Quella sera dorata un film di

Una meravigliosa e misteriosa tenuta in Uruguay. Una natura un po’ selvaggia, un po’ addomesticata. Una famiglia fuori dagli schemi. Un giovane iraniano che intende scrivere un libro. Uno scrittore scomparso e le sue due compagne. L’angoscia della persecuzione del popolo ebraico, dietro un dorato isolamento pieno di paura. Molti ingredienti. Troppi. Ma non per un abile costruttore di storie come James Ivory. Abile, certamente; ma di una tediosità senza precedenti.

Ivory lo conosciamo molto bene. È un sublime narratore per immagini. Sa elaborare i testi scritti da altri, sa inquadrare, sa muovere la macchina da presa, sa posizionare la musica nel punto giusto. Ama i dialoghi e le belle immagini, la perfezione dello stile e il formalismo fine a se stesso. Da molti anni ormai il suo cinema non propone nulla di nuovo. Vorrebbe essere, il suo cinema, una specie di classico della settima arte ma i risultati sono imbarazzanti, proprio perché determinati da una sostanziale mancanza di idee. E dove non ci sono idee, ecco spuntare fuori l’iterazione di modelli espressivi già visti. Non c’è alcun rinnovamento nel metodo creativo che sta alla base delle sue più recenti prove.
The City of Your Final Destination (Quella sera dorata) è, in tal senso, emblematico. Centodiciassette minuti totalmente monocordi e, per certi versi, inverosimili. La vicenda, tratta come al solito da un testo non originale, si impantana subito nella raffigurazione della vita di coppia di due giovani professori che hanno modi di intendere la vita diametralmente opposti. Poco o nulla succede, di veramente eclatante, nell’ambientazione sudamericana. Nuovi incontri che portano scompiglio in un equilibrio familiare “malato”, amori che nascono e che muoiono, un po’ di ironia gettata qua e là, qualche dignitosa inquadratura che, evidentemente, Ivory è in grado di realizzare anche mentre pensa ad altro.

Ci si domanda se questa pellicola sia nata da un’esigenza creativa oppure sia il frutto di un’abitudine registica che ormai appare totalmente bollita. Ivory non ha più la forza di un tempo (Gli europeiCasa HowardQuel che resta del giorno); si perde in formalismi sterili e nel racconto di una storia che mostra ben pochi motivi di interesse. La solita presenza di Anthony Hopkins non apporta nessun elemento significativo, così come quella di una Charlotte Gainsbourg, attrice ormai utilizzata da molti cineasti solo perché, probabilmente, possiede un viso lontano da nefasti stereotipi cinematografici (ma ormai anche il suo, forse, lo sta lentamente diventando). Omar Metwally, nei panni dello studioso che intende scrivere la biografia dello scrittore Jules Gund, è legnoso e inespressivo.

Si percepisce l’esistenza nel racconto di fattori contenutistici che potrebbero essere di profondo interesse (ad esempio il fantasma angoscioso delle persecuzioni naziste nei confronti degli ebrei tedeschi), ma Ivory si guarda bene dall’approfondire una questione del genere e si rifugia semplicemente nelle schermaglie amorose ed esistenziali di soggetti di cui, sinceramente, si fa fatica ad appassionarsi. Possibile che un autore cinematografico di questo spessore, abbia voglia di girare film di tale banalità?

*Per concessione di Cultframe – Arti Visive