Tra il Duce e Valentino

Giorgio Bertellini, docente all’Università del Michigan, analizza l’America del primo dopoguerra, tra forti restrizioni e ossessioni anticomuniste, e in cui Rodolfo Valentino e Benito Mussolini divennero vere e proprie icone di autoritarismo maschile. Il testo è il frutto di una ricerca confluita infine nel volume The Divo and the Duce: Promoting Film Stardom and Political Leadership in 1920s America.

Nell’America del primo dopoguerra, in un clima caratterizzato da forti restrizioni antimigratorie e ossessioni anticomuniste, ma anche da radicali riforme, prima fra tutte il voto concesso alle donne, Rodolfo Valentino e Benito Mussolini divennero icone di autoritarismo maschile. La loro fama fu pressoché simultanea. Gli storici del cinema e gli studiosi del fascismo all’estero nelle loro ricerche hanno seguito per decenni percorsi distinti. Nelle argomentazioni dei primi ha dominato la crisi della mascolinità americana, in quelle dei secondi il terrore della deriva comunista. Personaggi diversi, spiegazioni difformi.

Apparentemente ovvia, la premessa metodologica del mio studio (The Divo and the Duce: Promoting Film Stardom and Political Leadership in 1920s America, Oakland, University of California Press, 2019) è che sia il Divo che il Duce fossero celebrità mediatiche. Con quest’espressione non ho inteso solo dire che Valentino e Mussolini fossero individui il cui comportamento privato e pubblico trascendeva la normalità quotidiana. Chiamandoli celebrità ho inteso invece sottolineare come dietro alla loro popolarità si celasse una macchina promozionale. In altre parole, invece di presumere che la loro fama derivasse principalmente da un rapporto “spontaneo” e non mediato con il pubblico, nel mio studio mi sono mosso in una direzione diversa. Alla luce di una documentazione largamente inedita, reperita presso le biblioteche dell’Academy of Motion Pictures Arts and Sciences, di UCLA, della Library of Congress, e dei National Archives di College Park (Maryland) nonché dei depositi dell’Archivio di Stato e del Ministero degli Affari Esteri di Roma, mi sono concentrato sul fondamentale ruolo promozionale di mediatori, spesso sconosciuti. Parliamo di pubblicisti, giornalisti, avvocati e individui che oggi definiremmo responsabili di pubbliche relazioni e che includevano anche altre star hollywoodiane e, persino, banchieri e ambasciatori sia italiani che americani. Capire la loro importanza non significa svuotare di significato l’importanza di Valentino e Mussolini come figure carismatiche, le somiglianze tra le loro dichiarazioni pubbliche (spesso scritte da altri) o il significato che la loro fama ebbe per Hollywood, la cultura politica americana o le comunità italoamericane. Significa, invece, apprezzare il fatto che questi mediatori spesso agivano a nome di interessi commerciali e politici squisitamente statunitensi. Gli stranieri Valentino e Mussolini, insomma, servivano uno scopo tutto interno.

La scelta storiografica di uno studio su entrambi non si lega ad un discorso di ideologia fascista, per la quale Valentino mostrò spesso indifferenza, ma al culto della leadership maschile, romantica e plebiscitaria a un tempo. In quanto celebrità, Valentino e Mussolini suscitavano reazioni a livello di immaginario, il cui studio non ci pone al di fuori della storia. Guardiamo le cose più da vicino. L’America del primo dopoguerra si svegliò stanca degli idealismi del presidente Woodrow Wilson e delle prospettive di altre campagne militari nel mondo. Gli emendamenti costituzionali del 1919 e del 1920, portatori del diritto di voto alle donne e del Proibizionismo, avevano minacciato quell’idea di leadership maschile, ruvida ed efficace, che l’efficace propaganda governativa della Grande guerra aveva celebrato. Oltretutto non dobbiamo pensare alle donne americane come a un blocco unico. Chi aveva lottato per il diritto di voto non costituiva necessariamente una maggioranza. Vi erano anche le flappers, cioè le tardo adolescenti che, avvantaggiandosi di diritti per i quali non avevano combattuto, amavano far mostra di libertà nuove, come coltivare amicizie maschili senza l’urgenza di accasarsi. Alcune delle loro sorelle maggiori avevano per anni sognato di vivere le trame di romanzi rosa di successo ambientati in deserti orientaleggianti, in cui donne bianche venivano sedotte, talvolta con la forza, da sceicchi impenitenti e romantici. Non è un caso che il film che fece di Valentino una star sia stato Lo sceicco (1921), tratto da un bestseller in cui il protagonista del titolo rende tutti i personaggi suoi sudditi o per sconfitta o innamoramento. Negli stessi mesi, in varie interviste “politiche”, Valentino difende la forma costituzionale “forte” della monarchia contro quella repubblicana per lui debole, perché suscettibile del potere di masse irrazionali. Tutto questo succede un anno prima della Marcia su Roma.
La promozione di Mussolini a personaggio mediatico insiste in maniera ancora più esplicita sulla sua personalità autocratica, efficiente e allergica alle inerzie democratiche. Sono molte le donne che lo intervistano, a nome delle testate più diverse, dal New York Times a Liberty Magazine. Da un lato ne condannano lo sciovinismo maschilista, dall’altro finiscono per perdonarne gli eccessi in virtù della sua italianità e di un fascino autoritario senza pari che spesso descrivono in termini da star hollywoodiana.

Nel mio libro porto il lettore dietro le quinte di rubriche giornalistiche e varie autobiografie, quasi sempre apocrife, nonché di geniali trovate pubblicitarie. Mostro per esempio come l’anonimo editoriale del Chicago Tribune che nel 1926 fece scalpore per aver irriso la virilità di Valentino, non fosse altro che una trovata pubblicitaria della compagnia che ne stava distribuendo l’ultimo film, la United Artists. Allo stesso modo, attraverso lo studio di corrispondenze e fotografie inedite, esamino la collaborazione del Duce con figure hollywoodiane di primo piano. Attraverso una serie di mediatori in Italia e negli Stati Uniti, Mussolini entrò in contatto con Sam Goldwyn e la Fox Film per la realizzazione, deludente, del lungometraggio The Eternal City (1924) e per quella, esaltante, di The Man of the Hour (1927), il primo cinegiornale sonoro della storia del cinema.
The Divo and the Duce si apre con una fotografia della coppia più celebre della Hollywood degli anni venti, Mary Pickford e Douglas Fairbanks. Sono a Los Angeles, è il 1927, e fanno il saluto romano. Ricordando con affetto l’incontro personale dell’anno prima con Mussolini, ne celebrano pubblicamente la personalità autoritaria. Nessuno si scandalizza, né del gesto né delle loro strane amicizie. Al di là dei meriti della democrazia americana dell’Età del jazz, spesso contrapposta all’ascesa del fascismo italiano, la promozione negli Stati Uniti del carisma maschile e maschilista del Divo e del Duce cristallizzò quella convergenza, tanto attuale quanto perniciosa, fra cultura divistica e autorità politica.

Questa è la contraddizione su cui il libro si sofferma nella conclusione. Nonostante il contesto democratico e l’esplosione dei consumi di massa, il pubblico americano si trovò sensibile al fascino di personalità autoritarie, la cui popolarità derivava dalla più potente “tecnologia dell’immaginario”, quella del divismo. Oggi la cultura partecipativa legata al mondo di tecnologie sempre più interconnesse impone che non si parli più solo di personalizzazione della politica o politicizzazione delle celebrità, ma anche del ruolo di mediatori promozionali capaci di disegnare le nostre complicità di utenti. The Divo and the Duce ci dice che la storia del presente affonda le sue più profonde radici mediatiche nel primo dopoguerra.