Critici fuori

I servizi giornalistici da Cannes, in occasione del festival cinematografico più importante del mondo, hanno evidenziato, ancora una volta, la scarsissima considerazione in cui è tenuta la critica cinematografica da parte dei responsabili della carta stampata. Lo diciamo senza sapere, nei particolari, se questo dipende dalla proprietà, dai direttori, dai caporedattori o da chi altro opera all’interno dei giornali. I fatti sono questi: Il Messaggero di Roma e Il Mattino di Napoli, due testate importanti anche al di fuori delle rispettive città, hanno deciso, probabilmente per ragioni economiche, di “coprire” con un solo giornalista la suddetta manifestazione, scegliendo al contempo di non inviarvi il critico cinematografico titolare delle recensioni filmiche. Senza entrare più di tanto nel merito di queste decisioni, e quindi senza soffermarci sul comportamento (invero poco garbato) riservato ai critici cinematografici direttamente interessati, vogliamo tuttavia fare almeno un’osservazione sulla critica cinematografica e sulla sua utilizzazione nel sistema dei media, andando anche oltre l’episodio specifico, ed evitando implicazioni e rivendicazioni di ordine corporativo, La critica cinematografica, in qualsiasi sede venga esercitata, oltre a essere un’attività culturale, specifica e specialistica, è anche, in quanto tale, un servizio culturale, poiché serve a informare e a orientare le scelte dei lettori, essendo questi dei potenziali spettatori cinematografici. La trascuratezza di questo dato significa due cose: a) che la cultura interessa poco o niente alla maggior parte dei responsabili dei giornali e, possiamo tranquillamente aggiungere, delle reti televisive; b) che, a questi stessi responsabili, il cinema, mentre appunto interessa poco o niente per i suoi aspetti culturali, interessa invece molto di più per altri suoi aspetti (mondani, divistici, insomma di “colore”, come si usa dire) che, vedi caso, con la cultura nulla hanno da spartire. Tutto ciò non è una novità, è semmai un segno dei tempi che, assieme ad altri, corrisponde, cioè si rivela omogeneo e funzionale, alle tendenze dominanti nella nostra attuale società, tra i cui connotati più tipici vi è anche il degrado culturale. Ma a questo punto si impone una domanda. Siamo sicuri che quello che i giornali offrono è proprio quello che i lettori vogliono? Lo chiediamo – non solo ai responsabili dei giornali e delle reti televisive – perché la risposta non è affatto scontata. In proposito, ricordiamo che, secondo un’indagine di mercato fatta una dozzina di anni fa da una società specializzata su incarico di Cinecittà Holding quando ne era presidente Gillo Pontecorvo, il “campione” dei lettori dei maggiori giornali nazionali aveva dichiarato di non gradire la riduzione degli spazi riservati alla critica cinematografica nelle pagine degli Spettacoli. Comunque, e prescindendo ora da qualsiasi ipotetico risultato statistico relativo all’“indice di gradimento” dei lettori, riteniamo giusto riaffermare che presumerli come cittadini intelligenti, e non solo come consumatori eterodiretti, è una forma di rispetto, verso loro e anche verso la professione giornalistica.