Cuori puri un film di

Son tornate. Più cattive e «cinegeniche» che mai, ma son tornate. Stiamo parlando delle borgate romane. Quell’immensa distesa di vergogne urbanistiche e degrado antropologico che assedia a distanza le bellezze ormai un po’ sgualcite della Città Eterna e che negli anni d’oro del realismo anni ’70 aveva fatto da palcoscenico vitale a molto cinema engagé animato dall’ambizione di essere il ritratto dell’emarginazione sociale e delle contraddizioni del dopo boom economico del decennio precedente. Pasolini e i suoi «ragazzi di vita» su tutti.

Da qualche anno a questa parte è ormai innegabile che il cinema italiano abbia riscoperto le periferie romane utilizzandone a diverso titolo e con esiti dissimili la faccia sporca per ambientarvi storie di resistenza umana e civile o di ordinario malaffare su larga scala. Se infatti si prendono Romanzo criminale, Alì ha gli occhi azzurri e Suburra come punti di partenza di questa riscoperta, dal 2015 in poi i titoli ambientati nelle borgate intorno a Roma (ivi inclusa Ostia) si sono moltiplicati in maniera esponenziale. Basti pensare a Non essere cattivo di Caligari, Il più grande sogno di Vannucci ma anche l’inatteso campione di incassi della scorsa stagione Lo chiamavano Jeeg Robot di Mainetti.

Questo ritorno a certe nostalgie pasoliniane (destinato ad avere un prolungamento con la versione per il grande schermo de Il contagio, romanzo borgataro di Walter Siti adattato da Matteo Botrugno e Daniele Coluccini e annunciato in uscita a breve) ha investito anche la rassegna di Cannes. Se infatti la storia della parrucchiera a domicilio raccontata da Castellitto in Fortunata declina la sua epica cialtrona in quelle stesse latitudini ai margini della civiltà moderna, anche Cuori puri, il folgorante esordio alla regia di Roberto De Paolis, sceglie la desolazione spettrale di Tor Sapienza per ambientare la storia di un tentativo di sopravvivenza di due misfit diversamente oppressi dall’asfissia socio-culturale che li circonda.

Salutato con lunghi applausi alla proiezioni nell’àmbito della «Quinzaine des réalizateurs», Cuori puri racconta il faticoso avvicinamento, emotivo e fisico al contempo, di due figli dispari di quelle periferie da incubo. Diversi come più non potrebbero, la diciottenne Agnese e il ventisettenne Stefano si incrociano perché lui la insegue lungo uno stradone perso nel nulla del degrado per denunciarla del furto di un cellulare da due soldi nel centro commerciale dove fa il vigilante. Tutto sembrerebbe finire in quel primo incontro-scontro dall’esito imprevedibile, ma lo sguardo che i due giovani si lanciano dopo che lui accetta di lasciarla andare è un annuncio di tempesta. Di ormoni e di rivolta.

Figlia di una madre single devota e bigotta come una scheggia impazzita di Medioevo, Agnese vive divisa tra l’affetto soffocante della madre e gli amici della parrocchia che, come lei, ruotano intorno alla figura e alle iniziative del parroco di quartiere, un prete che mescola la convinzione di conoscere le giovani generazioni quanto basta per poterle proteggere dalla cattiveria del mondo con la parola del Vangelo con una vocazione catechistica affetta da rigidità preconciliari. Al punto da riuscire a convincere tutti i ragazzi che lo vediamo concionare in molte scene (Agnese inclusa) sull’urgenza di fare voto di castità fino al giorno del matrimonio.

Stefano è invece un prodotto ruspante del vivaio: gravato da un passato di abusi in famiglia (con padre violento e madre passiva che a metà film vengono sfrattati da un casermone popolare perché morosi da anni finendo a vivere in una roulotte prestata da amici), dopo essere stato licenziato dal centro commerciale per non aver acchiappato la ladra, viene degradato a guardiano di uno squallido parcheggio antistante un campo rom dove impiega pochissimo per entrare in conflitto con gli scomodi vicini che lo provocano fino a creare i presupposti perché venga cacciato anche di lì.

Nessuno scommetterebbe un centesimo su un possibile avvicinamento di questi due universi paralleli e privi di punti di connessione. Invece, dopo un pedinamento della macchina da presa che nella prima parte del film ne documenta con sobria neutralità l’asfissia delle due non-vite, sulla scorta di un’irrefrenabile attrazione reciproca, Stefano e Agnese superano le astrali distanze che li separano. Passo dopo passo, in un crescendo di tensione a tratti insostenibile —gestita però in maniera maiuscola per un esordiente — la grammatica di corpi ansiosi di affrancarsi dalle costrizioni sociali che li tarpano realizza il miracolo inatteso in una lunga scena di erotismo che documenta l’ingresso di Agnese nell’età adulta e che da tempo non si vedeva al cinema per intensità e spontaneità istintiva da parte dei due giovani interpreti.

Cuori puri (quelli di Agnese e Stefano, capaci di provare sentimenti altissimi in un contesto in cui il degrado socio-economico va a braccetto col plagio coatto di una comunità fanatica ai limiti del settarismo) ha il pregio raro di saper coniugare il ritratto a tinte forti di una parte di Italia alla periferia di tutto con una storia di educazione sentimentale che avrebbe corso il rischio di degenerare in melassa retorica se fosse stata affrontata con minore asciuttezza e rigore da un regista che mostra di non voler accettare le scorciatoie degli stereotipi puntando invece su una potente visione d’insieme in cui l’universale della rappresentazione si coniuga alla perfezione con lo studio del particolare.

Ma a De Paolis tutto questo non basta. Consapevole di poter contare su una gestione sempre molto controllata sia della composizione dell’immagine (memorabile un piano sequenza con Stefano perso nella desolazione del parcheggio) che della vicenda che sta raccontando, si permette infatti anche il lusso di lasciare che tra le maglie della sua anomala love story con vista sul degrado si infiltrino anche temi cruciali che non infiammano soltanto le borgate romane ma che inquinano l’intero paese alimentando quintali di ore di TV spazzatura.

In un gioco molto accorto di sottotrame, ecco quindi affiorare emergenze e assilli del presente di ogni giorno: lo sfratto dei genitori di Stefano apre uno spiraglio all’insofferenza degli italiani veri traditi dallo Stato che preferisce assistere i rifugiati piuttosto che occuparsi della loro caduta nella miseria; il volontariato della madre di Agnese offre il rovescio della medaglia mostrando gli slanci di solidarietà dei parrocchiani verso quegli stessi migranti mal sopportati a poche centinaia di metri di distanza, mentre gli scontri in cagnesco tra Stefano e i maschi alpha del campo rom richiamano l’attenzione dello spettatore sulla cultura dell’odio razziale che tanta presa ha in tutte le periferie dello stivale.

Se tutto funziona quasi alla perfezione, lo si deve anche alla prova dei due giovani attori, esordienti come il regista che li ha diretti. Scelti anche perché portatori sani di vicende vissute in prima persona non troppo dissimili da quelle interpretate, forse proprio per questo Selene Caramazza e Simone Liberati regalano ad Agnese e Stefano un’autenticità tale da farli sembrare estratti vivi dalla realtà di tutti i giorni e non giovani attori alle prime armi pronti a prenotarsi un futuro di successo dalle parti del nostro cinema. Una prova la loro così convincente da relegare ai margini dello schermo la madre bigotta di Barbora Bobulova e il prete ammaliatore del pur sempre verace Stefano Fresi.

A voler essere pignoli qualche difetto dettato dall’ansia di strafare Cuori puri ce l’ha. A cominciare dalla scelta di privilegiare primissimi piani dei volti di Agnese e Stefano: se da una parte si tratta di una chiave stilistica intesa a ribadire la centralità dei due soggetti rispetto al resto del contesto umano e paesaggistico, dall’altra l’insistenza su questo approccio rischia alla fine di stufare un minimo. Così come l’uso della camera a mano, non sempre necessario in sequenze di ridotto dinamismo, e un’eccessiva dilatazione di alcune scene che rendono il film meno asciutto di quanto avrebbe potuto essere.

Ma se si eccettuano questi dettagli secondari (uniti al fatto che l’accento della Bobulova ancora vagamente viziato da componenti altre rispetto all’italiano e anche quello un po’ asettico da scuola di recitazione di Selene Caramazza le rendono meno credibili in una periferia ruspante in cui si deve parlare come Franco Citti se si svuole contare su un senso di appartenenza), non è esagerato affermare che dopo un esordio col botto come questo  da Roberto De Paolis allora è lecito aspettarsi importanti conferme future.

Trama

Agnese e Stefano sono molto diversi. Lei, 18 anni, vive con una madre single molto rigida e bigotta, ed è imbevuta di un cattolicesimo un po’ fanatico che l’ha portata alle soglie di un voto di castità da rispettare fino al giorno del matrimonio. Lui, più anziano di sette anni, è un ragazzo dal passato difficile che fa il guardiano del parcheggio di un centro commerciale attiguo a un grande campo rom. Dal loro incontro nasce un sentimento vero, fatto di momenti rubati e di reciproco aiuto. Il desiderio l’uno dell’altra cresce sempre di più, fino a quando Agnese, incerta se tradire i suoi ideali, opta per una decisione estrema dopo aver violato il voto che stava per fare.