15:17 — Attacco al treno un film di

Dopo Bird, Invictus — L’invincibile, J. Edgar, American Sniper e Sully, l’ottantasettenne Clint Eastwood torna a pescare nella cornucopia delle cosiddette «storie vere» per scrivere un nuovo capitolo della sua personale celebrazione dello spirito americano declinato in tutte le varianti possibili (qui in quella dell’uomo qualunque che, di fronte all’emergenza in cui ci può scappare il dramma a tinte fortissime, sceglie di rischiare la propria vita per salvare l’esistenza a decine di estranei).

Questa volta però l’anziano ma evidentemente mai domo maestro di San Francisco decide di spingersi ancora più in là nella ricostruzione di eventi realmente accaduti e trasferiti sul grande schermo: invece di far apparire a fine pellicola (come accadeva in Sully, per esempio) le classiche immagini del vero protagonista della vicenda ricostruita, in 15:17 — Attacco al treno fa interpretare il ruolo dei tre protagonisti ai tre ragazzi che il 21 agosto 2015 sventarono davvero una strage ferroviaria di matrice terroristica convertendosi immediatamente in eroi proprio malgrado.

Spencer Stone, sergente dell’Air Force Americana, Alek Skarlatos, soldato della Guardia Nazionale dell’Oregon ma soprattutto veterano dell’Afghanistan, e Anthony Sadler interpretano infatti se stessi nella ricostruzione di quanto accadde quel giorno di due estati fa sul treno Thalys 9364 diretto da Amsterdam a Parigi. Amici fin dai tempi delle scuole medie e sempre in contatto non ostante scelte di vita diverse, quel 21 agosto i tre giovani di Sacramento stavano percorrendo una delle tappe del viaggio di piacere che si erano regalati in Europa.

Mai si sarebbero immaginati che su quello stesso convoglio fosse salito anche un giovane marocchino che, armato di un kalashnikov, una pistola automatica, un taglierino e munizioni sufficienti per uno sterminio di massa, era intenzionato a immolarsi per compiere un clamoroso attentato terroristico. Che sarebbe stato di certo un successo se a impedirglielo quasi sul più bello non fossero stati i tre ragazzotti californiani in vacanza (ma soprattutto se due di loro non avessero appreso sul campo tecniche e tattiche di guerra e se il terzo non avesse avuto un’educazione della strada a fargli da apripista nella vita).

Divenuti a buon diritto simboli di un civismo d’altri tempi prima in Francia (dove vennero insigniti della legion d’onore dal Presidente Holland, come si vede nella sequenza finale turgida di retorica a piene mani) e poi in patria (dove invece non ci si lascia mai sfuggire l’occasione per celebrare la virtù a stelle e strisce contrapposta alle nequizie del mondo), i tre hanno preso la palla al balzo: cavalcando l’onda del furore mediatico scatenato dall’impresa compiuta sul treno, hanno pensato bene di raccontarla in un fortunato volume autobiografico.

Volume che, scritto a sei mani con un titolo scopertamente autocelebrativo (The 15:17 to Paris: The True Story ofa terrorist, a Train, and Three American Heroes) e subito divenuto un bestseller negli USA, è finito nel radar onnivoro del vecchio Clint, sempre a caccia di storie più o meno autentiche del passato prossimo o dell’hic et nunc che gli permettano di mettere la macchina da presa al servizio di vicende atte a sfornare ritratti a tutto tondo di spiriti intrepidi (meglio se americani…) al servizio di cause nobili.

Non potendo dilungarsi eccessivamente sull’episodio dello sventato attentato al treno (troppo fulmineo nel suo accadere per lasciar spazio a fronzoli narrativi), per quattro quinti della sua durata il film scava con eccessiva insistenza nel passato dei tre protagonisti ricostruendone a ritroso le esistenze non sempre facili fino a giungere al climax del blitz. Dalle marachelle sui banchi delle medie si arriva fino agli scontri con le asperità della vita adulta nel momento in cui una serie di insuccessi di vario tipo tarpa le ali dei sogni di gloria (soprattutto militare).

Quando si lasciano gli USA dell’adolescenza e le puntate in scenari di addestramento e guerra per approdare in Europa, la sceneggiatura mostra la corda, dilungandosi in indigeribili sequenze coi tre che cazzeggiano in giro per il continente (imbarazzanti quella in giro per antichità romane con Volare in sottofondo e quella nella gelateria a Venezia) sfoggiando un campionario maldestro di clichés con selfie a gogo da postare sui social media e il resto della parafernalia da viaggio tipica di ogni giovane americano che si rispetti.

Quando finalmente arriva la sequenza del blitz sul treno con l’atto eroico dei tre che bloccano il terrorista salvando anche la vita a un passeggero colpito a morte da quest’ultimo, la lunga e faticosa sequenza di stucchevoli flash-back ne depotenzia a tal punto la detonazione da farla apparire un’appendice posticcia a quella che sembra una versione molto in minore di quel capolavoro di scavo a ritroso che è Mystic River.

Certo, il tocco di Eastwood a tratti lo si si vede eccome. Soprattutto nel voler allestire la sequenza del treno come se fosse un western crepuscolare, con una distinzione volutamente manichea tra i buoni che si ergono a dimensioni eroiche dimostrando come l’antidoto alla violenza dei giorni nostri possa ancora dipendere dal senso etico dei singoli e il più classico dei villain, visto come ipostasi del Male assoluto e proprio per questo offerto in pasto al pubblico in funzione catartica.

La scelta di affidare ai tre protagonisti reali dei fatti  il compito di interpretare se stessi paga  fino a un certo punto.

 

La scelta di affidare ai tre protagonisti reali dei fatti narrati il compito di interpretare se stessi paga però fino a un certo punto. Se da una parte ci si deve togliere tanto di cappello di fronte a un quasi novantenne che ha ancora il coraggio sfacciato di innovare gestendo a suo piacimento un mezzo in cui non sembra che quasi nessuno abbia più nulla di nuovo da insegnare, dall’altra l’evidente assenza di anche minime tracce di professionalità attorale nel trio dei protagonisti (cui va aggiunto un doppiaggio sconcertante nella versione italiana) penalizza anche fin troppo una sceneggiatura già di per sé zavorrata da dialoghi di disarmante banalità.