L’Italia fluttuante di Federico Fellini

In occasione della recente pubblicazione del volume L’Italia di Fellini. Immagini, paesaggi, forme di vita, edito da Marsilio, Marco Bertozzi dona alla rubrica Cinema è Storia una sintesi della sua ricerca.

Più che la verità storica sull’Italia, Fellini sembra ricercare l’alterità del Paese. Più che invocare racconti veritieri, il regista riminese estende il pensiero a possibili diffrazioni, cercando curiosamente l’italiano dimenticato. Sino a trovarlo fuori da qualsiasi modello istituzionale, fra adesioni patetiche e distacchi comici, in uno scarto liberatorio capace di partire dal prossimo – l’infanzia, l’autobiografismo, il genius loci – per spiazzarne la contiguità e giungere a qualcosa d’inimmaginabile. Sotto le spoglie di ciò che potrebbe apparire quasi uguale, Il cinema di Fellini scansa un’Italia già vista e, senza precauzioni, incontra un Paese inaudito. Spariglia le carte e va alla ricerca di frammenti di italianità attraverso stimati compagni di viaggio – nel L’Italia di Fellini ne evoco qualcuno, da Ennio Flaiano a Nino Rota, da Renzo Renzi a Padre Arpa, da Pier Paolo Pasolini a Dino Buzzati, da Tonino Guerra a Ermanno Cavazzoni… – in una sfrenata passione per aspetti arcaici, sottaciuti, non normalizzati, insomma lontani dalla macchina mitologica della modernità. E le accuse di “inaffidabilità” e di “latitanza ideologica” risultano, paradossalmente, quanto mai consone all’introspezione antropologica dei mutanti caratteri dell’italianità, agli ardui assestamenti normativi e valoriali di un popolo avviato a tappe forzate verso l’uniformità e l’esattezza del moderno.

Il cinema di Fellini racconta l’Italia con squarci di rara efficacia storiografica, spesso con una forza maggiore di quella espressa in opere di chiaro impegno politico e marcata rappresentazione sociale. I suoi sguardi sulla provincia italiana del bar e del bordello, dell’avanspettacolo e della vita di quartiere, della famiglia e della sala cinematografica, della piazza e della televisione, della Chiesa e della vita pubblica rinviano al mittente la semplificazione ideologica di molte analisi del passato. Piuttosto, il cinema del regista si sottrae a una serie di luoghi comuni sull’Italia e gli italiani grazie a sguardi carichi di accettazione del Paese “così com’è”. Con il suo cinema Fellini contribuisce a una rigenerazione del racconto nazionale uscendo dalla terna primato-decadenza-eccezione propagata da larghi strati del dibattito pubblico. Nessun risveglio di coscienze assopite da parte di una élite illuminata emerge dai suoi film (con Steiner che, piuttosto, suicida sé e i suoi figli ne La dolce vita); il supposto primato della Roma imperiale è sbeffeggiato in Satyricon o, nelle sue rievocazioni fasciste, in Amarcord; il senso del mistero, del religioso, sono veicolati da una concezione laica e trans-storica dell’esistenza mentre l’istituzione religiosa sembra diventare uno spettacolo e, al tempo stesso, una costrizione retorica edificata dagli umani.

Gli italiani di Fellini paiono giungere da epoche remote e faglie culturali stratificate, per uscire dalle quali non sono sufficienti i dispositivi euforizzanti del boom e la semplice nettezza di un nuovo inizio. Come se, rivendicando la latenza di senso dell’esperienza umana contemporanea, Fellini si collocasse in sintonia con un filone importante del pensiero filosofico italiano, laddove si manifesta la riemergenza dell’origine oscura negli anni di una modernità che vorrebbe rimuoverla. Da questa Italia vista “dal basso”, capace di mandare in tilt rappresentazioni istituzionali e riferimenti ideologici consolidati, Fellini riesce a involarsi verso storie mitiche, che affondano nelle caverne dei desideri, delle paure e delle credenze umane; e storie pubbliche, capaci di attraversare un particolare ambiente con una esattezza che sorprende per la sua levità.

Ad esempio, Fellini è stato un grande cantore della sua città. Ma, al tempo stesso, ne è stato il magico re-inventore. Grazie a Fellini, Rimini, e il suo spirito, non sono stati solo raccontati ma completamente re-immaginati. I suoi film, con l’apice de I vitelloni (1953) e Amarcord (1973), hanno forti legami con l’ambiente antropologico e paesaggistico della giovinezza, scie del ricordo che, come in un fiume carsico, emergono dalla sua opera e consentono una ricomposizione delle mappe mentali e della percezione pubblica della sua città. E così è stato per Roma, anch’essa coinvolta dalle turbolenze estetiche del regista, ridisegnata per tutti noi grazie a capolavori come Le notti di Cabiria (1957) o La dolce vita (1960), Satyricon (1969) o Roma (1972). Naturalmente non importa che queste città fossero riprese dal vivo o ricostruite nell’antro dello Studio5, a Cinecittà: il nostro modo di pensarle, le architetture mentali con cui le immaginiamo hanno ricevuto una potente sterzata simbolica, sino a divenire “altro” rivelato.

Per questo penso che attraverso le opere di Fellini sia possibile tracciare un’altra storia d’Italia. Una rappresentazione originale, forse qualcosa di magmatico e laterale alla linea patriottarda della stirpe italica in cui risplende il culto di grandi uomini del passato – Dante, Petrarca, Macchiavelli, Mazzini; o in cui s’inscrivono momenti teleologicamente orientati all’idea di unità nazionale, dalla grandezza dell’Impero romano sino alla battaglia di Legnano, alla disfida di Barletta, alla Breccia di Porta Pia; o, ancora, in cui echeggiano narrazioni romantiche, una, su tutte, il libro Cuore, scritto da Edmondo De Amicis per inculcare nei giovani le virtù civili e il ricordo del Risorgimento. Quella di Fellini è un’attitudine scettica, in cui la narrazione dell’idea di Italia nasce di sbieco e la cui filogenesi rimanda piuttosto al Decamerone di Boccaccio, all’Orlando Furioso dell’Ariosto, al Pinocchio di Collodi, a La scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene di Pellegrino Artusi, un testo che riuscì a creare un orizzonte di appartenenza nazionale ben al di là degli imposti stilemi istituzionali. L’idea di Fellini è quella di una comunità che non necessita di condizioni rigide di appartenenza, dunque di valori nazionalisti. Di più: una comunità in cui l’essere italiano esula da presupposti normativi per abbracciare una moltitudine di possibilità – i popoli e le culture che, nella loro infinita varietà, attraversarono e diedero vita al Paese – ma nella singolarità e nella potenza degli individui, nella loro precipua maniera di essere.

Quella di Fellini diviene così una patria antiretorica, che nulla ha a che fare con lo stato che non funziona, la storia del fascismo o un ingenuo vigore nazionalista; ma che sente la prossimità dell’esperienza comune, vissuta nella quotidianità delle relazioni umane e nella continuità di un afflato artistico plurisecolare. Una storia di lungo respiro in cui affiorano scie figurative in grado di evocare esperienze dei secoli precedenti: per investire, fra le altre, l’idea di bottega, l’autorità del principe-produttore, la persistenza delle immagini del passato. Insomma, l’idea del cinema quale arte inscritta nell’Italia del Novecento ma nutrita di poderosi germi a lei antecedenti.

Da La dolce vita in poi Fellini e il suo cinema diventano paradigma di una modernità stilistica senza pari, con echi che investono l’intero sistema mediale. Un momento nella storia della nostra cultura capace di scoperchiare l’inconscio italiano per irrorare esperienze internazionali e nuove avanguardie artistiche. Fellini diviene ricercato ospite di programmi radiofonici e televisivi, assediato dai cinegiornali e dalla carta stampata: ricordo solo la quantità di copertine a lui dedicate sui principali magazine italiani, da “ABC” a “Oggi”, da “Le ore” a “Playmen”, da “La domenica del corriere” a “L’Europeo”. Il regista rappresenta un testimone fondamentale del Paese in cambiamento, un catalizzatore delle tendenze in atto, laddove alto e basso s’inseguono e si riflettono in una incredibile geminazione mediale. Si tratta di un intreccio fluttuante, in cui la modernità di Fellini si situa proprio nella ininterrotta vibrazione iconica con cui i suoi film hanno reinventato la complessità della società italiana, sollevandone aspetti dell’inconscio profondo. Laddove paiono emergere lotte, valori, desideri, atteggiamenti, norme non scritte – alfine, categorie della vita stessa – in risonanza con le forme originarie di quei tanti modi di essere italiani, Fellini è stato rappresentante assoluto, in uno shock estetico che ci ha allenato alla complessità del mondo, alla sua mescolanza, alla sua magica impurezza.