12 anni schiavo un film di

Con l’arrivo nelle sale italiane di 12 anni schiavo, terzo film del sempre discusso ma indubbiamente dotato regista londinese Steve McQueen, sembra confermata una tendenza che il cinema USA ha mostrato negli ultimi due anni essere una delle caratteristiche costanti della sua ispirazione: ovvero il tema della schiavitù in generale e quello dei conti con le vergogne del passato e con scheletri troppo ingombranti negli armadi della memoria che la più grande democrazia al mondo sembra si sia imposta di fare. Per lo meno nell’universo fittizio della celluloide, dove i processi collettivi alla coscienza sporca sono riti praticabili che non lasciano ferite visibili liberando dal peso di antiche colpe rimosse col semplice percorso di purificazione di un film.

Sarebbe, infatti, difficile pensare che sia una pura e semplice coincidenza il fatto che alcuni dei principali titoli usciti nelle sale nell’arco di non più di venti mesi (dal tarantiniano Django Unchained al più istituzionale Lincoln passando però per il recente The Butler –Un maggiordomo alla Casa Bianca a sua volta tematicamente collegabile a The Help) ruotino tutti intorno a questa ossessione spacciata come cinema di impegno ma che forse andrebbe invece letta come un tentativo tardivo di liberarsi la coscienza dopo due secoli di rimozioni e decenni di negazioni dei più elementari diritti a chi ha dovuto lottare fin troppo a lungo per vederseli riconosciuti.

Se vale qualcosa chiamare in causa ricorrenze e celebrazioni legate ai rintocchi della grande Storia, allora forse sarebbe corretto spiegare questa recente ossessione del cinema USA anche (ma non soltanto) con due anniversari non irrilevanti che si sarebbero dovuti ricordare lo scorso anno ma che invece sono passati sotto un prevedibile e rumoroso silenzio: e cioè il centocinquantesimo anniversario dell’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti e insieme il cinquantesimo della Marcia per i diritti civili su Washington culminata nel celebre discorso conclusivo di Martin Luther King al Lincoln Memorial sul “sogno” di un paese in cui il colore della pelle non fosse più un elemento discriminatorio e tutti potessero vivere in concordia e armonia civile.

Può darsi però che questo ingorgo di storie incentrate sulla vergogna secolare dell’asservimento di esseri umani da parte di propri simili e sulla negazione dei diritti più elementari solo sulla base dell’etnia sia invece il frutto di una pura coincidenza. Come ha sostenuto in più di un’intervista il regista e artista visuale Steve McQueen nel raccontare la genesi piuttosto casuale di questa sua terza opera registica, arrivata dopo anni dedicati a perlustrare le strade più originali della video art e delle sue molteplici forme espressive possibili.

Opera che sarebbe nata in maniera del tutto fortuita. Non ostante stesse già pensando da tempo di raccontare una storia che avesse a che fare con la schiavitù vista da una prospettiva diversa dal solito (come per altro aveva già fatto sia nel primo che nel secondo film – Hunger del 2008 e Shame del 2011 – da lui scritti e diretti e incentrati su temi affini alla privazione della libertà e alla dipendenza psicofisica da un vizio), la vicenda poi narrata in 12 anni schiavo gli venne servita su un piatto d’argento dalla ristampa del 1968 di una bizzarra autobiografia scritta nel 1853 e subito caduta nel dimenticatoio.

Il libro in questione (Twelve years a slave. Narrative of Solomon Northup, a citizen of New York, kidnapped in Washington city in 1841, and rescued in 1853, from a cotton plantation near the Red River in Louisiana) era il racconto di dodici anni della propria vita fatto da Solomon Northup, violinista di colore che, uomo libero e apprezzato artista nella New York del 1841, viene rapito con l’inganno da due lestofanti e quindi venduto come schiavo nel sud intollerante e razzista finendo col dover affrontare una lunga odissea nel dolore e nella sofferenza prima di poter essere restituito alla famiglia che ormai lo credeva scomparso in circostanze misteriose.

Una volta tornato in libertà, Northup aveva raccontato l’incredibile avventura riservatagli dalla vita in un libretto autobiografico: pubblicato nel 1853 in sole settemila copie con illustrazioni a carboncino dei momenti più drammatici di quei dodici anni di regressione dalla civiltà del diritto all’inferno della repressione, il resoconto in prima persona non ebbe alcun tipo di risonanza. Anche perché un anno prima il mercato editoriale americano dell’epoca aveva dovuto fare i conti con un best seller a sfondo razziale del peso de La capanna dello zio Tom che aveva oscurato qualsiasi altra opera incentrata su analoghe tematiche a sfondo antischiavista e antiproibizionista.

Più di un secolo dopo due storici della Lousiana (ovvero proprio lo stato dove Northup era stato venduto e dove aveva trascorso i dodici fatidici anni ricostruiti nel film) ritrovarono il volume mentre stavano effettuando delle ricerche sullo schiavismo d’importazione dalla zone libere del nord verso il sud arretrato del paese e lo pubblicarono nel 1968 con un ricco apparato di note storiche di corredo. E quando il libro capitò per caso tra le mani di Steve McQueen – che aveva già in mente di scrivere una sceneggiatura incentrata su un uomo di colore libero rapito e venduto come manovalanza servile nel sud – il colpo di fulmine fu inevitabile.

Come già accadeva nei primi due film del quarantaquattrenne regista e video artista britannico, anche in 12 anni schiavo una delle tensioni principali che alimentano in profondità alla stregua di un combustibile facilmente infiammabile l’intero tessuto della sceneggiatura (per la prima volta non scritta da McQueen stesso) è rappresentata dall’ossessione del corpo umano e da quanto accade al suo strumento di controllo principale, e cioè il cervello, nel momento in cui le circostanze contingenti della realtà esterna ne inibiscono le funzioni direttive e la naturale propensione all’autonomia gestionale.

La storia di Solomon Northup è un crescendo di privazioni: da artista e uomo libero non ostante il colore della pelle (ma nello Stato di New York, progressista e all’avanguardia dei tempi nel paese) viene convertito da due lestofanti in carne da macello venduta a peso nei mercati della vergogna del sud retrivo e retrogrado nella sua protervia di non voler cedere di un passo di fronte all’incombere della Storia. Un percorso che lo porta ben presto a essere privato dell’identità oltre che ovviamente della libertà individuale e dell’integrità fisica (violata in ogni modo nei dodici lunghi anni di schiavitù coatta).

Dal momento in cui Solomon approda in Louisiana passando di mano da un padrone all’altro e conoscendo diversi gradi di ferocia sempre crescente, il suo è un viaggio incubotico non solo nella violazione della dignità ma anche e sopratutto in quella della carne. Quella stessa carne che anche in Hunger e in Shame era un’ossessione portante del fare cinema di McQueen e che in questa sua terza e straziante prova diventa la palestra spaventosa in cui l’umana crudeltà tocca inauditi vertici di esasperazione inflitti allo spettatore senza alcun risparmio di dettagli.

L’insistenza quasi sadica sulla violenza con cui i mercanti di schiavi e la loro manovalanza bruta si accaniscono sui corpi inermi delle loro vittime non è un atto di puro esibizionismo volto a creare facili sensazionalismi scioccando la gente in sala per risucchiare in superficie atavici sensi di colpa persi nella lontana memoria della genetica. Tutt’altro.

Come nelle scene più tese e volutamente disturbanti che in Hunger descrivevano la detenzione di Bobby Sands e il suo progressivo scivolare verso il lucido delirio del suicidio per inedia, allo stesso modo l’illustrazione della violenza in 12 anni schiavo è il semplice strumento espressivo con cui si esplica il realismo crudo tanto caro a un autore di rottura quale McQueen ha mostrato di essere nei tre film sfornati fino a oggi.

La lunga sequenza di orrori che costella la discesa agli inferi dell’innocente Solomon (sconfitto in tribunale dopo una lunga causa intentata contro i propri aguzzini una volta tornato libero a casa propria) e che culmina in un paio di sequenze difficili da sopportare anche per il più attrezzato degli spettatori non ha alcun compiacimento sinistro: mostrando la barbarie della sopraffazione di uomini contro altri uomini fatta in nome del profitto celato sotto la facciata del già di per sé gravissimo pretesto dell’inferiorità della razza, McQueen scava nel cadavere della Rimozione collettiva per denunciare secoli di abusi attraverso l’esposizione di un caso esemplare. Che fa più male di tante altre storie di privazione della libertà già raccontate in passato perché appunto incentrata su fatti accaduti davvero e non ricreati ad arte per farne un caso di coscienza di massa.

A riprova di come il meccanismo funzioni e di quanto il pubblico si lasci trascinare in questo viaggio di purgazione collettiva di un immenso peccato originale mai veramente lavato dall’avvento di un nuovo redentore pronto a immolarsi per purificarne le piaghe col proprio sacrificio, c’è già stata la prima parte di quello che si annuncia un cammino trionfale nell’empireo del cinema che conta: dopo essere stato insignito del Golden Globe come miglior lungometraggio drammatico, 12 anni schiavo si presenta alla serata degli Oscar con ben nove nomination nelle cinque categorie principali.

Se ci sarà una pioggia di statuette, buona parte del merito sarà di certo legata all’intensità della vicenda narrata e al meccanismo di identificazione che inevitabilmente scatterà anche nei giurati, figli incolpevoli di un paese cui non è bastata nemmeno una delle peggiori guerre civili della Storia per lavare nel sangue fratricida l’onta di secoli di schiavismo praticato all’insegna del profitto. Ma buona parte dei meriti andrà di certo anche al cast, con in testa un Chiwetel Ejiofor straordinario nel dare credibilità a un personaggio costretto a piegarsi di fronte all’inverosimile e a ritrovare il senso dell’umanità perduta nel momento in cui il proprio simile si converte in bestia feroce.

Al suo fianco McQueen ha voluto che Michael Fassbender – ormai attore feticcio del suo cinema tutto carne ed espressionismo epidermico della tragedia del vivere – vestisse i panni scomodissimi del più ferino tra i vari padroni con cui il povero Solomon ha a che fare disegnando una fisionomia tanto compiuta nella bestialità sorda a ogni richiamo di umanità da poter competere alla pari col latifondista folle di Di Caprio in Django Unchained.