Settimana Internazionale della Critica 2018. Una lettura

Settimana Internazionale della Critica 2018. Una lettura.

Con la vittoria di Still Recording di Saeed Al Batal e Ghiath Ayoub si è conclusa la trentatreesima edizione della Settimana Internazionale della Critica, e con essa anche il triennio che ha visto il Delegato Generale Giona A. Nazzaro coadiuvato in fase di selezione da Luigi Abiusi, Alberto Anile, Beatrice Fiorentino e Massimo Tria. Qualche spunto di riflessione.

Si è conclusa con la vittoria di Still Recording dei siriani Saeed Al Batal e Ghiath Ayoub la trentatreesima edizione della Settimana Internazionale della Critica, e con essa si è concluso anche il triennio che ha visto il Delegato Generale Giona A. Nazzaro lavorare con il comitato di selezione composto da Luigi Abiusi, Alberto Anile, Beatrice Fiorentino e Massimo Tria. La vittoria dell’eccellente document(ari)o bellico di Al Batal e Ghiath, viaggio dentro l’inferno del conflitto fratricida siriano che diventa anche riflessione teorica sul senso dello sguardo, del cinema e dell’appartenenza, è la conferma di un lavoro capillare che si è mosso in direzione laterale rispetto all’idea di Mostra portata avanti da Alberto Barbera. Rifuggendo sempre dalla categoria del facile, e mai troppo interessato a seguire la marea montante, la SIC ha cercato con persistenza e trovato una propria collocazione peculiare, in grado di dettare tempi e ritmi diversi da buona parte della restante parte del programma festivaliero. Non è certo un caso se la proiezione post-prandiale in Sala Perla, da anni epicentro delle “ufficiali” della Settimana della Critica con il cast e le troupe a incontrare il pubblico, sia diventata con il tempo un’abitudine, un incastro pressoché obbligato per i frequentatori della Mostra. Senza seguire dogmi assoluti la Settimana della Critica ha allargato gli orizzonti, spaziando con lo sguardo oltre le barriere culturali (invisibili ma percepibili) che con troppa facilità vengono innalzate, magari per difendere e promuovere un’idea di visione più normalizzata o comunque predigerita.
Sarebbe bastato anche solo l’incontro con il d’apertura – fuori concorso, come d’abitudine –, l’indiano Tumbbad di Rahi Anil Barve e Adesh Prasad, per rendersi conto della coerenza insita nel percorso condotto dai selezionatori. Un fantasy-horror che non ha mai timore di dimostrare l’anima più popolare del cinema, ma allo stesso tempo prende le distanze dalla prassi produttiva bollywoodiana, e sposa l’intrattenimento a una riflessione politica sulla decadenza morale ed etica di una nazione, e sulle insidie di capitalismo e colonialismo. Un esempio d’esordio non solo brillante, ma anche in grado di indicare una prospettiva diversa, un’angolazione non prona dello sguardo, una capacità di tenere insieme estetica e contenuto anche quando questi sembrano distanti anni luce.

Un approccio che unisce anche altri titoli della SIC 2018, da The Roundup di Hajooj Kuka – commedia picaresca con rimandi classici che in realtà narra la guerra civile sudanese dalla parte della fazione ribelle – a Bêtes Blondes di Alexia Walther e Maxime Matray, dove la commedia nera sposata al dadaismo serve a riflettere sul senso della memoria, fino all’horror tunisino Dachra di Abdelhamid Bouchnak, prima produzione di genere dell’intero Maghreb e modalità espressiva che non serve solo a narrare la paura, ma si spinge a una lettura della Rivoluzione, della sua capacità di palingenesi che si trova costretta a combattere contro le radici malate di un pensiero retrogrado e auto-distruttivo. Il cannibalismo come metafora delle società reazionarie di distruggersi dall’interno, in una fagocitosi di sé che è il primo nemico del progresso, e dell’evoluzione/rivoluzione.
Evoluzione come rivoluzione perenne che è anche il punto d’arrivo di un percorso triennale in cui la Settimana Internazionale della Critica non si è mai limitata ad accettare la norma, ma ha al contrario deciso di muoversi controcorrente, con tutti i rischi che ciò può comportare. È solo grazie a questa indole che il pubblico veneziano e gli addetti ai lavori hanno potuto scoprire novità geografiche (il Sudan, tanto per rimanere al 2018, non aveva mai partecipato alla Mostra con una sua produzione) ma anche nuovi panorami produttivi. In tre anni la Francia, una nazione da sempre trattata con i guanti di velluto dalla Mostra, ha trovato nella SIC il terreno ideale per mostrare il suo volto meno convenzionale, e di maggior rottura rispetto all’immaginario standard: titoli come Jours de France di Jérôme Reybaud (2016), Les Garçons sauvages di Bertrand Mandico (2017) e il già citato Bêtes Blondes, parlano di una nuova onda, di un sotterraneo rifiuto della prassi e della sua ovvietà.

Ovvietà che non appartiene al dna della quasi totalità dei titoli presentati nella sezione, compresi quelli destinati a dividere con maggior nettezza gli spettatori tra “favorevoli” e “contrari”: anche M, body horror tutto femminile diretto da Anna Eriksson che si muove sul difficoltoso crinale che divide l’oltraggioso dall’esagerato, acquista un senso ulteriore all’interno della selezione, così come il monolitico You Have the Night di Ivan Salatic, che guarda a Jia Zhangke ritrovando solo a tratti la poetica del maestro cinese.
Se appare più convenzionale un’opera come Saremo giovani e bellissimi, esordio della barese Letizia Lamartire, è anche perché i codici espressivi della produzione nazionale non hanno ancora la forza – e forse la volontà – per staccarsi da un’ipotesi visiva fattasi oramai granitica, e quasi inscalfibile. Eppure segnali positivi sembrano rintracciabili anche nell’Italia, come testimoniano da un lato alcune scelte del film della Lamartire (l’ambientazione inusuale a Ferrara, la presenza di canzoni pop che acquistano un valore narrativo) e dall’altro soprattutto il lavoro sui cortometraggi condotto nella sottosezione SIC@SIC. Da lì, e dai giovani talenti all’opera, è necessario (ri)partire. Necessario per la SIC, ma ancor più per un Paese che sta attentando alla propria Costituzione, anche cinematografica.