Come fare soldi vendendo droga un film di

Trentanove anni, scrittore, sceneggiatore, produttore ma anche appassionato di montaggio, dopo aver codiretto alcuni episodi di due serie TV (Bad Dad e Stupidface) nel 2007, con questo finto documentario ai confini tra il manuale di istruzioni per utenti per inesperti e l’inchiesta di denuncia travestita da fiction piena di sana ironia Matthew Cooke esordisce ufficialmente nella regia inserendosi a pieno diritto nella scia del migliore documentario americano degli ultimi anni.

E lo fa in maniera molto originale pur trattando un tema — quello degli stupefacenti e di chi li diffonde ma anche degli enormi interessi che si nascondono dietro il presunto eroismo di chi ne combatte la diffusione su scala internazionale — che ormai da anni rappresenta una delle più prolifiche e redditizie fonti di ispirazione per il cinema d’azione ma anche per il thriller in buona parte delle cinematografie del pianeta.

Come fare soldi vendendo droga si presenta sin da subito per quello che vorrebbe essere. E cioè — sulla scala delle guide per utenti inesperti che nel mondo anglosassone vengono definite «for dummies» ovvero «per dementi» perché spiegano passo per passo come si fanno anche le cose più ovvie — un falso manuale per quanti vogliano apprendere come si diventi un boss di un grande cartello del narcotraffico partendo dagli scalini più bassi della piramide del mondo degli stupefacenti.

Organizzando infatti la materia affrontata come se si trattasse di un autentico videogioco (del quale vengono mutuati grafica e buffi effetti sonori che scandiscono il passaggio da un livello all’altro in senso verticale), Cooke porta per mano lo spettatore a scoprire quali sfide debba affrontare chi si metta in testa di entrare nel mondo dello spaccio e quali siano gli accorgimenti più appropriati da tenere presenti se si vuole aggirare la legge ma anche corrompere poliziotti o addirittura esportare sostanze stupefacenti dai paesi che le producono verso quelli nei quali vi siano bacini di utenza maggiormente promettenti.

Scegliendo un approccio ironico che però non perde mai di vista la gravità della questione trattata, il documentario di Cooke (che nel 2006 aveva dimostrato già di avere parecchio coraggio producendo Deliver us from Evil, il documentario con cui Amy Berg aveva denunciato un celebre caso di pedofilia religiosa negli USA) parte dal livello base dello spaccio («Come iniziare») arrivando fino a definire quali siano i passi da fare per diventare un boss del narcotraffico. Il tutto passando per otto fasi intermedie che offrono allo spettatore un quadro veramente onnicomprensivo di tutto quel che si deve sapere per interpretare al meglio alcuni dei molti ruoli che il mondo dello spaccio e della distribuzione prevede nell’ormai oliatissimo meccanismo che dal produttore arriva fino al consumatore passando per lo spacciatore, il distributore locale, quello nazionale per finire col capobastone su scala planetaria.

Per rendere più credibile la propria narrazione e attenendosi in maniera scrupolosa allo spirito che da qualche anno alimenta il documentario americano in stile Michael Moore, Cooke chiama in causa per ogni capitolo del suo bizzarro manuale persone e personaggi in grado di offrire il proprio contributo autobiografico per avallare quanto affermato in linea teorica. Ed è così che sullo schermo sfilano spacciatori professionisti che insegnano a coltivare marijuana nel proprio giardino o a venderne localmente il raccolto, pusher di crack in pensione dopo essere arrivati a guadagnare dai cento dollari all’ora al milione la settimana, ma anche poliziotti corrotti, agenti della DEA, giudici e consumatori abituali.

Non mancano poi le testimonianze di personaggi famosi che fanno capolino tra i vari ceffi per spendersi in favore dell’anti proibizionismo o, più semplicemente, per dare il proprio contributo autobiografico in relazione a uno dei vari ruoli documentati nel film. E se due divi notoriamente liberal come Susan Sarandon e Woody Harrelson si prodigano con sincere perorazioni contro i danni causati dal proibizionismo miope in vigore negli USA da più di un secolo e David Simon, autore della fortunata serie TV The Wire, stigmatizza le conseguenze esiziali della politica del «just say NO», Curtis Jackson — meglio noto al grande pubblico come rapper col nome di «50 cent» — racconta invece di un’infanzia difficile di baby spacciatore di crack per sopravvivere dopo esser rimasto orfano a dodici anni.

Quando ormai lo spettatore è convinto di sapere tutto su come si diventi uno spacciatore e sui guadagni potenziali che la professione può garantire man mano che si sale sulla scala che porta al top della piramide del narcotraffico, ecco che Cooke trascina nel suo documentario–video game un nuovo e inatteso attore. E cioè quello stesso Governo USA che, pur presentandosi come il maggior nemico della diffusione sul territorio di ogni forma di sostanza stupefacente (anche se il film si concentra soprattutto su marijuana e cocaina, di gran lunga le due sostanze più diffuse nel paese), trae enormi vantaggi economici e politici dal business stesso della droga e dalla guerra che combatte da decenni per eradicarne la presenza a livello sociale.

Ed è forse questa la parte più incisiva dell’intera operazione. Partendo dalle campagne proibizioniste degli anni ’30 (con l’arcigno Harry Jacob Aslinger a capo del famigerato Buereau of Narcotics che nel 1931 inserì la marijuana tra le droghe proibite perché foriere di dipendenza), e dalla creazione della DEA in anni più vicini a noi, Cook ha il coraggio di svelare cosa si annidi dietro a quella che da anni viene presentata come una guerra senza quartiere contro chi la droga la produce e la distribuisce. E cioè il gigantesco business garantito dagli ingentissimi investimenti governativi (ormai arrivati a 25 miliardi di dollari annui) che alimentano la CIA, giustificano la creazione di squadre specializzate in sanguinose operazioni repressive ma che nel contempo alimentano la sempre più fiorente industria carceraria oltre a quella degli armamenti e regalano a politicanti di ogni tipo decisivi argomenti da campagna elettorale sul versante anti–proibizionista e conservatore.

A tratti anche divertente e non solo per la buffa scelta di organizzare il materiale narrativo sull’impianto di un video gioco travestito da manuale di istruzioni, il documentario di Cooke ha il pregio di non urlare la tesi che vuole sostenere (ovvero che finché ci sarà demonizzazione ufficiale delle droghe non si smetterà mai di esporre i nostri figli al rischio di essere sia consumatori che attori attivi nella catena dello spaccio), impegnandosi a confezionare un prodotto godibile sul piano dello spettacolo ma capace allo stesso tempo di coniugare il rigore dell’informazione con l’efficacia del messaggio didascalico.

Trama

Strutturato come un video gioco, questo finto e volutamente provocatorio docu-film insegna (ironicamente) allo spettatore come arricchirsi vendendo droga. Il tutto attraverso una serie di fasi che vanno dall’esordiente che muove i primi passi nel campo dello spaccio al boss del narcotraffico internazionale.