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	<title>CineCriticaWeb</title>
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	<description>il sito del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani</description>
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		<title>Censura bis contro Marco Bellocchio</title>
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		<pubDate>Mon, 21 May 2012 18:24:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Panoramiche]]></category>
		<category><![CDATA[cinema italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Film]]></category>
		<category><![CDATA[Friuli Venezia Giulia]]></category>
		<category><![CDATA[La bella addormentata]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Bellocchio]]></category>

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		<description><![CDATA[ll Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI), in merito a quanto deliberato dalla maggioranza del Consiglio regionale del Friuli per boicottare di fatto la realizzazione del film La bella addormentata di Marco Bellocchio, ritiene doveroso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cinecriticaweb.it/wp-content/uploads/2012/01/BELLOCCHIO-img.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4967" title="BELLOCCHIO-img" src="http://www.cinecriticaweb.it/wp-content/uploads/2012/01/BELLOCCHIO-img.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>ll Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI), in merito a quanto deliberato dalla maggioranza del Consiglio regionale del Friuli per boicottare di fatto la realizzazione del film <em>La bella addormentata</em> di Marco Bellocchio, ritiene doveroso esprimere il proprio totale dissenso e ricordare quanto segue: <em>a</em>) il dettato dell’art. 21 della Costituzione; <em>b</em>) che Bellocchio è un regista di grande e meritato prestigio, anche in campo internazionale, e che già in passato ha saputo affrontare temi difficili e controversi con esiti estetici ed etici ampiamente apprezzati; <em>c</em>) che la censura ideologica, per di più preventiva, è una prassi tipica dei regimi dittatoriali; <em>d</em>)  che, conseguentemente, l’esercizio della libertà d’espressione e il pluralismo delle idee sono valori caratterizzanti un sistema democratico. Il SNCCI auspica che la Film Commission friulana, coerentemente con le procedure adottate nel recente passato e in conformità con i suoi fini istituzionali che coniugano motivazioni culturali e interessi economici, non tenga conto dell’arbitraria imposizione contenuta nella suddetta delibera e decida, autonomamente, a vantaggio del proprio territorio e del cinema italiano.</p>
<p><em>Quanto sopra riportato è il testo di un comunicato stampa del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani qui pubblicato lo scorso 2 gennaio e poi ripreso da <strong>CineCritica</strong> cartacea. Successivamente la Film Commission della Regione Friuli, dimostrando dignità istituzionale, autonomia decisionale e capacità di far convergere più che legittimi interessi territoriali (anche, ma non solo, economici) e giuste istanze culturali, deliberava un finanziamento di 150 mila euro al film di Bellocchio. Per tutta risposta, la Giunta della Regione Friuli Venezia Giulia, più che mai scatenata nel suo furore censorio, si è inventata un’altra scorretta procedura per continuare a boicottare il film, cioè una pretestuosa modifica di bilancio che toglie alla Film Commission la disponibilità finanziaria dei fondi a suo tempo stanziati, dopo che questi stessi fondi sono stati impegnati nel modo formalmente e sostanzialmente più corretto. Si tratta di un atto che eticamente si commenta da solo; che, oltre il film, danneggia la stessa Film Commission; e che pertanto deve essere decisamente contrastato da tutti coloro che hanno a cuore la libertà d’espressione e l’uso corretto del denaro pubblico da parte degli Enti pubblici.</em></p>
<p><em>(Comunicato Stampa Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani &#8211; SNCCI)</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><strong>Comunicato stampa dell&#8217;Associazione Film Commissione Italiane (IFC)</strong></p>
<p>La decisione presa dall’Assessora regionale alla Cultura del Friuli di privare i fondi alla Film Commission regionale, è di una gravità dirompente. E’ evidente che la decisione, che rende inefficaci le legittime delibere già assunte dalla Film commission in ottemperanza alle leggi e ai regolamenti, è stata presa per ragioni strumentali e ideologiche, per impedire che il film “Bella addormentata” di <strong>Marco Bellocchio</strong> ricevesse il contributo cui aveva diritto.</p>
<p>Le conseguenze sono devastanti: anni di buon lavoro della Film commission, che aveva saputo attirare in Friuli produzioni importanti e qualificate, vanno in fumo per la perdita di autonomia e credibilità che le viene inflitta.  Si crea un alibi e un incentivo alla delocalizzazione della produzione: episodi di questo genere certo non possono succedere in nessuno dei Paesi concorrenti (incluse Romania, Bulgaria, Ungheria…). Si fa cadere l’intero edificio degli incentivi volti ad attrarre investimenti esteri in Italia: quale produzione straniera si fiderà a venire in un Paese in cui il potere politico può agire arbitrariamente senza alcun rispetto per la legge, per puri motivi propagandistici?</p>
<p>Non solo il Friuli dunque, ma l’intero sistema cinematografico nazionale subisce un danno gravissimo. Il fatto che la decisione sia presa in concomitanza col festival di Cannes rende ancora più immediati questi effetti, perché inevitabile sarà la risonanza internazionale della decisione. Tutte le rappresentanze del cinema italiano insorgono contro questo atto di brutalità e incompetenza e ne chiedono il ritiro immediato.</p>
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		<title>Roman Polański: A Film Memoir</title>
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		<pubDate>Mon, 21 May 2012 09:11:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Film]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[documentario]]></category>
		<category><![CDATA[Laurent Bouzereau]]></category>
		<category><![CDATA[Roman Polanski]]></category>
		<category><![CDATA[trama]]></category>
		<category><![CDATA[videointervista]]></category>

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		<description><![CDATA[Ben pochi sceneggiatori sarebbero in grado di inventare una vita che possa anche solo lontanamente rivaleggiare con quella di Roman Polański sia sul piano delle tragedie che l’hanno costellata che su quello dell’incredibile forza d’animo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cinecriticaweb.it/wp-content/uploads/2012/05/Roman-Polanski-Film-memory.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-5168" title="Roman Polanski - Film memory" src="http://www.cinecriticaweb.it/wp-content/uploads/2012/05/Roman-Polanski-Film-memory.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Ben pochi sceneggiatori sarebbero in grado di inventare una vita che possa anche solo lontanamente rivaleggiare con quella di Roman Polański sia sul piano delle tragedie che l’hanno costellata che su quello dell’incredibile forza d’animo con cui ha reagito trasformandole in arte colui che ne è stato lo sfortunato protagonista. Un insieme di accadimenti più o meno sventurati nella loro fatalità che, pur dovendo in teoria solo far parte della sfera privata, sono diventati di fatto elementi pubblici per via della risonanza mediatica che hanno ricevuto in quanto occorsi a una delle personalità artistiche più controverse e dibattute degli ultimi quarant’anni.</p>
<p>A rievocare questa lunga sequenza di disgrazie (ma anche di errori giudiziari) sono i 94 minuti di <em>Roman </em><em>Polański: A Film Memoir</em>, la video-intervista presentata in anteprima a Cannes lo scorso 17 maggio e incentrata sugli incontri che il regista franco-polacco e l’amico e produttore inglese Andy Braunsberg ebbero nello chalet di Gstaad a fine 2009 mentre Polanski era costretto agli arresti domiciliari a seguito appunto degli strascichi giudiziari di una delle tante vicende ripercorse nel film.</p>
<p>Prodotto dallo stesso Braunsberg – che Polanski conobbe a Londra nei primi anni ’60 e che da allora è stato il produttore di molti dei suoi film – ma anche da Luca Barbareschi e diretto dal documentarista franco-statunitense Laurent Bouzereau (già autore di interessanti saggi per immagini sul”making of” di alcuni film di Lucas e Spielberg), <em>Roman </em><em>Polański: A Film Memoir</em> ha una struttura volutamente spoglia pensata sia per rendere quanto più incisivo possibile ciò che Polanski racconta che per impedire a materiale esterno alle rievocazioni del regista di avere il sopravvento drammatico su quanto viene dolorosamente richiamato alla memoria. Con una camera fissa piazzata all’interno dello chalet di Polański a Gstaad, Brausberg pone all’amico domande molto dirette che sono <em>assist</em> alla memoria per costringerlo formalmente nell’angolo e portarlo di fatto a fare i conti con la propria vita mentre ne rievoca il rosario di devastanti sventure che l’hanno accompagnata.</p>
<p>A fare da detonatore narrativo al tutto è quella che, pur non essendo forse la più traumatica, ha di certo avuto conseguenze di più lunga e dolorosa durata: costretto agli arresti domiciliari dopo essere stato arrestato a Zurigo nel settembre del 2009 a seguito di un mandato di cattura internazionale emanato dalle autorità USA nell’ambito del processo intentatogli per aver drogato e violentato una tredicenne a Los Angeles nel lontano 1977, il regista franco-polacco accetta di rispondere alle scarne domande dell’amico. Domande anche feroci nella loro volontà di arrivare al cuore dei problemi per offrire lo spunto di un ritratto del tutto inedito di un Polański privato e anche fragile che cozza con l’immagine scostante e a volte volutamente fastidiosa che egli ha spesso dato di sé nei contatti con i media.</p>
<p>Si tratta di un viaggio doloroso che parte dalla tribolatissima infanzia polacca, coi ricordi della deportazione della madre ad Auschwitz e di quella successiva del padre a Mathausen (scomparsa la prima, sopravvissuto miracolosamente il secondo), e arriva appunto fino alle grottesche vicende del 2009-2010 con gli arresti domiciliari comminatigli da uno zelante giudice di Bellinzona e quindi con la negazione dell’estradizione negli USA e la revoca di ogni forma di decreto detentivo a suo carico. In mezzo a questi due sofferti capolinea di un viaggio all’insegna della sofferenza interiore si spalanca tutto il resto della vita di Polański. Una vita vissuta nel nome della violenza (soprattutto subita) e dell’intrusione nella privacy.</p>
<p>Il documentario è <em>a cuore aperto</em> perché Polański accetta di rievocare anche i due episodi della sua vita che sono stati certamente più traumatici e forieri di strascichi senza fine negli anni successivi. Stiamo parlando dell’assassinio della moglie Sharon Tate, trucidata insieme a quattro amici da Charles Manson e dai suoi seguaci mentre era all’ottavo mese di gravidanza. E solo perché Polański aveva avuto l’infelice idea di affittare una villa di Bel Air che in precedenza aveva ospitato un produttore cinematografico reo di aver rifiutato delle canzoni di Manson. Accanto a questa viene poi rievocata anche l’interminabile vicenda giudiziaria che fece seguito alla già citata violenza sessuale ai danni di una tredicenne, e per la quale il regista è a tutt’oggi ricercato dalle autorità statunitensi. Vicenda giudiziaria che nel 2007 era già stata ripercorsa in tutta la sua complessità dal documentario <em>Roman Polanski: Wanted and Desired</em> della film maker Marina Zenovich che ne mise in luce tutti gli aspetti più controversi dimostrando coi fatti come fosse stata un caso eclatante di errore giudiziario e di pessimo funzionamento di un intero sistema.</p>
<p>Coraggiosa e insieme molto intima, questa intervista-verità non è il classico pezzo di cinema auto celebrativo che una star dedica a se stessa per fini incensatori o a titolo di autodifesa. Tutt’altro. Si rivela infatti essere un tassello di importanza assoluta per chi ha amato il cinema di questo autore complesso e tormentato perché documenta come il dolore e la sofferenza che ne hanno caratterizzato la vita alimentino moltissime delle sceneggiature da lui scritte e messe in scena. Come accade in particolare per <em>Il pianista</em> alcune delle cui scene più toccanti si rivelano essere null’altro che una trasposizione in immagini di frammenti di vita vissuta da Polanski (commosso fino alle lacrime mentre li rievoca) e dalla sua famiglia durante l’occupazione nazista di Varsavia. Una connessione diretta tra vissuto e rappresentazione sullo schermo che appare ugualmente manifesta anche in film nei quali la finzione cinematografica può sembrare molto meno artificiosa se ripensata alla luce di accadimenti che hanno segnato in modo irreparabile un’intera esistenza.</p>
<p>Se poi tutto questo non bastasse a fare di <em>Roman </em><em>Polański: A Film Memoir</em> un film davvero importante perché in parte circoscritto “soltanto” alla relazione tra il vissuto personale e la sua trasposizione nelle creazioni artistiche, ad attribuire ulteriore valore alla video-intervista c’è un altro dato che non può essere trascurato all’atto della sua visione: la rievocazione delle tribolazioni e delle sventure di un singolo – pur nella sua assoluta eccezionalità – diventano un viaggio a ritroso attraverso sessant’anni di Storia di tutti noi e di un passato che non smette di allungare le sue cupe ombre sul nostro presente sempre più povero di indizi di un qualche futuro possibile.</p>
<p><strong>Trama</strong></p>
<p>Mentre è costretto agli arresti domiciliari nella sua casa di Gstaad, Roman Polański rievoca in una lunga intervista/conversazione con un amico produttore inglese la propria esistenza costellata di traumi e tragedie sin dalla prima infanzia.</p>
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		<title>Dark Shadows</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 16:57:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Film]]></category>
		<category><![CDATA[cinema americano]]></category>
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		<category><![CDATA[Johnny Depp]]></category>
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		<description><![CDATA[Molto rumore per (quasi) nulla, verrebbe da dire. Preceduto da un battage pubblicitario più che furbetto (col tocco finale dell’uscita in contemporanea a livello quasi planetario onde evitare che i mariuoli della rete possano mettere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cinecriticaweb.it/wp-content/uploads/2012/05/Burton-Dark-Shadows.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-5153" title="Burton Dark Shadows" src="http://www.cinecriticaweb.it/wp-content/uploads/2012/05/Burton-Dark-Shadows.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Molto rumore per (quasi) nulla, verrebbe da dire. Preceduto da un <em>battage</em> pubblicitario più che furbetto (col tocco finale dell’uscita in contemporanea a livello quasi planetario onde evitare che i mariuoli della rete possano mettere in circolazione copie pirata rubacchiate qua e là rovinando così l’effetto di lancio), ecco arrivare finalmente nelle sale il nuovo film di Tim Burton. Che, diciamolo subito, mantiene molto meno di quello che sembrava promettere e rischia di scontentare anche i fan meno obiettivi del visionario regista americano.</p>
<p>Vista però la relativa complessità dell’operazione, è bene andare per gradi partendo dal (pre)testo che sta alla base della nuova scorribanda per immagini di Tim Burton. Tra il 1966 e il 1971 la rete americana ABC mandò in onda la bellezza di 1225 puntate di una bizzarra soap opera di fantasmi, vampiri e mostri assortiti intitolata appunto <em>Dark Shadows </em>e trasmessa nel primo pomeriggio. Se negli USA la serie divenne presto una delle tante di culto per gli appassionati di un certo kitsch paraletterario da sottocultura trash (uno dei quali era Jonny Depp, da sempre legato al sogno di poter un giorno vestire i panni del protagonista), dalle nostre parti il tutto non ebbe mai molta risonanza. Al punto che erano davvero in pochi quelli che, sentendo che Burton stava preparando un film su quella serie TV, ne conoscessero l’esistenza e sapessero realmente di cosa si trattasse. Sfruttando il grande successo sul piccolo schermo, Dan Curtis, il regista del tormentone televisivo, ebbe subito la buona idea di sparare a caldo due film (<em>La casa dei vampiri</em> e <em>La casa delle ombre maledette</em>, usciti a spron battuto tra il 1970 e il 1971) incentrati sui personaggi della telenovela. Poi per molti anni sul tutto discese un motivato e comprensibile silenzio. Fino al 2004, quando in Australia venne prodotto un lungometraggio destinato alla TV che rimetteva in circolazione storie e personaggi della prima serie americana.</p>
<p>Partendo da questa ricca sovrapposizione di elementi e da una sceneggiatura fatta su misura per gli eccessi del regista dall’emergente Seth Grahame-Smith, Tim Burton non ha fatto altro che sfornare una sua personalissima rilettura della soap e dei motivi che la alimentavano, condendola con molte delle sue ossessioni più o meno lugubri e infilando nel cast il meglio della corte dei miracoli attorale che fa di solito da abituale contorno alle sue pellicole.</p>
<p>Il capobanda di questa ghenga di grandi nomi ormai ospiti fissi del circo in celluloide formato Tim Burton è guarda caso proprio Johnny Depp (un bislacco duo il loro, giunto ormai all’ottavo film in una forma di simbiosi artistica quasi morbosa) il quale veste i panni di Barnanabas Collins, ricco signorotto inglese del settecentesco Maine che, dopo aver spezzato il cuore a una strega molto sexy ma poco propensa a essere rifiutata, viene per vendetta trasformato in vampiro e quindi sepolto vivo. Liberato poi in maniera del tutto casuale nel 1972, il povero succhiasangue fuori tempi massimo si vede costretto ad adattarsi alle mutatissime condizioni del mondo, trovandosi anche obbligato a sanare i numerosi mal di pancia che inquietano il suo stralunato clan ormai in rovina e a mettere al suo posto la strega che gli ha regalato la maledizione della vita eterna.</p>
<p>Se i fan di Burton erano rimasti a dir poco sconcertati da <em>Alice nel paese delle meraviglie</em>, di certo non faranno salti di gioia a vedere questa ennesima maramaldata del loro beniamino a spasso nel mondo a lui tanto congeniale dei “diversi” e delle presenze dark in arrivo da oltretomba sempre allarmanti. Del tipico armamentario bartoniano non manca proprio nulla. A partire appunto dal tema dell’individuo genialmente dispari rispetto alla normalità omogeneizzante della società allineata per arrivare a quello degli eccessi visivi proiettati su cupi scenari gotici su cui si agitano le marionette in carne e ossa del suo teatrino allestito al termine della notte.</p>
<p>Solo che <em>Dark Shadows</em> non riesce mai a decidersi tra i toni della commedia nera con risvolti sociologici e la parodia dell’horror per bocche buone, rimanendo sospeso tra tensioni che si annullano a vicenda perché tendenti in direzioni opposte. Nella prima parte – senza dubbio la migliore – le numerose gag sulle difficoltà che il vampiro protagonista ha di adattarsi alla vita degli anni ’70 sono a tratti esilaranti pur essendo “telefonate”. E lo sono proprio perché a sorreggerle è una componente di sana ironia che di rado si incontra nella cinematografia di un autore seriosamente tetro qual è Tim Burton.</p>
<p>Così come funziona alla perfezione l’incontro/scontro tra l’algido universo gotico in stile <em>Sleepy Hollow</em> dal quale proviene il protagonista e la ricostruzione fatta col sorriso sulla bocca di tutto il cattivo gusto degli anni ’70 che costituisce il contesto socio-culturale del “presente” in cui lo sventurato vampiro è stato catapultato. Tra abiti e acconciature vintage, letteratura e musica svenevole il cortocircuito comico è assicurato e la risata sale dalla pancia per salutare la genialità della trovata. Difficile  non lasciarsi andare quando Barnabas legge <em>Via col vento</em> in riva al mare e poi incanta un gruppo di figli dei fiori citandone passi svenevoli prima di massacrarli per succhiar loro il sangue, o quando organizza una mega festa a palazzo e per far piacere alla nipote sballata invita il maledetto rocker Alice Cooper – il vero Alice Cooper qui più vampiro dei vampiri truccati ad arte &#8211; prendendolo per una donna e definendolo “la più brutta che abbia mai visto”.</p>
<p>Ma quando nella seconda parte le gag dell’ambientamento di Barnabas agli anni ’70 cessano di avere un senso e il vampiro si limita a lottare con la strega per vendicarsi di un’antica offesa, la freschezza scompare e il film diventa greve e posticcio nel suo testardo piegarsi all’urgenza di pagare pegno all’antica serie TV e a certi vezzi da horror gotico pre-romantico che hanno sempre tanto affascinato Burton. Finendo purtroppo col perdersi in una lunga e tediosa serie di risse in salsa sovrannaturale con contorno indigesto di giochetti computerizzati che puzzano di <em>Twilight</em> e dintorni, e fanno scadere il film in un anonimo esercizio di fuochi artificiali tutto testa e niente cuore.</p>
<p>Peccato perché erano in molti ad aspettare Burton al varco dopo aver sofferto subendo al cinema quell’enciclopedia visuale del peggio di un autore che era <em>Alice nel paese delle meraviglie</em>. Ma anche perché il cast stellare chiamato a raccolta intorno all’immancabile e ormai totalmente <em>burtonizzato</em> Johnny Depp (con la fida moglie Elena Bonham-Carter nei panni di una strizzacervelli alcolizzata e poi vampirizzata da Barnabas, Michelle Pfeiffer in quelli della matriarca Collins e svariati camei di lusso quali quello del simbolo dell’horror di razza Christopher Lee o dell’attore che nella serie TV vestì i panni del vampiro) forse avrebbe meritato di essere usato in maniera più costruttiva e meno macchiettistica. Così come il pubblico italiano meriterebbe di non essere privato dal doppiaggio di uno dei pregi indiscutibili del film. Ovvero l’inglese arcaico e super British che esce dalla bocca di Depp/Barnabas e che crea un voluto effetto straniante nel suo cozzo lessicale e accentuativo con l’americano bofonchiato e risibile per povertà lessicale che parlano invece i personaggi del 1972.</p>
<p><strong>Trama</strong></p>
<p>Trasformato in vampiro e sepolto vivo per vendetta da una strega cui ha spezzato il cuore nel lontano 1760, il ricco e fascinoso Barnabas Collins si risveglia duecento anni dopo per scoprire che il maniero avito è in rovina e che i resti della sua famiglia sono un insieme di individui bizzarri incapaci di vivere in sintonia con il resto della comunità. Deciso a mettere insieme i cocci, il malcapitato scopre però che anche la strega cui aveva spezzato il cuore si aggira dalle stesse parti. Il loro nuovo incontro/scontro porterà a scintille fatali.</p>
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		<title>69. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica &#8211;  Francesco Rosi Leone d’oro alla carriera</title>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 11:15:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Panoramiche]]></category>
		<category><![CDATA[cinema italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Rosi]]></category>
		<category><![CDATA[Leone d'oro alla carriera]]></category>
		<category><![CDATA[Mostra del Cinema di venezia]]></category>

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		<description><![CDATA[Riceviamo e molto volentieri pubblichiamo il comunicato stampa che la Biennale di Venezia ha inviato in merito al Leone d&#8217;oro alla carriera assegnato a Francesco Rosi.
E&#8217;  stato attribuito al regista e sceneggiatore italiano Francesco Rosi il Leone [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.cinecriticaweb.it/wp-content/uploads/2012/05/ROSI-1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-5146" title="ROSI - 1" src="http://www.cinecriticaweb.it/wp-content/uploads/2012/05/ROSI-1.jpg" alt="" width="300" height="245" /></a>Riceviamo e molto volentieri pubblichiamo il comunicato stampa che la Biennale di Venezia ha inviato in merito al Leone d&#8217;oro alla carriera assegnato a Francesco Rosi.</em></p>
<p>E&#8217;  stato attribuito al regista e sceneggiatore italiano <strong>Francesco Rosi</strong> il <strong>Leone d’oro alla carriera</strong> della <strong>69. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica</strong> della <strong>Biennale di Venezia</strong> (<strong>29 agosto – 8 settembre 2012</strong>). La decisione è stata presa dal <strong>Cda della Biennale</strong> presieduto da <strong>Paolo Baratta</strong>, su proposta del Direttore della Mostra <strong>Alberto Barbera</strong>.</p>
<p><strong>Francesco Rosi</strong> può essere considerato autore simbolo e innovatore del cinema italiano di impegno civile, con film – tra i molti suoi importanti e significativi – quali <strong><em>Le mani sulla città</em></strong>, Leone d’oro alla Mostra di Venezia nel 1963, <strong><em>Il caso Mattei</em></strong>, Palma d’oro a Cannes nel 1972, e <strong><em>Salvatore Giuliano</em></strong>, Orso d’argento a Berlino nel 1961.</p>
<p><strong>Rosi</strong>, che il prossimo 15 novembre compirà 90 anni, riceverà il riconoscimento durante la 69. Mostra venerdì 31 agosto, in occasione della proiezione della copia restaurata del suo capolavoro <strong><em>Il caso Mattei</em></strong> (1972), restaurorealizzato dalla Film Foundation di Martin Scorsese, con il sostegno di Gucci.</p>
<p>Il Direttore della Mostra <strong>Alberto Barbera</strong> ha dichiarato: &#8220;Con una lunga benché non troppo prolifica carriera, Rosi ha lasciato un segno indelebile nella storia del cinema italiano del dopoguerra. La sua opera ha influenzato generazioni di cineasti in tutto il mondo per il metodo, lo stile, il rigore morale e la capacità di fare spettacolo su temi sociali di stringente attualità. Ragione per la quale è stato ripetutamente accostato al Neorealismo dell’immediato dopoguerra e indicato come il padre nobile di quel filone di cinema impegnato che segnò in particolare gli anni Sessanta e Settanta della nostra produzione nazionale. Rispetto al Neorealismo, che pure contribuì in maniera decisiva alla sua formazione culturale, il cinema di Rosi rappresenta una decisa istanza di superamento, per la precisa volontà di mescolare una fortissima propensione a raccontare eventi, persone ed ambienti reali con quella che Fellini definì «la grande lezione artigianale del buon cinema americano». Nei confronti del cinema <em>politico</em> a lui successivo, Rosi vanta invece un indiscutibile merito: quello di aver sempre preferito alla semplificazione ideologica di molti suoi epigoni il durissimo lavoro di ricerca e documentazione che sta alla base di suoi formidabili capolavori come <strong><em>Salvatore Giuliano</em></strong>, <strong><em>La sfida</em></strong>, <strong><em>Le mani sulla città</em></strong>, <strong><em>Il caso Mattei</em></strong>, <strong><em>Lucky Luciano</em></strong>. Una puntuale lezione di storia che coincide con un’altissima lezione di stile, capace di fornire linfa e sostanza per gli altri suoi indimenticabili lavori, tra i quali non si possono non ricordare <strong><em>Cristo si è fermato a Eboli</em></strong>, <strong><em>Cadaveri eccellenti</em></strong> e <strong><em>Tre fratelli</em></strong>”.</p>
<p>&#8220;Sono onorato e molto felice di ricevere questo riconoscimento estremamente prestigioso, che è stato attribuito in precedenza a tanti grandi autori che amo e ammiro – ha dichiarato <strong>Francesco Rosi </strong>– Ringrazio il Presidente della Biennale Paolo Baratta e il Direttore della Mostra del Cinema Alberto Barbera per aver voluto ricordare il mio contributo al cinema italiano e all&#8217;arte cinematografica in generale&#8221;.</p>
<p><strong>Francesco Rosi</strong> (Napoli, 1922) si afferma come autore proprio alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1958 con <strong><em>La sfida</em></strong>, che ottiene il Premio Speciale della Giuria. In quel film, girato nel mercato ortofrutticolo di Napoli, come nel successivo <strong><em>I magliari</em></strong> (1959, premiato a San Sebastián), ambientato tra venditori di stoffe e tappeti ai limiti della legalità, è già presente quel dato cronachistico che, filtrato dalla finzione drammatica, costituisce la peculiarità del suo cinema. In <strong><em>Salvatore Giuliano</em></strong> (1961), Orso d’argento a Berlino, l’uso di materiale di repertorio caratterizza uno stile da reportage giornalistico di rara efficacia, inaugurando un nuovo tipo di cinema politico, documentato e legato alla realtà più scomoda, sempre rivolto a capire il presente anche quando parte da materiali storici.</p>
<p>Nel 1963 Francesco Rosi ottiene la definitiva consacrazione vincendo il Leone d’oro a Venezia con <strong><em>La mani sulla città</em></strong>, film-denuncia delle speculazioni e degli scandali durante gli anni della ricostruzione e del boom economico. Torna alla Mostra di Venezia nel 1970 con un altro film di forte impegno civile, <strong><em>Uomini contro</em></strong>, tratto da <em>Un anno sull’altopiano</em> di Lussu, fornendo uno sguardo privo di retorica della prima guerra mondiale.</p>
<p><strong><em>Il caso Mattei</em></strong> (1972), Palma d’oro a Cannes, segna il ritorno allo stile del reportage nella ricostruzione delle vicende del presidente dell’Eni (interpretato da Gian Maria Volonté, premiato a Cannes con una Menzione speciale), fino alla sua morte in circostanze mai chiarite, gettando una luce inquietante sulle connivenze tra potere politico e oscure trame destabilizzanti. Il successivo <strong><em>Lucky Luciano</em></strong> (1975), nuovamente con Gian Maria Volonté, ricostruisce gli ultimi anni di vita che il boss trascorre in Italia portando nella tomba i suoi segreti.</p>
<p>In seguito, per il suo alto cinema d’impegno, Rosi si rivolge spesso a testi letterari. In <strong><em>Cadaveri eccellenti</em></strong> (1976), premio David di Donatello per il miglior film e la miglior regia, tratto da <em>Il contesto</em> di Sciascia, si sofferma sulla spirale del terrorismo e le compromissioni del potere. Da Carlo Levi trae <strong><em>Cristo si è fermato a Eboli</em></strong> (1979), David di Donatello per il miglior film e la miglior regia, vincitore al Festival di Mosca, premiato come miglior film straniero ai Bafta, gli “Oscar” britannici. Rosi realizza quindi <strong><em>Tre fratelli</em></strong> (1981), in cui riflette sugli anni di piombo (David di Donatello per la miglior regia e per la miglior sceneggiatura con Tonino Guerra, Nastro d’argento per la miglior regia), e in seguito <strong><em>Carmen</em></strong> (1984) dall’opera di Bizet (David di Donatello per il miglior film e la miglior regia). E’ poi la volta di <strong><em>Cronaca di una morte annunciata</em></strong> (1987), tratto dall’omonimo romanzo di Márquez (in Concorso a Cannes), <strong><em>Dimenticare Palermo</em></strong> (1990), scritto con Tonino Guerra e Gore Vidal, e <strong><em>La tregua</em></strong> (1997) da Primo Levi, in Concorso a Cannes, premio David di Donatello per il miglior film e la miglior regia.</p>
<p>In gioventù vicino agli esponenti della cultura napoletana del dopoguerra (Patroni Griffi, La Capria, Ghirelli), Francesco Rosi prima de <strong><em>La sfida</em></strong> si è formato alla scuola di <strong>Luchino Visconti</strong>, suo aiuto-regista per <em>La terra trema</em>, ed è quindi stato aiuto-regista di <strong>Michelangelo Antonioni</strong> e <strong>Mario Monicelli</strong>.</p>
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		<title>Indice n.65 &#8211; gennaio/marzo 2012</title>
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		<pubDate>Sun, 06 May 2012 13:44:09 +0000</pubDate>
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In attesa della (buona) politica
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<p>In attesa della (buona) politica</p>
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<p>Le ombre rosse del cinema di Piero Spila e Bruno Torri<br />
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