Cultura/Cinema/Mercato

La cultura intesa come conoscenza e continua valorizzazione delle tradizioni ancora vitali, come creatività, ricerca, sperimentazione, come incentivazione ed esercizio dello spirito critico, e anche come riflessione su se stessa, sulle proprie responsabilità e influenze sociali; la cultura, dunque, come spazio intellettuale distinto ma in stretto rapporto dialettico con i diversi contesti della società (quello economico, quello politico, ecc.); la cultura, proprio per queste sue caratteristiche, dovrebbe essere ritenuta da uno Stato moderno e democratico, e pertanto particolarmente interessato al livello intellettuale dei suoi cittadini, come un bene pubblico primario, come un valore essenziale per il singolo e per la collettività, meritevole pertanto di effettiva autonomia e di possibilità di crescita. Lo Stato, insomma, dovrebbe sempre privilegiare e promuovere la cultura e, ancor più, l’accesso alla cultura. Invece, che per l’attuale governo la cultura non sia una priorità – anzi! – è cosa nota; così come è noto che quando dichiara e decide sulla cultura, la considera principalmente in relazione e in funzione del mercato, senza peraltro intervenire per rendere il mercato stesso molto più aperto di quanto non sia oggi. E, in conseguenza di questa impostazione governativa, anche il cinema viene politicamente trattato presupponendo di maggiore rilevanza le sue componenti economico-commerciali rispetto alle sue valenze artistico-culturali. Non stupisce pertanto che a dettare la linea politica sui fatti culturali, e specialmente su quelli che attengono al settore cinematografico, siano, molto più del ministro Biondi titolare del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, i ministri Tremonti e Brunetta, responsabili di dicasteri economici. Le conseguenze sono note: come già aveva fatto il precedente governo di centrodestra, anche l’attuale si è subito affrettato a tagliare il FUS e, inoltre, ad assumere e annunciare provvedimenti legislativi e amministrativi senza consultare le diverse categorie cinematografiche. Che poi qualcuna di queste sue iniziative sia anche (in parte) condivisibile non basta a cancellare il dissenso per una procedura che rivela scarsa considerazione per chi, bene o male, rappresenta pur sempre la società civile nel campo cinematografico. A una concezione quantomeno discutibile della cultura e del cinema, corrisponde dunque, e di certo non casualmente, un’ancor più discutibile indisponibilità al confronto e all’ascolto, ovvero una carenza di sensibilità democratica.
Ora, e per restare nell’ambito del cinema, non c’è dubbio che l’industria e il mercato cinematografici siano importanti e che il loro sviluppo, oltre a comportare vantaggi sociali (ad esempio, per l’aumento dei livelli occupazionali), può avere ricadute positive anche sul piano della libertà espressiva e delle risultanze estetiche e conoscitive della stessa produzione filmica; e questo perché non sussiste una aprioristica contrapposizione tra cultura e mercato, tra arte e industria: l’esperienza insegna che agli aumenti quantitativi (di film prodotti, di sale cinematografiche, di disponibilità tecnologiche) possono corrispondere anche miglioramenti qualitativi. Il che, tuttavia, non significa affatto che in campo culturale la quantità sia più importante della qualità, come pensano tutti coloro che ritengono che in televisione l’indice di ascolto debba essere il principale, se non unico, parametro di riferimento, quello che maggiormente deve condizionare le scelte dei programmi, e che l’analogo parametro debba valere anche per il cinema, facendo così del “box office” (presunto) la bussola per orientare la produzione filmica. Al contrario, se lo Stato davvero volesse favorire, come peraltro sancisce il dettato costituzionale, le diverse attività culturali, incluse quelle cinematografiche, dovrebbe coerentemente, con le sue opzioni politiche e con i provvedimenti conseguenti, operare in modo da garantire: risorse adeguate (in Italia, invece, la percentuale del bilancio statale destinata alla cultura è la più bassa d’Europa); l’indipendenza, per chi produce e socializza la cultura, da ingerenze politiche (partitiche) anche quando viene impiegato denaro pubblico, rinunciando quindi alle tentazioni dirigistiche e alla lottizzazione delle istituzioni culturali; la sicurezza, anche per evitare sprechi, circa l’utilizzazione delle risorse pubbliche messe a disposizione dei privati affinché siano destinate sempre e soltanto al perseguimento di scopi culturali, sia per quanto riguarda la produzione, sia per quanto riguarda la socializzazione della cultura stessa. Ma oggi come oggi questi punti, che dovrebbero apparire del tutto ovvii, risultano invece delle vere e proprie utopie, forse condannate a restare tali per lungo tempo. Bisogna subito aggiungere, per amore di verità, che le cose non risultavano molto diverse quando a governare era la coalizione di centrosinistra. Anche in quelle occasioni si è assistito a più o meno brutali pratiche lottizzatrici e a sperpero di denaro pubblico (come ricordavamo nell’editoriale dello scorso numero di CineCritica); ma almeno, e non è poco, non si erano verificati tagli pesanti alle diverse forme di sostegno delle attività culturali, alle quali, appunto, venivano riservati maggiori finanziamenti e maggiori sovvenzioni.
Su tutta questa materia, che pure è molto incandescente e variegata, si discute sempre meno, e anche questo è un segno dei tempi. Quando lo si fa, come è accaduto recentemente a seguito di un lungo articolo (tanto opinabile quanto poco informato) di Baricco pubblicato su “la Repubblica”, si finisce il più delle volte per ripetere scontate petizioni di principio oppure per alimentare effimere polemiche giornalistiche, senza approfondire, né sul piano teorico né su quello operativo, le questioni sollevate. C’è tuttavia uno spunto emerso da quest’ultimo dibattito che vogliamo raccogliere, in quanto ci sembra che tocchi un aspetto essenziale. Alla tesi di Baricco (basta con le sovvenzioni statali ai diversi settori dello Spettacolo e destinazione di questi fondi alla Scuola e alla Televisione), il ministro Bondi intervistato da “Il Foglio”, ha risposto: “…il fatto è che il teatro di prosa, la lirica, la danza non consentono redditi da impresa. Per questo è sbagliato confonderli con altri campi dove il business è possibile, come le mostre, i grandi eventi, il cinema”. Già, il cinema. Ma il cinema non è quel settore compatto e unitario che sembra trasparire dalle parole del ministro; non è soltanto business. In alcuni, seppure non frequenti, momenti può essere arte e cultura filmica, e lo può essere in armonia o in alternativa alla sua dimensione industriale-mercantile. Solo partendo da questa premessa, si può progettare e attuare una valida politica cinematografica connotata da finalità culturali, l’unica, a nostro avviso, che giustifichi l’intervento diretto o indiretto dello Stato, e i relativi stanziamenti di denaro pubblico, una politica cinematografica volta a creare le precondizioni che possono favorire la realizzazione e la diffusione di quel tipo di cinema (di film) che meglio di ogni altro può contribuire all’emancipazione individuale e sociale, ponendosi in contrasto con le attuali tendenze dominanti contrassegnate dall’incultura, dalla volgarità, dall’escapismo. Per evitare la confusione giustamente lamentata dal ministro Bondi, occorrerebbe dunque distinguere con precisione, non solo e non tanto tra i diversi settori dello Spettacolo, quanto, soprattutto, al loro interno. E occorrerebbe farlo postulando e dichiarando con la minore approssimazione possibile gerarchie di valori, criteri selettivi, obiettivi da raggiungere. Crediamo che questa sia la strada obbligata per cercare di coniugare la complessità dei problemi qui esposti succintamente con l’urgenza delle loro soluzioni.