Bernardo è qui

Piero Spila, direttore della versione cartacea di Cinecritica, ricorda Bernardo Bertolucci, scomparso ieri a 77 anni nella sua casa romana a Trastevere. Un viaggio critico e sentimentale nell’arte di uno dei grandi maestri del cinema italiano.

Negli ultimi tempi ha continuato a vedere tantissimi film e nelle interviste ha sempre detto di sentire il bisogno di farlo quando stava per tornare sul set. Infatti ha lavorato a un suo nuovo film, la sceneggiatura è pronta, e di questo abbiamo parlato nell’ultima conversazione che ora so di commiato, quindi di cinema non certo di malattia. Con Bernardo Bertolucci le conversazioni erano sempre piacevoli e divaganti, tenute insieme da una vecchia amicizia e dal filo comune del cinema passato presente, a volte immaginato. E insieme ai discorsi, spesso la visione di qualche film, la puntata di qualche serie particolarmente attraente. Seduto nella ormai celebre “sedia elettrica” o sdraiato sulla sua chaise lounge verde squillante, il tavolino ingombro di libri e riviste di tutte le lingue, Bernardo tiene a portata di mano una specie di centralina portatile, sofisticatissima, che ad un certo punto manovra con destrezza per chiudere le tende, far calare un grande schermo che copre l’intera parete di fondo e dare così inizio alla proiezione: dvd o blu-ray rari o appena arrivati, library Amazon, Netflix, Infinity a disposizione. È immobilizzato su una sedia a rotelle ma l’immaginario scappa da tutte le parti.
In queste occasioni, è facile farsi venire in mente il “sogno cinematografico” vissuto da Lorenzo, il giovane protagonista di Io e te, che, prima di chiudersi per una settimana in cantina, si porta dietro il computer, tanta musica rock da ascoltare, un mucchio di fumetti da leggere in pace e un termitaio da osservare per ore. Lorenzo ama stare da solo, perché quella crede che sia la condizione ideale per vivere, ma poi entra in scena la sorella, vestita come una dark lady, e con lei arriva lo spettacolo (erotismo, dolore, rischio, attrazione). All’inizio Lorenzo reagisce, protesta, la rifiuta, ma verso la fine del film s’incanta ad osservarla, da spettatore, stando supino, immobile, sul divano, gambe distese e mani dietro la nuca, mentre lei inventa una danza e fa il miracolo di evocare David Bowie che canta in italiano. Infine lo invita a ballare e l’abbraccia. È solo un attimo ma si realizza quello che, inconsciamente, il cinéphile desidera da sempre, che lo schermo coincida con la vita e l’immaginario si sostituisca alla realtà.

Tutti i film di Bertolucci hanno una quota più o meno evidente di autobiografia, ma in Io e te c’è qualcosa di più, di quasi insostenibile, e riguarda certamente la condizione fisica che ormai da molti anni lo costringe a una limitata mobilità, ma soprattutto la capacità di trasformare una forma di costrizione fisica (che è anche quella dello spettatore cinematografico seduto in platea) in uno spazio mentale che non smette di sognare l’infinito. È possibile girare un film anche stando seduti, lo hanno fatto altri registi realizzando opere indimenticabili, come John Ford (Seven Women) o John Huston (The Dead). C’è solo un problema di jouissance da recuperare, qualche cambio di prospettiva da accettare per quanto riguarda le dimensioni dell’impegno, la scelta delle location (più misurate e governabili) e la tecnica di ripresa. E Bernardo lo ha fatto. Lo avrebbe fatto.
La novità più singolare negli ultimi suoi film è esattamente lo sguardo. Scarpette rosse è un cortometraggio del 2014, dura pochi minuti ed è girato interamente in soggettiva, con la videocamera puntata in basso per mostrare le fessure della strada, veri e propri piccoli crateri, che bloccano il procedere della sedia a rotelle su cui sta seduto l’operatore, Bertolucci stesso, riconoscibile solo dalle scarpe che danno il titolo al film. Viceversa, in Io e te, abbondano le inquadrature verso l’alto. Costretta quasi all’immobilità (in questo caso ci si muove nello spazio ristretto di una cantina) la macchina da presa indugia nelle angolazioni dal basso, per inquadrare la finestrella da cui entra la luce ma anche per seguire i personaggi che si muovono in scena, reali o “sognati” come lo psicoanalista che a un certo punto danza su un soffitto di vetro. È la tipica visione di chi è costretto a restare seduto su una sedia ma anche la tipica forma delle inquadrature di tutti i film di Ozu, con l’operatore sistemato sul tatami a guardare il mondo con una strana e riconoscibile inclinazione. Ma sono anche le “inquadrature dal basso” rimproverate a Bernardo per il suo primo film da ragazzo, La teleferica, girato più di sessant’anni fa tra i boschi di castagni vicini a Casarola, protagonista maschile suo fratello Giuseppe, 9 anni e bellissimo. Direbbe Bernardo: tout se tient.

Scrivendo queste righe mi sono accorto di aver continuato spesso a usare il presente e di non essere riuscito ad evitarlo. Il fatto è che con Bernardo non c’è mai il passato ma solo l’infinito presente del cinema, in cui tutto si lega: il sogno effimero del giovane Pu Yi ne L’ultimo imperatore con la grande Utopia del socialismo messa in scena dai contadini di Novecento, con Kit che ne Il tè nel deserto insegue una possibile rinascita tra le dune del deserto ma prima si toglie le scarpe con il gesto di Marlene Dietrich in Marocco, come Mr. Kinski che consuma nella rinuncia e nell’autodistruzione l’ossessione amorosa per Shandurai ne L’assedio. Un cinema onnicomprensivo e plurale, inesauribile, che parte dai miracoli dell’ottica e della meccanica inventati da Edison e Lumière e arriva alle meraviglie del prossimo film che vedremo. Bernardo è qui.