Alaska un film di

Classe ’69, padovano di Camposanpiero, Claudio Cupellini ha al suo attivo solo tre film più l’esperienza in co-regia nella fortunata trasposizione a puntate per il piccolo schermo di Gomorra. Se quindi non è facile individuare precise tracce stilistiche in una filmografia al momento ancora poco sostanziosa, è anche vero che i non molti passi mossi fino a questo punto hanno mostrato una tendenza ad alternare la commedia leggera non priva di un qualche impegno (vedasi l’episodio nel collettivo 4-4-2 — Il gioco più bello del mondo e Lezioni di cioccolato) al cinema duro e puro che sa sporcarsi le mani con la realtà più sordida (come esemplificato nella già citata serie televisiva, ma soprattutto in Una vita tranquilla, a tutt’oggi forse il miglior film di Cupellini e anche uno dei migliori esempi di analisi dell’impossibilità di rifarsi una vita per gli ex affiliati a una delle varie mafie di casa nostra).

Di queste due cifre stilistiche non c’è invece quasi traccia in Alaska, quarto lungometraggio del regista veneto presentato all’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma e incentrato sulla tormentata storia d’amore (amour fou ci sarebbe da dire, visto che l’atto di nascita di questo colpo di fulmine con strascichi è a Parigi) tra un cameriere italiano in trasferta transalpina e una bella francesina che cerca di affrancarsi da un destino di provinciale senza futuro sfondando suo malgrado nel mondo della moda.

Seguendo le tribolazioni esistenziali che mettono a dura prova la coppia (i cui due componenti — misfit senza radici ma con un tasso di genuina disperazione fin troppo esiguo per permettere loro di raggiungere dimensioni memorabili — alternano in maniera simmetrica trionfi e cadute in modo da mantenere in costante equilibrio la contabilità esistenziale), il film mette a contatto due solitudini figlie di vite diversamente acciaccate sperando che la scintilla vigorosa dell’amore a prima vista possa attutire con la sua forza i rovesci cui le due anime in tormento vanno incontro nel disperato tentativo di ritagliarsi un posto nel mondo.

Il tutto accompagnato dall’urgenza di proiettare i personaggi e le loro peripezie emotive su palcoscenici antropologici e sociali del nostro oggi (il mondo della moda intravisto più che visto e soprattutto quella «terra di mezzo» de noiantri dove si arrabattano faccendieri e figuri che sembrano caricature dei ceffi doc di Suburra) che Cupellini dà l’impressione di voler spacciare come frutto di un’attenta operazione di bisturi analitico, mentre si tratta invece di scenografie di cartapesta il cui unico pregio è forse quello di essere in linea con la natura bidimensionale dei personaggi.

Il clima che si respira è quello del mélo col pedale dell’acceleratore sempre schiacciato, in cui tutto è esagerato e urlato nella falsa convinzione che l’esasperazione dei toni e il fibrillare aritmico delle vite strozzate da tragiche svolte sempre però a lieto fine possa essere un sigillo di qualità. Ma è solo un’impressione perché la frenesia e l’accumulo di situazioni tutte ascese e declini improvvisi non fanno che generare enfasi e turgore laddove l’intento originario era forse quello di emozionare il pubblico con una storia stile Un sapore di ruggine e ossa.

E in questo non aiuta certo la sceneggiatura, che è senza dubbio la componente più fragile dell’intera operazione e che dimostra come la scrittura resti la chiave di volta del successo di un film. Cupellini e i suoi due co-autori sembra infatti che si lascino trascinare a ogni piè sospinto dal gusto di seguire rivoli secondari di una vicenda che avrebbe avuto più forza e intensità se fosse stata più asciutta (125 minuti sono davvero un’eternità per una pellicola di questo tipo) se si fosse concentrata maggiormente sul maturare del sentimento che lega i due protagonisti e sulla sua capacità di resistere a ogni forma di avversità che non sull’inseguire sirene centripete che riescono solo a ridurre l’impatto di momenti in teoria «forti» all’interno dello script.

Una prova su tutte? Basterebbe citare il titolo e la sua effettiva pertinenza col resto del materiale narrato. Alaska è infatti il nome di una discoteca milanese che, lanciata da un losco faccendiere che coinvolge nell’impresa il protagonista (il quale entra in società con lui rubando il gruzzolo che la modella ha messo da parte sfibrandosi sulle passerelle meneghine), ha un ruolo del tutto secondario nell’economia del soggetto: quando Fausto, l’ex cameriere divenuto pescecane arrivista accetta uno stipendio a molti zeri offertogli dal padre di una bella ereditiera invaghitasi di lui e abbandona il socio, questi si suicida e con lui esce di scena senza colpo ferire anche il locale che dà il titolo al film. Ma molti, anzi troppi minuti prima che si approdi al finale con melassa.

Peccato perché Cupellini aveva a disposizione, nei ruoli dei due protagonisti, una coppia di attori assai intrigante sia per l’apparente estraneità a livello di retroterra artistici che di collocazione anagrafica. E cioè da una parte il sempre magnetico Elio Germano (qui spesso sopra le righe come il mèlo impone anche se mai a disagio nel personaggio non troppo adatto alle sue corde dopo aver di recente vestito i panni ben più impegnativi del giovane favoloso e quelli di uno dei demoni di Suburra) e la sorprendente ex modella Àstrid Bergès-Frisbey: figlia di un catalano e di un’americana di origini francesi, questa bellezza imbronciata già intravista di striscio in Pirati dei Caraibi — Oltre i confini del mare ce la mette tutta per offrire freschezza e spessore a un personaggio troppo stereotipato per dare l’impressione di poter essere vero.

Trama

Fausto è italiano ma vive a Parigi, dove fa il cameriere in un grande albergo. Nadine invece è una giovane francese di provincia che cerca un po’ svogliatamente di diventare modella. Dopo essersi incontrati per caso sul tetto dell’albergo dove Fausto lavora, tra i due scoppia l’amore folle. Ma il destino e la Vita hanno in serbo per loro una serie di (dis)avventure e scivoloni con altrettante rinascite che, invece di minare l’intensità del sentimento che li lega, non faranno altro che rinsaldarne la forza inarrestabile.