American Hustle – L’apparenza inganna un film di

Il newyorkese David O. Russell è regista da pochi film ma di buona qualità, soprattutto gli ultimi tre da lui realizzati: in venti anni, ne ha diretto solo sette. Inizialmente non doveva essere lui il prescelto ma Ben Affleck, che avrebbe avuto anche un ruolo importante come attore. Poi Bradley Cooper, co-protagonista e produttore esecutivo, ha spinto perché a realizzarlo fosse proprio lui che lo aveva diretto nel fortunatissimo Il lato positivo – Silver Linings Playbook (Silver Linings Playbook, 2012), molto amato da pubblico e critica con, tra l’altro, otto nomination all’Oscar.

Russell premia gli attori che hanno lavorato bene con lui o, forse, sono i potentissimi agenti che impongono i loro protetti alle produzioni. Come interprete principale ha scelto Christian Bale che aveva diretto in The Fighter (2010) e a cui aveva fatto vincere l’Oscar e il Golden Globe come attore non protagonista, come sua complice/amante Amy Adams   coprotagonista dello stesso film.

Chiudendo questa parentesi, anche American Hustle – L’apparenza inganna è candidato a otto Golden Globe che premiano sia i tre attori che Russell con tre nomination. Sono riconoscimenti meritati, perché è un autore sempre originale che realizza storie interessanti ed importanti pur riuscendo a dialogare continuamente col pubblico attraverso una costruzione narrativa accattivante.

Questo film è più vicino come stile ai titoli dell’esordio, soprattutto a Spanking the Monkey (1994), mai distribuito in Italia, e ad Amori e disastri (Flirting with Disaster, 1996). Una regia che si arrischia spesso nel grottesco con recitazione sopra le righe, con un’apparente assoluta libertà per gli attori a cui viene permesso (o, meglio, richiesto) di recitare in maniera sbracata dove il rischio della farsa è sempre presente ma sapientemente dominato. È un gioco di squadra che permette la nascita di un film difficilmente ascrivibile ad un genere, che fa ridere pur ispirandosi ad una vicenda realmente accaduta negli Stati Uniti, che non offende anche se i cattivi non vengono puniti e gli inquirenti non fanno esattamente una bella figura.

La filosofia, come fatto capire in più punti della narrazione, è che nella vita autentica difficilmente vince il bene o il male, il buono o il cattivo, il bianco o il nero ma tutto è conglobato in quel grigio che permette alla società, tra corruzione e buone intenzioni di pochi, di andare avanti senza troppi scossoni.

È la storia di questo eclettico truffatore finanziario che ha una vita rispettabile come proprietario di lavanderie ma che guadagna con il commercio di arte contraffatta e con un ben oliato sistema di prestiti promessi ma mai concessi in cui ottiene in anticipo dai disperati clienti il dieci per cento di quanto richiedono.
Attorno a lui ruotano i governativi con l’operazione Abscam, creata dalla F.B.I. verso la fine degli anni settanta per indagare sulla corruzione dilagante nel Congresso degli Stati Uniti d’America e altre organizzazioni governative, l’obbligo di collaborare perché beccato da agente in carriera con le mani nel sacco, il coinvolgimento della fidanzata/complice, il gioco che si fa sempre più pericoloso perché entra anche la Mafia, il dispiacere di dovere mandare in carcere un politico un po’ maneggione ma utile per la comunità divenuto suo intimo amico.

La sceneggiatura ha impiegato diverso tempo prima di divenire film. Scritta da Eric Warren Singer, inizialmente intitolata American Bullshit, era stata inclusa nella black list del 2010 che è una classifica delle 10 migliori sceneggiature non prodotte. Ha trovato alla fine del 2012 interesse da parte di Annapurna Pictures, società di Los Angeles molto bene capitalizzata che ha prodotto in un paio di anni oltre otto titoli di buon interesse tra cui Lawless (2012) presentato in concorso a Cannes, Killing them Softly (2012) con Brad Pitt, Zero Dark Thirty (2012) di Kathryn Bigelow, The Grandmaster (2012) di Wong Kar-Wai.

Per interpretare il personaggio del truffatore Christian Bale è ingrassato ed è stato pesantemente imbruttito costruendogli un terribile riporto nei capelli. Urla la sua parte, è sempre iper-agitato perché capisce i rischi che sta correndo e che non vuole fare correre anche a chi gli sta vicino. Gigioneggia con grande bravura e dona a Irving un’umanità assoluta che fa subito parteggiare per lui.

Amy Adams è la ex spogliarellista di Las Vegas che decide di cambiare vita e trova lavoro in importante magazine ma che, incontrando Irving, rimane estasiata sia perché ama come lei Duke Ellington che per la sua capacità di abbindolare chiunque. Diventa sua complice facendosi passare per inglese e per parente dei Reali per poi tornare ad essere la ragazza di provincia un po’ ignorante (splendido nell’edizione originale la trasformazione di accento fatta dalla Adams). È per tutta la vicenda l’ago della bilancia.

Bradley Cooper è l’agente in carriera che combatte col suo superiore per ottenere finanziamenti sempre più elevati necessari per fornire credibilità al piano che convincerebbe i politici ad accettare senza troppi problemi tangenti ma che coinvolge inaspettatamente la crema della mafia italo americana. È bravo, ma il suo personaggio ha meno occasioni per essere amato dal pubblico.

Jennifer Lawrence è quasi irriconoscibile come volgare e poco federe moglie di Irving. Ufficialmente non sa nulla dei loschi affari del marito ma, in realtà, conosce fin troppo ogni particolare orecchiando telefonate che mai dovrebbe conoscere. Lui vorrebbe lasciarla ma lei lo ricatta minacciandolo di non fargli più vedere il figlio nato da una relazione precedente della donna ma che lui ha adottato e ama. E’ una prova magistrale che dimostra la sorprendente bravura di questa giovane attrice.

Robert De Niro firma un cammeo perfetto come boss mafioso che vive nella realtà attuale e che sa come non farsi accalappiare. Equilibrato nella recitazione, offre una figura assolutamente credibile, originale pure nel rispetto della tradizione.
Jeremy Renner è il simpatico sindaco di una cittadina povera dove tutti gli vogliono bene ma in cui porta avanti il suo particolare modo di essere dalla parte dei suoi elettori accettando e aiutando la connivenza con la corruzione. Lo fa a fin di bene, ma con una grande amoralità che gli permette di essere in pace con la sua coscienza di buon cittadino e perfetto padre di famiglia.

Trama

Irving, truffatore finanziario, assieme alla sua amante Sydney viene obbligato a lavorare per un agente dell’FBI in carriera, Richie, pena l’incarcerazione della donna. L’uomo di legge li coinvolge sempre più in un mondo che anche lui conosce poco, fatto di faccendieri, intermediari del potere, mafiosi. Tutto ruota attorno al rilancio di Atlantic City, alla ricostruzione dei Casino dopo che è stato nuovamente ottenuto il permesso per il gioco d’azzardo, ad un fantomatico ricchissimo sceicco che finanzierebbe tutto ma che è stato inventato dal FBI. Carmine, volubile e influenzabile politico del New Jersey stretto senza rendersene conto in una morsa tra truffatori e federali si fida e sbaglia in maniera imperdonabile, mentre l’imprevedibile moglie di Irving, Rosalyn, rischia di fare crollare questo bello ma fragile castello di finzioni col suo desiderio di essere al centro dell’attenzione.