American Dharma Recensione

American Dharma un film di

Errol Morris, documentarista americano, rivelatosi già quarantenne con The Thin Blue Line (1988, avvincente inchiesta sul sistema della pena di morte in Texas e su un clamoroso caso di errore giudiziario) ci ha abituati in questi ultimi anni a scoprire da vicino, in serrate conversazioni, le facce del potere (e le verità che, anche a distanza di tempo, queste spesso denunciano). È stato così con Robert McNamara, segretario alla difesa Usa con Kennedy e Johnson (The Fog of War, 2003, che vinse anche l’Oscar nella categoria) e con Donald Rumsfeld che ebbe quel ruolo con Ford e poi con Bush Jr. (The Unknown Known, 2013).

Questa volta, di fronte a Morris (nel tipico piano a mezza figura), siede un personaggio particolare, dall’apparenza assai più dimessa, indumenti quotidiani, una barbetta incolta, ma proprio per tale motivo ancora più subdolo e inclassificabile. È Steve K. Bannon, noto ai più solo in tempi recenti come ideologo della nuova destra nazionalista americana, consigliere strategico e manager elettorale che nel rush finale della campagna avrebbe condotto Trump alla vittoria a colpi (sporchi) di fake news e scandali sessuali a sfondo politico (che avevano ovviamente per bersaglio grosso Hillary Clinton). Bannon si era ben allenato al cimento come ispiratore e poi chief executive del sito on-line di informazioni ultra-conservatore e xenofobo “Breitbart News” , ma al tempo stesso come membro del Board e vice presidente della famosa società di “consulenza” “Cambridge Analytica” (sia questa che Breitbart facenti parti dell’impero economico e di influenze politiche della famiglia Mercer). Difficile dunque, anche per un regista esperto come Morris, decifrare (dal volto in fondo poco espressivo di Bannon, ma dagli occhi saettanti) il karma individuale di un personaggio dalle molteplici vite e professioni. Dopo gli studi alla Harvard Business Scholl, è stato manager nel mondo della finanza (Goldman Sachs), dei media e dell’enterteinment, e ha avuto numerosi ruoli anche nel mondo del cinema, come produttore cinematografico e regista di documentari (tra questi un ritratto quasi agiografico di Ronald Reagan e della sua lotta contro l’”impero del male”).

A Bannon che da sempre pensa in grande e predilige – da Reagan a Trump – i politici outsider interessa di più il dharma collettivo (quel miscuglio di destino, dovere, fede) di cui, almeno per l’America, scopre le tracce proprio nell’immaginario cinematografico, in particolare in alcune opere che vede e rivede, per trarne insegnamenti sulla leadership, tema a lui molto caro. In questo senso il film che lo ha ispirato maggiormente è Cielo di fuoco di Henry King, 1949, che vede opporsi due stili di comando, uno più emozionale e votato alla sconfitta, l’altro più distaccato e vincente, che lavora proprio sul concetto di dharma, interpretato con virile cipiglio dal generale Savage della Air Force (interpretato da Gregory Peck).

Se Morris asseconda le scelte cinefile della carte blanche bannoniana con un montaggio alternato di scene tratte da film di genere e d’autore (Sentieri selvaggi di Ford, Il ponte sul fiume Kwai di Lean, Orizzonti di gloria di Kubrick, ecc.) e ambienta il film in un hangar aeroportuale abbandonato (in omaggio al film di Henry King), il suo metodo da intervistatore – avvolgente, analitico, mai aggressivo – rischia di risultare meno efficace che con Mc Namara e Rumsfeld. Ad un certo punto Bannon riesce persino a ribaltare i ruoli e Morris si ritrova costretto a spiegare, anzi quasi a giustificarsi, di aver votato per la Clinton…
Non ha invece ritegno alcuno, anzi, lo stesso Bannon nel tessere le lodi (coraggio lungimiranza, oltre al fatto che in quanto outsider non poteva essere corrotto…) di Trump, identificato quasi come un Messia destinato a spazzare via l’establisment tradizionale. Nel mondo post-ideologico in cui viviamo le lingue diventano più facilmente biforcute, i ‘populisti’ sembrano abbracciare le cause del ‘popolo’ (quanto all’Italia, ci viene da pensare a una assai istruttiva sequenza di Piazza Vittorio di Abel Ferrara, 2017, visto qua a Venezia, ma non ancora distribuito, dove il regista intervista i leader della sezione di Casa Pound situata nel cuore del quartiere più multietnico d’Europa…).

Morris cerca di sottolineare la contraddizione smaccata tra il credo sovranista e isolazionista, specie in economia (no immigrati, no prodotti dall’Asia) con gli effetti delle politiche di Trump che avvantaggiano le grandi lobbies, i ricchi e le imprese e non i “cappellini rossi” della working class che lo ha votato nell’urna. Ma Bannon è molto abile, lo vediamo, a smarcarsi sul piano dialettico, così come lo è a riciclarsi in affari e politica. Infatti, licenziato da Trump dopo la strage suprematista di Charlottesville dell’agosto 2017, a seguito delle pressioni dell’opinione pubblica e dello stesso partito repubblicano, si è prontamente trasferito in Europa autocandidandosi quale stratega del progetto, ormai disvelato, di dissoluzione della UE portato avanti da sovranisti, nazionalisti, fascisti e nazisti di vari paesi (è la “Lega delle leghe” europee lanciata da Salvini a Pontida 2018, progetto sin troppo sofisticato per un politico come lui), ma la cui genesi, ora è più chiaro, risale proprio al ruolo avuto da società come Cambridge Analytica nella Brexit e poi nel successo di Trump.

Anche se l’immaginario collettivo forgiato per circa un secolo dal cinema ( “fabbrica di sogni, fabbrica di soldi”, per citare la Veronika Voss di Fassbinder) lotta e resiste insieme a noi (grazie alle capacità mimetiche a auto-trasformative della settima arte), esso è sempre più scavalcato in quantità e soprattutto in velocità, oltre che dalle serie tv, dalle logiche del web e delle sue “fabbriche di menzogne”. La politica si trasforma e tende a coincidere oggi con la comunicazione: in superficie, come si sa, si governa con i tweet e le “emoticon”, ma nel backstage lavorano team di esperti e piattaforme tecnologiche sofisticate, che hanno (oltre ai soldi) i dati sensibili come armi e munizioni con cui invadere e infiltrarsi velocemente nei nuovi campi di battaglia dei nostri display, piccoli e grandi, soprattutto alla viglilia di elezioni e referendum.

Ma la cultura resta sempre importante, come sostiene Bannon? Ed lui è un moderno Falstaff, ripudiato infine da re Enrico V assurto al trono dopo le giovanili gozzoviglie? Nel film, insieme a Morris, analizza a lungo quella scena madre del film di Welles del 1965, e sembra identificarsi con il tragicomico personaggio scespiriano. In realtà, a ben considerare caratteri e stile degli uomini, forse è proprio Trump un Falstaff catapultato, in barba ai tradizionali criteri dinastici, al vertice del potere, per aprire con la sua irruenza la strada a nuovi re e leader occulti di quella nuova rivoluzione, data per imminente da Bannon, dai contorni tanto oscuri quanto poco rassicuranti. Anche Morris – criticato in patria e all’estero per aver dato ulteriore risalto a Steve Bannon, ma che è solo da ringraziare per averlo fatto uscire un po’ dal mistero che lo circonda – deve aver capito il pericolo in atto se, nel finale del film, l’hangar che ha accolto il set e la memoria del cinema che fu brucerà in un incendio, sino alla cenere.