Cinema è Storia #2: La voce disumana

La voce disumana

Pensando al modo di coniugare il cinema alla storia, o il Cinema – con la maiuscola, se possibile – alla Storia – anch’essa con la maiuscola, ovviamente – senza subalternità nel primo nei confronti della seconda, valga la pena di approfittare dell’anniversario chiamato in causa dall’anno corrente: il 2018. Un anno che peraltro si presta a più di un anniversario significativo. I cinquant’anni compiuti dal ’68. I quarant’anni trascorsi dal delitto Moro. Anniversari, entrambi, dove cinema e storia si intrecciano, si sovrappongono, si confondono. Ecco, è il secondo anniversario citato che si vuole qui approfondire a riprova di come, prescindendo dall’uso delle maiuscole e delle minuscole (stante quanto già detto), il cinema faccia storia in sé, sia esso stesso una chiave d’accesso privilegiato alla storia, proceda di pari passo con la storia, sia in una parola parte della storia. Donde la scelta nella nostra rubrica di sostituire tra “cinema” e “storia” la consueta congiunzione “e” attrezzandola con un semplice accento che la renda piuttosto una voce verbale, “è”, onde accentuare – ci sia consentito il gioco di parole – la forte componente storiografica del cinema.
A questo riguardo possiamo prendere ad esempio un film che meriterebbe a tutt’oggi un’analisi seria, problematica, in grado di farne emergere l’ampia risonanza su ogni fronte: il lungometraggio d’esordio di Marco Tullio Giordana, Maledetti vi amerò. L’anno in cui esce in sala – attenzione – è il 1980. Ovviamente sarebbero moli gli aspetti interessanti sui quali soffermarsi. Non li confideremo tutti, né li elencheremo. Andiamo subito al dunque. Concentriamoci cioè su una singola scena molto particolare, complice la cronologia cui si faceva poc’anzi riferimento. La scena in cui il protagonista è a casa di sua madre e alla radio trasmettono la registrazione telefonica della breve comunicazione di un brigatista responsabile del sequestro Moro (e con il senno di poi, dell’omicidio, visto che siamo nel 1980) alla famiglia. Il brigatista scambia la voce femminile di Eleonora Moro, la moglie del presidente democristiano rapito, per quella della figlia. Il contenuto e la voce di questa telefonata sono ormai tristemente noti. Correva l’anno 1978. Erano/sono le 14.25 del 30 aprile 1978. La telefonata parte/partiva da una cabina pubblica di Roma.

Nel film di Giordana il brano della telefonata che madre e figlio riascoltano comincia dal punto in cui il brigatista anonimo dice: «Nelle prossime ore non possiamo fare altro che eseguire ciò che abbiamo detto nel comunicato numero 8. Quindi chiediamo solo questo: che sia possibile l’intervento di Zaccagnini, immediato e chiarificatore in questo senso. Se ciò non avviene, rendetevi conto che non potremo far altro che questo. Mi capisc… mi ha capito esattamente?». La signora Moro risponde: «Sì, l’ho capita benissimo». Lui allora prosegue: «Ecco, quindi è possibile solo questo. L’abbiamo fatto semplicemente per scrupolo, nel senso che, sa, una condanna a morte non è una cosa che si possa prendere alla leggera. Noi siamo disposti a sopportare le responsabilità che competono, che ci competono, e vorremmo appunto, siccome sono stati zitti… non siete intervenuti direttamente, perché siete mal consigliati…». Eleonora Moro cerca di fargli capire che le cose non stanno così: «No, noi abbiamo fatto quello che abbiamo potuto fare. Che ci lasciano fare. Perché ci tengono proprio prigionieri». L’uomo non ammette interruzioni: «No, il problema è politico, quindi a questo punto deve intervenire la Democrazia Cristiana. Noi abbiamo insistito moltissimo su questo, perché è l’unica maniera per cui si può arrivare a una trattativa. Se questo non avviene…». La signora Moro prova a interromperlo ancora per spiegare. Ma lui tira diritto: «No, non posso discutere. Non sono autorizzato a farlo». Eleonora Moro si rassegna: «Le chiedo scusa». Il brigatista: «Devo semplicemente farle questa comunicazione. Solo un intervento diretto, immediato, chiarificatore di Zaccagnini può modificare la situazione. Noi abbiamo già preso una decisione, nelle prossime ore accadrà l’inevitabile. Non possiamo fare altrimenti. Non ho nient’altro da dirle». Fine.

Il film inserisce/sovrappone però uno scambio di battute tra il protagonista e sua madre che parte all’incirca dal momento in cui viene menzionato il “comunicato numero 8”. La madre sospira dicendo: «Oddio. Oddio, Dio, Dio». Il figlio le chiede: «Chi sono?». Lei risponde: «Sono… sono loro. Se qualcuno li riconosce deve chiamare un certo numero». Lui: «E… loro chi?». Lei: «I brigatisti. Quelli che hanno ammazzato Moro». Lui: «Figurati se qualcuno li riconosce». Lei: «Io la conosco. Sì. Io questa voce la conosco. Io lo so. Io li sento. Io lo sento se qualcuno di loro… Oppure se qualcuno c’entra con qualcuno di loro. Si capisce dagli occhi. Certi occhi. Oppure… oppure dal modo di camminare. Che ne so? Una sciarpa. Oppure… le borse. Sì, tutte quelle borse. Qualche volta nell’autobus io sono quasi certa che qualcuno lì vicino sa qualche cosa. E allora lo fisso dentro quegli occhi spietati».
Sorvoliamo sulla circostanza dello scambio di battute che in qualche modo non solo procede parallelamente a quello della telefonata pregressa e registrata, ma ne riflette la dinamica uomo/donna, o madre/figlio in senso generazionale e morale. Il dato rilevante che vogliamo qui far emergere, a conferma del proposito di fondo della nostra rubrica riguarda, come già detto, riguarda la cronologia dei fatti. Il film costituisce un fatto e si colloca temporalmente nel 1980. Esattamente come la data della telefonata, dentro la cornice temporale dei 55 giorni del sequestro: il 1978. Sappiamo tutti ormai a chi appartiene/apparteneva la voce al telefono: al leader brigatista della colonna romana Mario Moretti. Fin qui tutto chiaro. Il film ricostruirebbe una fase successiva del caso Moro successiva ai drammatici 55 giorni. Quando cioè si cercava di individuare, diffondendola, l’identità del brigatista in questione.
Eppure non si tratta di un passaggio così semplice e lineare come potrebbe apparire. Non è solo una ricostruzione a posteriori, coerente, molto ravvicinata ai fatti. C’è un dato che sconcerta, assai elementare. All’epoca del film, nel 1980 – giova ripeterlo – Mario Moretti era ancora a piede liberò. Venne/viene arrestato l’anno successivo, quasi a due anni esatti dalla telefonata: il 4 aprile del 1981. Tenendo conto di questo scarto temporale, tra la telefonata, il film e l’arresto, colpiscono a maggior ragione le parole della madre: «Io la conosco. Sì. Io questa voce la conosco». Battuta molto allusiva, che lascerebbe intendere che il film, con largo anticipo, potrebbe far sue le parole della donna immediatamente successive: «Io lo so. Io li sento». Certo, è anche un omaggio a Pasolini quel “Io [lo] so”. D’altronde in Maledetti vi amerò del delitto Moro si parla unitamente al delitto Pasolini. E Giordana molti anni dopo, quindici per l’esattezza, realizzerà Pasolini, un delitto italiano.
Ma ci piace intanto pensare che quella battuta di Maledetti vi amerò vada oltre, sia invece più esplicita. E che vada presa alla lettera. Vi si afferma forse qualcosa di preciso. Quando la donna, o chi per lei all’epoca, nel 1980, insiste nel dire di (ri)conoscere quella voce afferma insomma di più, molto di più.