21 grammi

21 grammi un film di

21 grammiLo spettatore di 21 grammi, del messicano Alejandro González Iñárritu , noto per il precedente Amores Perros, all’inizio crede di essere di fronte ad un’opera degna di interesse, in cui sembrano fronteggiarsi colpa e redenzione, violenza e misticismo, amore e morte.
Le primissime immagini della pellicola mostrano, infatti, un personaggio, Jack Jordan (Benicio Del Toro), dal passato violento e ossessionato dal pensiero di Dio, che non sfigurerebbe affatto in un film di Abel Ferrara o del primo Martin Scorsese. Strada facendo, conosciamo anche gli altri personaggi: Paul Rivers (Sean Penn), gravemente malato, e sua moglie Mary (Charlotte Gainsbourg); Cristina (Naomi Watts), alla quale muoiono marito e figli, travolti dal veicolo di Jordan.

Il tragico incidente permette a Paul di vivere con un cuore nuovo e di incontrare, innamorandosene, Cristina: quest’ultima ha la malsana idea di volersi vendicare dell’accaduto e di chiedere a Paul di uccidere Jack. Nel frattempo, Mary, nonostante il distacco da Paul, si ostina a volere un figlio da lui, con l’inseminazione artificiale….

Già da questi sommari accenni, si comprende che González Iñárritu, a dispetto del titolo, gioca pesante e costruisce un film che, alla lunga, spossa e schiaccia chi guarda. Lo spettatore, catturato dai dilemmi morali di ciascun personaggio, si sforza stoicamente di seguirne le vicende, finché ad un certo punto, realizza che l’atto più immorale di tutti è quello compiuto dal regista: inanellare una serie di problematiche etiche, per di più complicandole con un compiaciuto esercizio di decostruzione spazio temporale, tra l’altro già visto, l’anno scorso, in The Hours.
In definitiva, al termine di 21 grammi, ci si trova a riflettere, non tanto sulle responsabilità morali dei vari personaggi, quanto del regista che vampirizza i suoi attori, tutti intensi e credibili, per un’opera che non convince e non emoziona.
Nonostante tutto…

Mariella Cruciani

21 grammi: una riflessione critica
di Daniele Guastella

A partire da un nucleo forte di base, un evento decisivo che non si vede mai, si dipartono le esistenze degli attori in qualche modo coinvolti. A partire da quest’incrocio esistenziale di dispiega un montaggio straordinariamente libero e complesso, flash-foward, flash-back, si ricomincia continuamente e si torna indietro molto spesso, in montaggio parallelo o alternato, fatto di brevi frames o di lunghe dilatazioni temporali. Il film così si complica proprio mentre la matassa diegetica si va sbrigliando, e in ogni momento sembra di poter perdere il filo degli avvenimenti. In realtà non si va mai troppo lontano, o meglio per quanto lontano si possa andare e per quanto complicati possano essere i percorsi intrapresi, non ci si può perdere, perché il potere d’attrazione del nucleo è troppo forte, non si può sfuggire perché quest’evento è la morte. In questo senso i tre personaggi centrali del film sono esseri-per-la-morte. La riflessione esistenziale nel film è continua: di fronte all’evento della morte la realtà subisce una sospensione, la vita ripiega su se stessa, è costretta a ‘riflettersi’. Certo non è rassicurante, si può rischiare di perdere tutto, la famiglia, la libertà, se stessi, ma ciò che si cerca, si è costretti a cercare, è proprio una nuova autonomia, una nuova consapevolezza di se stessi e dei propri sentimenti, una diversa consistenza del reale.

In 21 grammi, ciò che fa la differenza è questo peso irrisorio, una piccola quantità che ha un’apertura immensa, infinita, sulla qualità, qualità della vita: consapevolezza, scelta, responsabilità. La necessità di ‘esserci’, proprio sapendo che questa ‘scelta’ è l’assunzione di una responsabilità che ha un fondamento solo in se stessi, sull’orlo terribile del vuoto e del nulla. Riecheggiano Heidegger, l’esistenzialismo, Sartre, ma nonostante la profondità dei presupposti e lo spessore del materiale messo in campo, il film non va mai realmente a fondo, non riesce a superare una certa vaghezza, una certa leggerezza che lo pervadono, togliendogli peso. Sarà che la sua consistenza è impalpabile proprio come quei 21 grammi, il peso dell’anima (la piuma degli antichi egizi), individuati per sottrazione dal corpo, dal mondo, dalla realtà.. L’oggetto del film è proprio ciò che, annidato nel cuore del visibile stesso, è invisibile in sé. Il rischio è proprio la leggerezza, la vaghezza, la superficialità, fortemente dissonanti rispetto alla gravità dei contenuti ai quali si riferiscono. Ma questa superficie è continuamente desaturata e dastratificata con toni fotografici esasperati, il montaggio imbriglia la realtà narrativa proprio mentre la scompone e la destruttura, e una monologante voce off sonda continuamente il visibile- un acusma che è già voce dell’anima.

21 grammi non è The addiction di Ferrara, con esso condivide alcuni presupposti filosofico-culturali e delle scelte stilistico-formali, ne condivide l’esprit ma non ne possiede la radicalità sufficiente ad andare fino in fondo. Per Ferrara l’umano era attraversato da una verticalità e un’orizzontalità (che lo dilaniavano mentre lo rivelavano), per Iñarritu, le due dimensioni, continuamente evocate, non s’incrociano, continuamente suggerite, agiscono come due livelli separati, dati per sottrazione.

Daniele Guastella