogni altra bugia bevuta da Tony Blair e dai satelliti degli Usa.

Parlando di politica, le leggi dello spettacolo hollywoodiano sono rigide, ma non occultano mille momenti di verità. La matriarca non vuole sentire parlare di politica, il protagonista si è arruolato per sfuggire a una causa penale, la sorella pacifista intrallazza per non farlo tornare in Iraq, la sexy cheerleader considera doveroso soffocare i sentimenti al dovere di servire la patria. Ma perché si combatte, visto che le armi di distruzione di massa attribuite a Saddam non esistono? Per il petrolio, si affretta a rispondere il film. C’è dell’altro, ma pazienza: è troppo difficile da spiegare in uno spettacolo. Accontentiamoci della scena (degna del genio di Altman), in cui il petroliere texano rampante (cioè capace di utilizzare nuove tecnologie per rendere competitivi i residui idrocarburi locali) si dichiara operatore di pace perché con il recupero dell’autosufficienza energetica americana favorisce il rimpatrio dei soldati. Trump impari, se non l’ha già fatto.

Ciò che non convince è la conclusione del film. Il plotone Bravo torna al completo in Iraq. Conclusione non illogica perché preparata nei dialoghi e illustrata dai tanti flashback sulla vita militare. Ma è triste vedere, trent’anni dopo Full Metal Jacket, la rivincita dello spirito di corpo prevalere così rozzamente. Anche se ognuno coltiva la sua piccola  fantasia e il protagonista sacrifica il primo amore, alla fine c’è il ritorno al fronte in nome dell’unità del gruppo, della fraternità tra commilitoni, della reciproca fiducia. Nessuno combatte più per una guerra giusta, ma in nome di una complicità tribale, del sacrificio militare fine a se stesso. Peggio di così il film non poteva finire. Sembra che aleggi il fantasma di John Wayne e del suo Alamo, una battaglia non a caso citata più volte.

Trama

Billy e gli altri membri del plotone Bravo, eroi dell’Iraq, rientrano provvisoriamente in patria per “vendere” la guerra all’opinione pubblica. Ma la sorella tenta inutilmente di convincere Billy, traumatizzato dal conflitto, a non tornare al fronte.