127 ore un film di

Le gole, i cunicoli del Blue John Canyon dello Utah, la rosea levigatezza delle rocce, più volte accarezzate, capaci di regalare all’esploratore insospettate grotte o pozze di acqua cristallina, le distese a perdita d’occhio sotto il sole incandescente, tutto coglie l’obiettivo con l’indugio di colui che intende cesellare nel particolare qualcosa di estremamente prezioso.
La regia di Danny Boyle si fa vistosa e accentratrice nelle riprese oblique o dall’alto in un’innaturalità prospettica che ben suggerisce i movimenti dell’animo e le suggestioni di chi quei luoghi li vuole assaporare in un viaggio soprattutto interiore. Analogamente, l’incontro e gli scherzi spensierati tra Aaron, l’escursionista, e le due belle ragazze assumerà nel corso delle vicende il contorno di un’esperienza quasi irreale e perduta per sempre.

È la storia vera, poi ripresa dall’autobiografico “Between a Rock and a Hard Place“, della terribile disavventura in cui incappò qualche anno fa l’alpinista ventiseienne Aaron Ralston (ben interpretato da James Franco) e delle sue 127 ore, appunto, trascorse con un braccio bloccato sotto un masso. Dopo l’incidente, la trama ovviamente si concentra su quei pochi metri di roccia e i ritagli di cielo, per divenire lo sviluppo dei pensieri, la vita di chi vede avvicinarsi progressivamente la fine. L’uso della telecamera è fondamentale in braccio ad Aaron come una meta-regia, con la quale Boyle riesce a ristrutturare gli spazi angusti e i tempi costretti della contingenza, spaziando nelle regioni dell’animo… Interessante infatti l’utilizzazione della posizione di semi-immobilità per provocare una mobilità diversa, un’innovazione registica sicuramente interessante e degna di nota: un approccio che per alcuni tratti ci conduce alla dimensione teatrale della parola, al monologo, al repertorio figurativo archiviato già come storia personale, e invece rispolverato e divenuto sostitutivo dell’azione che rimane imprigionata: scorrendo sulla macchina avanti e indietro nelle scene familiari di casa propria il protagonista presenta al pubblico altri personaggi che altrimenti non potrebbe conoscere, almeno non in tale luce, mentre quella sorta di autobiografia improvvisata, di testamento virtuale, agisce da commento nel silenzio del non-fatto. Si tratta di una storia di intelligenza, di volontà, di estremo sforzo per la sopravvivenza, anche di confessione dei pensieri più segreti e seri, ospiti del cuore dell’uomo, gli affetti sinceri, le ultime parole che ciascuno istintivamente elabora nell’estremo pericolo. Il mondo è ormai lontano, la quotidianità ricompare a flash con una dolce invidia, il passato anch’esso prorompe con il suo fascino di normalità. L’intollerabile presente sempre più pesante, gestito con ritmo avvincente, è attraversato da qualche luce fugace, come il passaggio di un ignaro corvo alla mattina, una voce, qualche raggio di sole. A rifrangere la dura contingenza intervengono rare scene di moderata allucinazione, nelle quali la fotografia realizza speranze e sogni di un uomo che si vede perduto e quindi tenta anche un’extrema ratio. E giustamente alcuni inserti nella trama, alcune scene, ingannano lo spettatore, facendogli credere uno sviluppo di eventi che invece poi si rivela immaginato, agognato o soltanto falsamente ravvisato. In questa stessa dimensione si muovono le figure care della vita di Aaron, che quasi per un ultimo saluto si riuniscono su un divano di roccia davanti a lui con le loro parole, quelle tante volte inutilmente ribadite, magari anche in tono di rimprovero.

Insomma, un film ben gestito, che, pur trattando di un caso specifico, riesce a coinvolgere lo spettatore in un cammino che è principalmente psicologico e lascia allo spettatore qualche interrogativo, su come organizzare la vita, ma anche più sottilmente sullo scorrere del tempo, sul suo senso, sul valore dei rapporti più stretti, fors’anche  sugli incontri fortuiti, sul detto, sul non detto che ora si ripropone alla mente in tutta la sua irreparabilità…