L’Italia dei frigoriferi

Se il telefono era stato nel cinema italiano degli anni Trenta il simbolo della modernità, negli anni Cinquanta sono gli elettrodomestici a segnare le trasformazioni dell’ambiente sociale. Il frigorifero era molto di più di un semplice quanto moderno utensile casalingo: era il simbolo di un Paese che si stava avventurando nel consumismo. Era ovvio che la commedia all’italiana lo utilizzasse.

Nei film si trovano spesso micro sequenze, dettagli extra diegetici, oggetti, che rivelano e diramano varie connessioni di senso. Sono dettagli dell’immagine, ciò che è in scena ma non è la scena e ciò che si vede ai bordi del quadro ha molte volte un rapporto con l’atto creativo e con le connessioni del tempo “fuori dal film” e “dentro al film”. Prenderemo in considerazione una brevissima sequenza del film Lo scapolo di Antonio Pietrangeli del 1955. Come si sa, è la storia del ragioniere Paolo Anselmi, alias Alberto Sordi, impenitente celibe per scelta perché il matrimonio è per lui un’avventura da evitare, una vera dannazione. Finirà per sposare Carla (Madeleine Fischer) proprietaria di un negozio di elettrodomestici quasi avveniristici per l’Italia del dopoguerra: televisioni, frigoriferi, lavatrici. La breve sequenza, della durata di poco più di un minuto, è inserita a tre quarti del film e non ha alcun valore direttamente diegetico perché se anche non fosse inserita il plot non ne risentirebbe in alcun modo. È una scena “a parte”.

Siamo nel negozio di Carla, donna elegante di un negozio che, allora, era accessibile alla media e piccola borghesia (un frigorifero da 65 litri costava nel 1955 circa 70mila lire e da 160 litri 140mila lire, la paga di un operaio era di circa 40mila lire mensili). Entra nel negozio una signora che è decisamente caratterizzata come di basso ceto sociale e si distingue soprattutto in confronto con il portamento elegante di Carla che le elenca le caratteristiche dei frigoriferi Philco.

Carla: «Questo è l’ultimo modello. C’è posto per la verdura e per le uova…».
Signora: «Ma… io vorrei vederne uno più piccolo»
Carla: «Va bene signora, allora questo signora… certo non ha tutte le caratteristiche dell’altro. Questo è il tipo da settantacinque litri».
Signora: «Ascolti signorina, funzionano tutti con l’elettricità come i ferri da stiro e le stufe elettriche?».
Carla (per niente stupita dalla domanda): «Certamente signora, naturale».
Signora: «Allora sentirò mio marito perché lui è contrario a queste cose. Dice che le cose fredde fanno male».

La domanda della signora è davvero così bizzarra? Nel 1955, solo l’otto per cento degli italiani possedeva un frigorifero e la maggior parte della popolazione italiana l’aveva forse visto solo nei film americani (o le domestiche nelle case dei “signori”), ma da vicino crediamo di no. Tant’è che la pubblicità italiana della Philco sottolinea aspetti di funzionamento (l’automatismo di regolazione del freddo, ad esempio, “Un frigorifero che pensa da solo”) che pochi anni più tardi saranno totalmente inutili (mentre quella statunitense, sempre della Philco, crea la “fiaba” senza spiegazioni, dato che negli Usa era da molti anni un elettrodomestico di largo utilizzo).

La domanda se i “frigidaire” funzionino con l’elettricità è una notazione ironica o di costume? Indubbiamente, oggi, appare una richiesta quasi comica, ma allora? Forse anche per il pubblico più abbiente dell’epoca poteva apparire tale, ma per coloro che non avevano mai visto l’elettrodomestico? E, infine, perché Pietrangeli decide di inserire questa scena così apparentemente inessenziale allo sviluppo diegetico?

La sequenza ha una decisa ambivalenza: in primo luogo è una notazione “interna” al film e all’autore. Il regista voleva probabilmente far affiorare in una commedia prevalentemente costruita sul personaggio di Sordi il passaggio della società italiana dalla povertà del primo dopoguerra al consumismo, una società che però non ha ancora “confidenza” con gli oggetti della modernità. Pietrangeli e forse Scola o Maccari, che sceneggiarono il film, affidano il compito di mostrare la contraddizione di “non sapere” ma “di volere” a una donna di ceto popolare. Nella realtà, in quegli anni, difficilmente una persona del genere avrebbe avuto il coraggio di entrare da sola e senza il marito in un negozio di elettrodomestici allora d’avanguardia per chiedere il prezzo e il funzionamento degli apparecchi. Ma erano soprattutto le donne che indubbiamente sognavano di avere un frigorifero ed è una donna che il regista mette in scena, donna a cui fa dire una strana frase finale: «Allora sentirò mio marito perché lui è contrario a queste cose. Dice che le cose fredde fanno male». Il marito decide, certo in quei tempi, ma la signora non sapeva già prima che il frigorifero raffredda i cibi e le bevande?

Piccola e interessante sequenza che ha una notazione “esterna” e parzialmente documentale sia di ciò che gli autori pensavano del cambiamento sociale del tempo che di ciò che forse era lo stato del tempo: è la connessione del “fuori dal film” e “dentro al film”. Un cameo rivelativo della stato di passaggio della società italiana che, grazie agli aumenti dei salari e la progressiva industrializzazione del Paese, si avvierà al boom economico. Come sostiene Luisella Farinotti, nel momento in cui il cinema inserisce determinati oggetti, anche se in puro sfondo, in “fuori quadro”, li carica di “un ulteriore livello di senso”, diventano tracce, riferimenti intertestuali.

Se il telefono era stato nel cinema italiano degli anni Trenta il simbolo della modernità, negli anni Cinquanta sono gli elettrodomestici a segnare le trasformazioni dell’ambiente sociale. Il frigorifero era molto di più di un semplice quanto moderno utensile casalingo: era il simbolo di un Paese che si stava avventurando nel consumismo. Era ovvio che la commedia all’italiana lo utilizzasse.

Quindici anni dopo Lo scapolo, Mario Monicelli gira Il frigorifero, primo episodio di Le coppie(1970). Il ciclo economico espansivo è finito e l’interno casalingo si è in gran parte trasformato: gli elettrodomestici della modernità sono ormai la consuetudine e non più oggetti posseduti da ceti abbienti, ma per il cinema italiano esistono ancora sacche di sottosviluppo sociale da sfruttare e raccontare. Sono i meridionali che, emigrati al Nord, vengono raffigurati nel cinema come “nuovi arrivati” nel mondo del consumismo (si pensi all’arrivo a Milano della famiglia Parondi di Rocco e suoi fratellidi Visconti del 1960, o, comicamente, allo “sbarco” in stazione sempre a Milano di Totò e Peppino nel film di Camillo Mastrocinque). Ne Lo scapolo siamo a Torino, città che negli anni Sessanta vide arrivare molte famiglie del Sud per lavorare alla Fiat e nell’indotto. Qui l’esangue sardo Gavino Puddo (Enzo Jannacci) perde i soldi dell’ultima rata dell’agognato (dalla moglie) frigorifero. Cerca di rimediare, ma a risolvere è la moglie Adele (Monica Vitti) che si vende pur di non rinunciare all’unico oggetto feticcio che arreda il monolocale in seminterrato (in seminterrato viveva anche la famiglia Parondi). Il frigorifero occupa il posto d’onore accanto al letto coniugale, sostituto forse di un figlio che non c’è (“non ha ancora dodici mesi”, dice Adele dell’elettrodomestico). Al centro dell’appartamento, esibito ai vicini proletari che non ce l’hanno ancora, il frigorifero è il perno attorno al quale ruotano i cerimoniali piccolo borghesi.

In una delle scene iniziali, Adele riceve una vicina di casa che le porta un coniglio da tenere in frigo:
Vicina (tenendo un piatto in mano parlando con accento torinese): «Mi scusi tanto il disturbo signora Adele, avrei bisogno del solito piacere».
Adele (con le pattine ai piedi, visibilmente soddisfatta della richiesta): «Ma che disturbo, prego, le pare, si accomodi».
Vicina: «Lo porto in quel suo frigorifero così grande».
Adele (tronfia): «È da cento ottanta litri».
Vicina: «È un coniglio. Me l’ha portato mio cognata perché lei c’ha l’allevamento, ma ho pensato che in frigo si conserva meglio».
Adele (aprendo il frigorifero completamente vuoto e pulendo amorevolmente la portella con uno straccio): «Eh.. beh.. Vediamo un po’… È molto che non lo vede [il frigo]?».
Vicina: «E no… certo è bello grande e ben tenuto».
Adele. «Pensi che non ha ancora dodici mesi… e sapesse che acqua gelida che fa. Ne vuole un po’?».
Vicina: «No, per carità… non si disturbi» (ma è chiaro che vuole provare l’acqua “gelida”) «Mia sorella ce l’ha, ma è molto più piccolo e po c’ha sempre qualche guaio».
Adele: «Ah no, grazie a Dio il mio non mi ha dato mai alcun fastidio».

È plausibile che nel 1970, per quanto sia una famiglia di emigranti interni, vi sia ancora un rapporto così feticistico riguardo ad un elettrodomestico ormai di larghissimo consumo? Basti pensare che proprio nel 1970 l’Italia è, assieme agli Stati Uniti, il primo produttore di frigoriferi al mondo.  «L’ho girato in una Torino respingente, poco ospitale – racconta Monicelli – nello squallore dei quartieri popolari e negli stradoni notturni dove lavoravano le prostitute. La storia raccontava bene il paradosso dei tempi moderni, quello che una coppia è disposta a fare per possedere un frigorifero praticamente inutilizzato». Un paradosso forse un po’ fuori tempo massimo, ma che riflette l’immaginario che il regista aveva della condizione sociale delle famiglie meridionali giunte dal “sottosviluppato” Sud al ricco Nord. Ma non è finita, perché Adele, che ha venduto il suo corpo per pagare l’ultima cambiale del frigo, ora ha un altro desiderio: la lavatrice. Desideri e frustrazioni: ecco l’Italia del boom economico secondo Monicelli e una popolazione che sta trasformando e assimilando la propria casa, il proprio spazio domestico, a una delle asettiche vetrine di elettrodomestici.