Amour un film di

Parlare dell’amore ai tempi della vecchiaia (tema spesso considerato tabu per via delle complesse implicazioni estetiche che comporta) è di per sé già un’impresa abbastanza impegnativa. Se poi si aggiunge anche quello dell’eutanasia, allora l’impresa diventa un sesto grado cinematografico.  Ma il settantenne austriaco Michael Haneke non è certo un cineasta che si spaventi di fronte a sfide di questo tipo o che abbia evitato di trattare grandi e spinosissimi temi nei rari e bellissimi film che ha diretto da fine anni 90 a oggi. Con questo coraggioso e impegnativo Amour, Haneke ha avuto infatti il fegato di raccontare il tema dell’amore nella vecchiaia coniugandolo (binomio tipico sia in letteratura che al cinema) col suo risvolto cupo e opprimente della morte.

La vicenda è nuda e scarna come spesso accade nei suoi film: dopo aver dedicato una vita all’insegnamento della musica, due professori parigini ultraottantenni si godono la meritata pensione continuando ad amarsi e a scoprirsi giorno dopo giorno come se fossero ancora due ragazzi al primo appuntamento. Quando però Anne, la donna, viene colpita da una serie di ischemie che la portano progressivamente a perdere ogni possibilità di contatto con la realtà esterna, il marito Georges deve convertire il proprio affetto infinito durato una vita intera in una forma di nuova partecipazione emotiva alla vita di coppia, trasformandosi di fatto nel badante della propria consorte.

Girato quasi per intero all’interno di un appartamento (che Haneke ha dichiarato essere la copia precisa di quello dei propri genitori) medio borghese così vissuto e vero da sembrare un luogo autentico carico di memorie di una vita, il film è nato dall’adattamento di una vicenda di famiglia. E cioè il suicidio di una zia 93enne del regista che, stufa di dover continuare a sopravvivere in uno stato praticamente vegetativo, si era tolta la vita dopo che proprio Haneke stesso l’aveva salvata a seguito di un primo tentativo di suicidio per avvelenamento da farmaci da lui scoperto per tempo.

Sulla scorta di quella dolorosa vicenda che lo aveva colpito in prima persona, l’autore di Funny Games, Il nastro bianco e La pianista ha raccontato col linguaggio raggelante e in parte intimidatorio che è tipico del suo cinema l’evoluzione di un sentimento assoluto e altissimo quale l’amore nel suo trascolorare da affetto coniugale a desiderio di liberazione finale di fronte all’irreparabile.

All’ultimo festival di Cannes Amour è stato insignito della Palma d’oro – seconda per Haneke in soli tre anni dopo quella del 2009 per Il nastro bianco– e molto probabilmente rappresenterà l’Austria alla cerimonia degli Oscar nella sezione per il miglior film straniero. A Cannes la giuria presieduta da Nanni Moretti era stata letteralmente folgorata da questa moderna rivisitazione del mito ovidiano di Filemone e Bauci, i due anziani contadini dell’Asia Minore che chiedono a Zeus ed Ermes in visita a casa loro sotto mentite spoglie di poter morire insieme dopo aver dedicato l’intera esistenza ad amarsi come se fossero una persona sola.

Stando a quanto dichiarato da Haneke stesso, Amour doveva all’inizio intitolarsi La musica interrotta, in una sintesi metaforica che voleva racchiudere in sé sia l’idea che la morte di uno dei due componenti della coppia di musicisti fosse come la fine della musica suonata e vissuta insieme per una vita, ma anche l’interruzione biologica che la fine di una delle due esistenze impone alla comune vicenda dei due coniugi con quella tipica brutalità che ogni cessazione repentina di un processo in corso inevitabilmente causa. E non è un caso che la musica si interrompa ogni qual volta viene iniziata, sia che si tratti di un’esecuzione dal vivo che di un ascolto domestico, a conferma di come lo stop improvvisa del flusso di note venga usato come un’anticipazione simbolica della frattura destinata a interromperete in maniera irreparabile il flusso naturale della vita.

L’idea di passare al semplice Amour (scarno e nudo senza nemmeno l’articolo determinativo a confermare l’assoluta preminenza del sentimento di affetto che lega Anne e Georges) pare sia stata di Jean-Louis Trintignant, che insieme a un’ugualmente superlativa Emmanuelle Riva costituisce la coppia di insuperabili interpreti chiamati a interpretare i due personaggi intorno ai quali ruota l’intero lungometraggio. Entrambi lontani dalle scene da almeno una decina di anni (anche se per motivi diversi) i due senatori del cinema transalpino valgono da soli il costo del biglietto nella loro capacità di trasformare Anne e Georges da personaggi della finzione cinematografica nella coppia di nonni colti e ancora innamorati che ogni buona famiglia borghese dei giorni nostri si porta dietro come memoria storica del secolo breve finito dieci anni orsono e sopravvissuto in quanti ne sono i superstiti deputati a perpetuarne non solo il ricordo ma anche le buone maniere.

Come molti altri film di Haneke, anche Amour ha una struttura a flash-back: si parte con una scena alquanto movimentata con la polizia che irrompe in una casa (trascinando l’ignaro spettatore all’interno di quella che sarà poi la scena da camera chiusa dell’intero lungometraggio), per poi impiegare il resto di pellicola a raccontare come si sia potuti arrivare a quel momento di sconvolgimento fisico e interiore pur trattandosi di una vicenda che si muove a ritmi compassati come i passi dei due anziani che ne sono i protagonisti. Ma il finale, aperto e volutamente enigmatico, non chiude il circolo in maniera canonica, lasciando allo spettatore il compito di interpretare il gesto di Georges che, nell’ultima scena, si chiude la porta dietro scomparendo nel nulla.

Feroce come sanno essere i film in cui si ha il coraggio di mettere il coltello nella piaga, Amour ha – tra i tanti – anche il merito di richiamare l’attenzione del pubblico sul tema sempre più pressante di una società che, avendo prolungato la durata della vita oltre limiti inimmaginabili anche solo cinquant’anni fa, deve ora fare i conti con i moltissimi Anne e Georges che affollano i nostri giorni e per i quali non c’è stato al mondo che abbia predisposto le necessarie strutture atte a garantire che tale prolungamento biologico non diventi un supplizio per le generazioni più giovani e finisca invece col ricadere sulle spalle di quegli stessi anziani che dovrebbero invece essere l’oggetto delle cure.

Trama

L’equilibrio armonioso che per moltissimi anni ha caratterizzato nel segno dell’amore più vero il matrimonio di Anne e Georges, due ultraottantenni professori di musica parigini, si rompe all’improvviso quando una serie di ischemie colpisce la donna, costringendo il marito a trasformare l’affetto coniugale in pietas devota per poi arrivare a una soluzione estrema nel momento in cui lo strazio diventa insostenibile anche per lui.