50 primavere un film di

Cinquanta primavere, nelle stagioni della vita quasi un autunno. Almeno per le donne. Il film di Blandine Lenoir affronta con toni leggeri da commedia romantica un tema poco presente nel cinema, quello della menopausa femminile. La regista ritrae una donna di cinquant’anni, un categoria raramente rappresentata dal cinema perché socialmente inesistente. Improvvisamente priva delle sue funzioni riproduttive e materne, questa donna scompare discretamente dall’orizzonte. Non è questo invece il destino dell’uomo <<che a cinquant’anni abbraccia insieme il passato e il futuro>>, come spiega l’antropologa ed etnologa femminista Françoise Héritier in un intervento televisivo.

Aurore (nome della protagonista ma anche titolo originale del film) fa la cameriera in un bistrot ed è divorziata dal marito da cui ha avuto due figlie. Nel momento in cui perde il lavoro apprende che una figlia è incinta, per lei significa acquisire lo status di nonna. Questi due eventi la mandano in crisi: vede troppi anni dietro di sé e un presente di incertezze. Casualmente però incontra un amore di gioventù e pensa di poter ricominciare.
Si possono scrivere (e di fatto si sono scritti) saggi su quel delicato momento in cui una donna avverte il senso dello scorrere del tempo e teme di diventare “vecchia”. La commedia francese come genere rappresenta il terreno ideale su cui compiere un simile esercizio narrativo. Ci vuole però una regista (non ”un” regista) che conosce bene le donne e un’attrice che dia corpo a tutti quei rivolgimenti che la medicina riassume con il nome di menopausa.

Blandine Lenoir, qui alla sua seconda regia dopo Zouzou, ha trovato l’attrice in Agnès Jaoui, cineasta a tutto tondo (interprete, coregista e cosceneggiatrice dei film di Jean-Luc Bacri), che sa leggere nei più piccoli dettagli le sfumature di un personaggio che passa dall’esaltazione vitale al pianto e che si ritrova a confrontarsi con quello che avrebbe potuto essere e non è stato.

Riascoltare una canzone di Hair pensando a quando le proprie figlie erano piccole e spensierate può provocare nostalgia. Ma Jaoui non è attrice che accetti personaggi rassegnati a qualcosa (nello specifico allo scorrere del tempo). Lo spettatore ne segue le incertezze, i mutamenti d’umore ma sa anche che Aurore cercherà una via d’uscita. La polemica femminista, appena annunciata, viene subito tacitata.

Ha detto la regista: <<Mi avvicinavo ai quarant’anni con grande ansia, senza capire la ragione per cui avevo così tanta paura di invecchiare dal momento che i miei amici maschi non condividevano la mia inquietudine>>. In realtà il cinema è avaro, non dà alle cinquantenni una rappresentazione. E allora come si fa a desiderare di raggiungere un’età che non trova una sua raffigurazione? Lenoir ci ha provato, e il risultato è un po’ avaro ma anche convincente grazie alla prestazione strepitosa, per presenza scenica e capacità comunicativa, di Agnès Jaoui. 50 anni è un ritratto convincente del mondo femminile a cavallo del mezzo secolo e il garbo con il quale procede il racconto evita scossoni o colpi di scena esagerati.

50 anni è un ritratto convincente del mondo femminile a cavallo del mezzo secolo e il garbo con il quale procede il racconto evita scossoni o colpi di scena esagerati.

<<La paura di Aurore di dover affrontare la fase della vita di una donna di cui si parla ancora così poco>>, ha detto Jaoui, <<è una paura che molte donne condividono>>. Aurore, questa paura, la svela anche nei dettagli, ad esempio nei costumi. Indossa sempre vestiti attillati e dai colori molto sgargianti. L’eccentricità del suo modo di vestire vuole bilanciare la sensazione d’invisibilità in cui si sente piombare.

Ma la complicità degli altri personaggi — la figlia adolescente incinta, l’altra figlia perennemente arrabbiata, l’amica del cuore, il sodalizio delle vecchie sole, l’incontro casuale col primo amore — permette al film di abbracciare l’universo femminile a 360 gradi. La spettatrice si può ritrovare nella paura di invecchiare della protagonista ma anche nella voglia della figlia di essere precocemente madre. Le donne, si suggerisce, non dovrebbero mai perdere il filo che corre tra l’età dello sviluppo e quella della menopausa. Della vita non si butta via niente.

Un racconto di grande sensibilità quanto raro, per il cinema, che regala pochi ritratti veritieri e profondi di donne che entrano nei 50 anni.

Un racconto di grande sensibilità quanto raro, per il cinema, che regala pochi ritratti veritieri e profondi di donne che entrano nei 50 anni. Aurore decide di prendere in mano la sua vita, scopre la solidarietà delle altre donne e si rende conto che tutto è ancora possibile. La commedia romantica si presta a offrire al film un tono leggero. Purtroppo la regista (o forse la pletora di sceneggiatori) rifugge dal realismo e dalle emozioni forti, anche quando il film permetterebbe di passare dai sussurri alle gride. Lenoir non sfrutta le occasioni della trama per un approfondimento drammatico, per suscitare emozioni capaci di interrogare lo spettatore. Introduce il realismo solo a spese di quel mondo maschile che sembra pretendere dalle donne un’eterna giovinezza per poi confinarle nel ruolo di nonne.

L’empatia suscitata dalla protagonista non compensa gli elementi meno riusciti della narrazione: l’incontro con il presunto grande amore, la difficoltà di trovare lavoro dopo un certa età, l’insistenza sulle vampate di calore, la reiterata presenza del lettone come spazio prettamente femminile. Anche la conclusione, rinnegando la attese suscitate dal film, sembra ridurre il ruolo della donna alle classiche vesti di moglie e di madre. Ma forse, come accade anche nella vita, sono i percorsi a esser più importanti delle mete cui conducono.