Figlio di nessuno – Il film vincitore della 29a SIC nelle sale un film di

“Dall’inizio dei tempi esistono miti su bambini abbandonati che crescono allo stato brado. Quel che rende questa storia unica è il suo contesto: la cruenta guerra dei Balcani alla fine del ventesimo secolo. Una guerra che ha avuto un forte impatto sulla mia infanzia e sulla mia generazione. Per questo, se non altro, mi sento vicino al protagonista e al suo destino”. Con questa dichiarazione, il regista Vuk Rsumovik, nato a Belgrado nel 1975, ha presentato la sua opera prima Figlio di nessuno, storia di  un bimbo cresciuto dai lupi, trovato per caso nei boschi della Bosnia nel 1988 e  trasferito  a Belgrado, in un istituto per orfani, per tentarne il difficile recupero. Qui Haris  (Denis Muric) –  questo il nome che gli viene dato – è affidato alle cure di Ilke (Milos Timotijevic) e, dopo una prima fase difensiva di rifiuto e di aggressività, diventa amico inseparabile di Zika (Pavle Cemerikic), un ragazzo  che spera ostinatamente di tornare a stare con il padre che l’ha abbandonato. Insieme a Zika, Haris inizia a compiere progressi, a fidarsi del mondo esterno, a lasciarsi andare, a parlare, a leggere e a scrivere ma l’amico, deluso per l’ennesima volta dal padre, esce di scena tragicamente. Intanto, passano gli anni  e nel 1992 arriva la guerra: Haris è costretto a rimpatriare in Bosnia e finisce, a causa del  nome che lo identifica come musulmano (“Sei dei nostri. Vieni!”), a combattere.

Lo sfortunato protagonista si ritrova, dunque, nei boschi dell’infanzia ma, questa volta, armato, tra uomini che sparano, tra esplosioni e granate. In questo modo, il suo destino si compie, lasciando nello spettatore un senso di impotenza di fronte all’ineluttabilità delle traiettorie della vita. Ispirato ad un fatto realmente accaduto, il film di Rsumovik rilegge, certamente, Il ragazzo selvaggio (1969) di Truffaut ma, nello spirito e nelle intenzioni, ricorda ancor più L’enigma di Kaspar Hauser(1974) di Herzog. La pellicola del regista tedesco è, a sua volta, una versione pessimista e antirazionalista del film francese: il mite Kaspar, vittima predestinata della società, è il personaggio più vicino, per sensibilità ed esiti, al piccolo Haris. Il titolo originale dell’opera di Herzog, tradotto in italiano, suona come “Ognun per sé, Dio contro tutti” che è, esattamente, lo stato d’animo che si respira in Figlio di nessuno. L’esordio, intenso, drammatico, potente di Rsumovik è carico di riferimenti che assumono, nel legame con il conflitto balcanico, ulteriore forza e spalancano domande su temi giganteschi quali il significato dell’esistenza, il non senso della guerra, la contrapposizione tra natura e civiltà, tra bestialità e umanità. Per affrontare tali questioni, il regista si affida ad una sceneggiatura solida e ben strutturata ma il valore aggiunto del film è l’interpretazione di Denis Muric che, nei panni del protagonista, è al centro di ogni scena, con la sua voglia di vivere e e di sopravvivere, nonostante tutto. I suoi sguardi, carichi  di sentimenti ed emozioni trattenute, trapassano lo schermo e quasi trafiggono lo spettatore, trasmettendo  la fatica della finitudine umana, sofferta e subìta, non mai accettata. Il piccolo Haris – come Sisifo per Camus –  diventa, qui,   il simbolo del dolore metafisico del vivere in quanto tale.

TRAMA

Nella primavera del 1988, fra le montagne della Bosnia, viene ritrovato un bambino cresciuto fra i lupi. Gli viene dato il nome di Haris e viene inviato in Serbia, all’orfanotrofio di Belgrado, dove è affidato alle cure di Ilke. Qui diventa amico inseparabile del piccolo Žika e, col tempo, impara a pronunciare le sue prime parole. Ma nel 1992, nel pieno della guerra, le autorità locali lo costringono a tornare in Bosnia, dove viene armato di fucile e spedito al fronte. E una notte, per la prima volta nella sua vita, il ragazzo prende una decisione tutta sua.