58° Pesaro Film Festival: i film del concorso – seconda parte

ALIZAVA
di Andrius Žemaitis
Durata: 39′
Anno: 2021
Produzione: Lituania

Alizava di Andrius Žemaitis conferma la vitalità della cinematografia lituana. Sono solo quaranta minuti, nell’imperfezione e nella fragilità del 16 mm, di grande intensità. Protagonista la bambina del titolo che attraversa un paesaggio spoglio, dividendosi fra tre ambienti: la cabina della gru guidata dal nonno per scavare una cava, la scuola (di cui non vediamo mai l’interno) e una misteriosa abitazione. Alizava è uno di quei film che non spiegano ogni inquadratura e fanno in modo che sia lo spettatore a scoprire a poco a poco cosa celano le immagini. Un film sull’assenza, appena colmata dalla voce over di un uomo, e di donna nel finale. La piccola Alizava, infatti, sembra in connessione con un aldilà di cui percepiamo l’esistenza. Un legame stipulato attraverso una serie di rituali, tra il collezionismo e l’esoterismo, praticati nella casa disabitata: seppellire insetti morti, chiudendoli nei cassetti di un armadietto che sono disposti a schiera, come piccoli loculi o cassette postali, e che saranno ritrovati sottosopra; suonare una campanella; cantare, con la conseguenza che una foto in bianco e nero in una cornice ovale si anima e diventa a colori. Le musiche e i suoni conferiscono un’atmosfera da fiaba gotica al film, quasi da film di genere ma, muovendosi tra sogno e realtà, il film di Žemaitis conserva una verosimiglianza tarkovskiana.

ALL OF OUR HEARTBEATS ARE CONNECTED THROUGH EXPLODING STARS
di Jennifer Rainsford
Durata: 76′
Anno: 2022
Produzione: Svezia

All of Our Heartbeats Are Connected Through Exploding Stars di Jennifer Rainsford parte dal terremoto in Giappone dell’11 marzo 2011, sei interminabili minuti di scosse (di cui, sulla base del folklore giapponese, con una certa superstizione la regista attribuisce il presagio ai pesci della famiglia dei regalecidi), e dal conseguente tsunami, per raccontare le vite dei sopravvissuti, attraverso le loro voci over che ne esprimono i pensieri e che riassumono a parole le esistenze dei loro cari, di chi non ce l’ha fatta. C’è un uomo che ha perduto la moglie e per cercarne i resti ha iniziato a fare immersioni in mare (la regista l’ha conosciuto per caso proprio seguendo le stesse lezioni di sub). C’è una giovane, appassionata di manga, che prova tutta la colpa di essere scampata al disastro e si lamenta di non aver conservato il rapporto con gli amici di prima. Una signora anziana, ripresa in inquadrature dai bordi sfocati, che tenta un dialogo a distanza con il marito defunto e gli chiede un segno. Alle storie uniche, singolari, dolorose di queste persone, Rainsford affianca digressioni portate avanti dalla voce narrante sussurrata della stessa regista: allude alla sindrome di Takotsubo, o sindrome del cuore infranto, che colpisce soprattutto donne coinvolte in calamità naturali; aggiunge brevi note sui danni all’ippocampo o all’amigdala subiti dai “survivor”; commenta spettacolari incursioni naturalistiche, che si spingono fin nelle profondità degli abissi. Immagini della fauna oceanica che vanno dal pedunculata abitante di una rete di reti – la rete “fantasma” destinata probabilmente a finire dopo molti anni, insieme ad altri rifiuti, sulle rive dell’isola hawaiana di Kahoʻolawe – alle più eterogenee creature sottomarine. Le musiche di Teho Teardo fanno da tappeto sonoro ideale per il plancton alla deriva, anello di mezzo di una catena alimentare che vede a un capo la microplastica e all’altro quei pesci che proprio di plancton si nutrono e che finiscono poi sulle nostre tavole. Insomma, il film di Rainsford, nato inizialmente come progetto ambientalista sui rifiuti marini, negli otto anni di lavorazione si trasforma ben presto in un’indagine molto ambiziosa sull’origine e sul senso della vita, tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, tra il Big Bang, i mari stellari e l’emoglobina contenuta nel sangue pompato dal cuore. Fricchettone nel suo panismo, ma affascinante.

INTERSPECIES ARCHITECTURE
di Mauricio Freyre
Durata: 13′
Anno: 2021
Produzione: Perù/Taiwan/Spagna

Mauricio Freyre, peruviano, studi in architettura, è videoartista e regista. Il suo corto Interspecies Architecture, prima di essere presentato in concorso al Festival di Pesaro, faceva parte di una videoinstallazione a due canali nel padiglione taiwanese della Biennale d’Architettura 2021. Si tratta quindi di un progetto che fa dell’ibridazione (della destinazione e dei pubblici, dei linguaggi audiovisivi e delle culture) il suo punto di forza. Un film concettuale, senza sceneggiatura né dialoghi, libero, che, lasciando parzialmente in secondo piano gli esseri umani, si focalizza sulla relazione tra natura e architettura, caratterizzato nel caso in questione da ben poche barriere, ma anche tra natura e cinema. Le riprese, della durata di una settimana, sono state effettuate a Taipei, dove Freyre non era mai stato in precedenza. Ovviamente il suo non è lo sguardo del turista: Freyre sceglie come set la foresta nelle vicinanze della capitale, si tiene lontano dal caos della metropoli e dai suoi edifici, tant’è che l’architettura nel film fa pesare la sua assenza. Il regista lascia che sia il cinema, scultura del tempo, a mostrare, senza esplicitarli ma con discrezione, mutamenti graduali (anche della luce), legami apparentemente invisibili tra uomo e vegetazione, strade che si pensavano non percorribili. Così il pensiero nomade si fa immagine, e suono.

NATURA MORTA
di Fabrizio Bellomo
Durata: 50′
Anno: 2022
Produzione: Italia

Inizia con l’analogia tra comporre un puzzle e fare un film Natura morta di Fabrizio Bellomo: un incipit che è una dichiarazione di intenti, è tutto un programma, perché questo film dell’iperattivo artista e regista barese dà proprio l’impressione di essere formato da tessere di un puzzle di cui, come spettatori, ignoriamo il soggetto rappresentato nell’immagine frammentata. Che si tratti magari di un’esplorazione più o meno consapevole della propria identità, da parte dell’autore? Una sorta di “work in progress”, un cinema punk, impregnato di “do it yourself” e spontaneità, che mette in scena lo spettacolo del suo farsi. Animali morti e vivi, passato e presente si mescolano: il Fabrizio ragazzino nei video di famiglia degli anni ’90 ha già l’impulso insopprimibile di riprendere tutto, registrare in vhs la realtà nella sua quotidianità, come fa il Fabrizio adulto con il suo smartphone. C’è quindi una forte componente diaristica in Natura morta, un mettersi a nudo affidando al montaggio il compito arduo di selezionare i più significativi tra i tanti momenti di vita vissuta, spesso in movimento, in viaggio su un’auto o in sella a una Vespa, oppure nelle pause gastronomiche o contemplative, in cui il legame con la terra natia si fa più forte e non si teme affatto il rischio di scivolare nello stéréotype barisien (il pescatore che “arriccia” un polpo, le bottiglie di Peroni). D’altro canto, perché nascondere quel sincero attaccamento alle proprie radici che è esattamente ciò che permette a un individuo di entrare più facilmente in comunicazione con il prossimo, con la memoria e le tradizioni della propria gente?

LAKE FOREST PARK
di Kersti Jan Werdal
Durata: 60′
Anno: 2021
Produzione: Stati Uniti

Per il senso del mistero che attraversa le inquadrature spoglie, Lake Forest Park di Kersti Jan Werdal, girato in Super 16, fa venire in mente uno degli esordi più sorprendenti del recente panorama “indie” statunitense, Ham on Rye di Tyler Taormina. Insieme ad Alizava, Lake Forest Park può sembrare, infatti, un’eccezione “narrativa” tra i film in concorso quest’anno al Pesaro Film Festival, ma per tutti i sessanta minuti di durata la sensazione è di assistere a un tentativo riuscito di minare alla base ogni convenzione del racconto. Cioè che colpisce del lungometraggio della regista americana è innanzitutto la capacità di oscillare tra, da una parte, la concretezza dei luoghi rappresentati (uno stato di Washington mai così “vissuto”), la loro riconoscibilità, e dall’altra un’astrazione ottenuta attraverso un processo di spoliazione operato sulle aspettative dello spettatore “medio” del film di finzione, a partire dalla bizzarria dei punti macchina. In sostanza, chi guarda il film viene privato di ogni certezza derivante dalla visione pregressa di tutta una serie di film appartenenti a sottogeneri hollywoodiani come il “coming of age” à la Stand by Me, la “teen comedy”, il thriller/horror con protagonisti adolescenti. Qui siamo piuttosto dalle parti di uno straordinario esperimento come Elephant di Gus Van Sant, non ovviamente per quanto riguarda il soggetto del film, quanto per l’evidente desiderio di sospendere il giudizio nei confronti dei teenager ed evitare le banalità. Anche qui il piano sequenza (compresa la sua variante “fissa”, il “long take” a mdp immobile, indugiante, con l’azione – spesso anonima, banale – che si svolge in tempo reale), come nel film di Van Sant, è lo stilema prediletto. Anche qui la riduzione degli stacchi di montaggio comporta un’opacità stimolante per chi cerca di “leggere” il film, un lavoro sul fuori campo che non prescinde da una grande consapevolezza e sapienza nell’uso del sonoro e della musica. In particolare, la musica strumentale di chitarra che accompagna le immagini allontana il film dal naturalismo, giungendo a sovrastare i suoni diegetici, a coprirli (i dialoghi che si fanno via via sempre meno udibili all’interno di una stessa scena corrispondono sul piano visivo a una gran quantità di inquadrature vuote, dove la presenza umana è passeggera o assente). E, considerando come lo strumento principe del rock sia oggi praticamente scomparso dagli ascolti dei giovanissimi, questa colonna sonora vecchio stile, firmata da Marisa Anderson, è uno degli indizi che ci fa capire che il film non è ambientato nel 2022, ma in anni più lontani, tra il 2000 e il 2002. D’altronde, quanti liceali oggi vanno a un concerto punk come fanno due ragazze nel film?

HERBARIA
di Leandro Listorti
Durata: 83′
Anno: 2022
Produzione: Argentina/Germania

In Herbaria Leandro Listorti mette in parallelo l’attività dei botanici, necessaria per salvaguardare le piante in estinzione e la biodiversità, con il restauro e l’archiviazione dei film. Listorti, che è responsabile del Coordinamento Tecnico del Museo del Cine di Buenos Aires, attraverso il montaggio alterna immagini d’archivio a riprese nuove in pellicola, perlopiù in 16 mm, in un flusso continuo che non fa mai perdere a Herbaria il rigore del film-saggio, tutt’altro che improvvisato. Gli elementi informativi del film, a volte affidati a esperti come la regista sperimentale Narcisa Hirsch, a volte invece comunicati con intertitoli – come quello che allude alle 500 specie di piante estinte dal 1750 a oggi, quello sul fenomeno della cosiddetta “vita latente”, quello sui modelli botanici di Brendel o quello dedicato al botanico argentino Cristóbal María Hicken, a cui è intitolata una scuola di giardinaggio, zio di quel Pablo Ducrós Hicken da cui prende il nome il Museo del Cine della capitale – non impediscono slanci lirici di pura cinefilia, generati soprattutto dalla fotogenia del mondo vegetale e non solo (animali strani come lo spirografo, che è floreale solo nell’aspetto, o la pennatula).

TUGGING DIARY
di Yan Wai Yin
Durata: 16′
Anno: 2021
Produzione: Hong Kong/Cina

Il periodo in cui Yan Wai Yin ha girato, in parte utilizzando una macchina da presa giocattolo, il suo Tugging Diary, cioè dall’agosto 2019 al gennaio 2021, coincide con una serie di cambiamenti politici per Hong Kong, che diventano materia prima “viva” per il corto della regista. Le rivolte contro i politici locali, proseguite per mesi, gli arresti, la repressione delle proteste lasciano dei segni sull’architettura della città e il bombardamento visivo che è questo singolare diario audiovisivo, privo di volti, li rappresenta, focalizzandosi sulla zona del North Point (il quartiere dove Yan Wai Yin ha vissuto da sempre) e del King’s Road Footbridge. Una porzione di territorio fotografato in istantanee che, insieme alle scritte lasciate per le strade dai militanti, costituiscono gli ingredienti di una miscela di linguaggi. Un dinamismo stilistico, un vero e proprio assalto sensoriale, come nel cinema hongkonghese di finzione degli anni d’oro, che però qui è principalmente l’interfaccia dei mutamenti in atto. Parole in sovrimpressione, rumori inquietanti di scontri, sovrapposizioni di voci, immagini astratte in movimento, animazioni a tecnica mista: tutto è funzionale a trasmettere l’inquietudine e la lotta per l’identità e per l’indipendenza di un popolo che deve fronteggiare un potere politico per il quale anche fermarsi a guardare la luna con uno sconosciuto può essere definito “una riunione”.

END TIME AND THE TRAJECTORIES OF ANCESTORS
di Edwin Lo Yun Ting
Durata: 34′
Anno: 2021
Produzione: Hong Kong/Cina

End Time and the Trajectories of Ancestors di Edwin Lo Yun Ting è un curioso oggetto, un felice ibrido di forme e contenuti. In primo luogo si presenta come un’indagine “sui generis”, che affronta l’America nascosta ma non troppo dei survivalisti e dei loro bunker antiradiazioni (spaventosi e grotteschi contemporaneamente, quanto le cantine austriache esplorate da Ulrich Seidl in Im Keller), passando per Elizabeth Clare Prophet della Church Universal and Triumphant ospite di Ted Koppel a Nightline, dove qualcuno la attacca accusandola di lavaggio del cervello. In secondo luogo, il film è una ricostruzione per immagini della storia del Montana e in particolare dei Nativi americani, che a tratti fa pensare al cinema di Sky Hopinka per l’attenzione mai sterile al paesaggio, che si fa protagonista, racconta storie. Alle cartoline e alle vecchie foto del Montana nei primi del ‘900 segue l’apparizione in un filmato di Agnes Vanderburg, fondatrice del Culture Camp, in cui la donna ha insegnato la lingua e le tradizioni dei Nativi ai giovanissimi, convincendoli a non rinnegare le proprie origini. «How a country was made: landscape, war, blood», recita la didascalia che introduce il segmento in cui vediamo e sentiamo spari, fuoco, urla, tutto tratto dallo sparatutto Far Cry 5, il videogame ambientato in una località immaginaria proprio del Montana dove, secondo la trama, nasce una forma di resistenza violenta contro una setta religiosa al potere. Ed è così che End Time and the Trajectories of Ancestors mescola il machinima alla critica del colonialismo statunitense, tra le foto del massacro di Wounded Knee e i riferimenti all’attivista Russell Means.