Cinema è Storia #8: La parola ebreo

La parola cancellata: Ebreo

L’ebreo errante uscì nelle sale nel 1947, con la II Guerra Mondiale finita da poco, ed è un film rimosso. Un’opera a suo modo ambigua, che finisce perfino per giustificare l’antisemitismo che denuncia.

Il breve episodio che precede la conclusione di Paisà (1946) si svolge in un convento toscano, al riparo dalla guerra, dove vengono ospitati tre religiosi in forza nell’esercito statunitense: un prete cattolico, uno protestante e un rabbino. Il loro cameratismo scandalizza i monaci italiani, che, pure alla fine, pregano assieme agli stranieri.
Questa sequenza, benché emblematica di una lezione di tolleranza legata alla prossima, e purtroppo sanguinosa, conquista della libertà, racchiude anche la prima parola post bellica che definisce, senza aggettivazioni offensive o razziste – nonostante le perplessità dei monaci – un personaggio come ebreo. Ovviamente in questo riconoscimento di normalità non vi è alcuna sottolineatura dell’immane tragedia della Shoa appena messa in luce dalla sconfitta nazista e dall’invasione della Germania da parte degli eserciti alleati e sovietici.
Un anno dopo esce sugli schermi italiani un film a dir poco curioso, L’ebreo errante (1947), a firma di Goffredo Alessandrini, al quale collaborarono, in fase di sceneggiatura, anche due personaggi che avranno un ruolo importante nel cinema e nella televisione del dopoguerra: Anton Giulio Maiano e Ennio De Concini.
Poco visto ed oggi quasi introvabile, se non su You Tube o in qualche apparizione televisiva notturna, può essere definito un film antinazista e contemporaneamente antisemita. La definizione, purtroppo, non è un ossimoro visto che paesi come la Francia e la Polonia furono in larga misura – e con fatti concreti – proprio antinazisti e antisemiti.
Ma, tornando in Italia, prima di occuparci per esteso di questo curioso film, vanno elencate poche altre pellicole che precedono temporalmente L’oro di Roma (1961) di Lizzani, che descrive gli ultimi drammatici giorni della comunità ebraica romana, nell’ottobre del 1943, in larga parte deportata ad Auschwitz.
Del 1949 è Il grido della terra (1949) di Duilio Coletti, che racconta le traversie di due ex deportati che, a guerra finita, raggiungono la Palestina per unirsi al figlio David, attivo militante sionista che partecipa alla lotta per la creazione dello Stato d’Israele.
Girato in Puglia, vanta i nomi di Alessandro Fersen, Carlo Levi (sceneggiatori) e Emanuele Luzzati (scenografo e costumista), i quali garantiscono l’apporto ebraico a una tessitura narrativa che anticipa molte pellicole, di produzione hollywoodiana, dedicate al rapporto tra i sopravvissuti all’Olocausto e il nascituro Stato di Israele. Va però sottolineato che lo stesso Fersen è citato come “consulente per l’ebraismo” (sic!) proprio nei titoli di testa de L’ebreo errante.
Infine, va segnalato Dov’è la libertà (1952), un curioso film di Rossellini interpretato da Totò, sorta di Candido “volteriano” che, all’uscita dal carcere, trova un mondo di autentici vampiri. Tra questi, i parenti dell’ex moglie, che hanno fatto fortuna derubando i ricchi ebrei deportati in Germania.
Non è comunque migliore la situazione letteraria. Se questo è un uomo di Primo Levi uscì nel 1947, dopo una lunga battaglia dell’autore con le case editrici, tra le quali Einaudi, che lo ripubblicò solo nel 1958.
Ancora più tarde sono le testimonianze delle persecuzioni degli ebrei ferraresi raccontate da Giorgio Bassani. Sono presenti in quattro racconti delle Cinque storie ferraresi (1956): La passeggiata prima di cenaUna lapide in via MazziniGli ultimi anni di Clelia TrottiUna notte del ’43, e pochi anni dopo, in un altro racconto, Gli occhiali d’oro (1958) e nel più celebre Il giardino dei Finzi-Contini (1962).
L’approdo al cinema di alcune di queste storie, in particolare La lunga notte del ’43 e Il giardino dei Finzi Contini, avvennero rispettivamente nel 1965, per la regia dell’esordiente Florestano Vancini, e nel 1970, con De Sica, che conquistò il suo secondo oscar.

A questo punto si può tornare indietro e riaccostarsi al film di Alessandrini, un regista che aveva alle spalle una lunga carriera nel cinema di genere (i celebri “telefoni bianchi”, le conquiste italiane in Africa) ma soprattutto poteva vantare il grande successo del dittico di propaganda antisovietica Addio Kira e Noi vivi, uscito con grande successo nel 1942.
Va accennata brevemente la trama de L’ebreo errante, giusto per segnalare la derivazione non già dal celebre e omonimo romanzo di Eugène Sue (1844) ma piuttosto dalla leggenda mitologica e apertamente antisemita, fin dal medioevo, di un personaggio dal nome incerto che offese Cristo mentre portava la sua croce al calvario, e che, secolo dopo secolo, attraverso continue incarnazioni, fu condannato a scontare la sua colpa estendendola a tutta la popolazione ebraica che continuava ad opporsi al Messia.
Nelle prime immagini del film, segnata da una didascalia che indica l’ambientazione (Berlino 1935) un vecchio cade a terra viene sbeffeggiato da un gruppo di giovani. Un poliziotto lo difende e scaccia gli aggressori. Il vecchio si reca da un celebre medico-scienziato e gli chiede di cancellargli la memoria. Lo scienziato spiega non è in grado di farlo. Il vecchio esce dalla casa, tra i cui arredi compare una “menorah” che indica allo spettatore l’ambientazione ebraica.
Sulla strada, il misterioso visitatore cade nuovamente a terra. Al mattino, viene trovato da alcuni cittadini – riconoscibili come ebrei – che lo conducono nella vicina casa del medico-scienziato. Costui, inizialmente non lo riconosce ma successivamente capisce che la persona, benché ringiovanita di quasi cinquant’anni, è la stessa della notte precedente. Così si dispone ad ascoltare la sua storia e soprattutto il motivo del suo bisogno di confessarsi: ha offeso e insultato Cristo e i cristiani, che non vogliono combattere i romani. La persona, insomma, è l’ennesima incarnazione dell’ebreo errante, destinato a scontare il suo peccato nei secoli.
Con un salto temporale e ambientale, ritroviamo il personaggio a Parigi, nel 1940, subito dopo l’invasione tedesca. È ora un ricchissimo finanziere, Matthieu Blumenthal, legato ad una donna che vanta la protezione nazista e che potrebbe salvarlo dalla prossima e imminente retata. Ma proprio nella sinagoga, dove sono convenuti i tanti ebrei benestanti che pensano alla fuga, anche verso l’America irrompono le SS. Cercano soprattutto il medico-scienziato, anche egli esule e presente nella sinagoga, a cui chiedono, senza successo, di aiutarli in vista di esperimenti su cavie umane.
Alla fine deportano tutti gli ebrei presenti e Blumenthal decide di seguire i suoi correligionari in un campo di concentramento, in Polonia. E qui, dopo aver organizzato la fuga, baratta la sua vita con quella degli altri prigionieri che i tedeschi minacciano di fucilare.

Avendo in mente il comprensibile automatismo che ci porta a confrontare le sequenze di Alessandrini con ciò che oggi sappiamo, anche sul piano delle immagini fotografiche e filmiche, sulla Shoah, sarebbe facile segnalare l’approssimazione dei riferimenti storici e/o ambientali di questa pellicola. Dopotutto, già nel 1947 erano apparse, per iniziativa dell’Istituto Luce, le immagini del Processo di Norimberga e dei campi di sterminio nazisti. Possiamo pensare, comunque, che lo sforzo d’invenzione degli autori nel descrivere la vita in un campo di lavoro e non di sterminio (questo c’è ne L’ebreo errante) sia dovuto all’incerta documentazione di quegli anni, o anche ad una sorta di censura non ancora politica (cioè legata alla guerra fredda e ai nuovi rapporti con la Germania, divenuta un’alleata contro l’URSS) nei confronti di tutto l’apparato orrorifico “scoperto” dagli operatori e registi americani nei lager abbandonati dai carnefici.
In ogni caso, è obbligatorio segnalare che i prigionieri non portano la stella di David e che il loro riconoscimento come ebrei è dovuto ad un semplice asciugamani bianco che copre loro il bacino.
Per contrasto, la scena iniziale, con il vecchio ebreo sbeffeggiato da un gruppo di giovani nella Berlino del 1935, e per di più difeso da un poliziotto, ha qualcosa non solo di falso ma anche di ridicolo. Anche prima de “La notte dei cristalli”, e del “Manifesto della razza” (entrambi del 1938), l’Italia di Mussolini conosceva i filmati nazisti nei quali si mostravano le violenze – e non semplicemente le offese – contro la popolazione ebraica, alle quali partecipavano non solo le folle anonime ma anche forze di polizia, dalle SS e dalle SA.
Ma al fondo, tornando al film, ciò che deve essere sottolineato, non è tanto l’approssimazione delle ricostruzioni, ma il ribaltamento di ogni analisi storica dell’antisemitismo sfociato nello sterminio.
Il film, neanche tanto sottilmente, sostiene infatti che per gli ebrei, la persecuzione nazista è stata l’occasione di un riscatto millenario, di un ritorno alla purezza – forse è questo il significato dell’asciugamani bianco – ottenuta con il sacrificio, alla maniera del Cristo.
Probabilmente, il film di Alessandrini è semplicemente il caso tipico di una brutta pellicola – peraltro recensita benevolmente, persino da Claudio Gaetani, autore di un bel volume, Il cinema e la Shoah (Le Mani, 2006), e premiato, nel 1948, con un nastro d’argento – ispirata ad una terribile mitologia che, incautamente, entra nei terreni minati della Storia.
Ma è anche possibile che questa lettura della Shoah – che, se venisse oggi sostenuta in qualche film o in qualche romanzo verrebbe sicuramente accompagnata da manifestazioni di protesta in ogni parte del mondo e forse da una anatema specifico dello Stato di Israele – sia attribuibile a “correnti di pensiero” spendibili nel dopoguerra a livello politico o confessionale, o più semplicemente alla paura di confrontarsi in maniera approfondita e autocritica, con una simile tragedia.
È comunque emblematico che uno dei primi film di finzione del dopoguerra a mostrare apertamente rastrellamenti nazisti e campi di concentramento (sia pure senza avere come modelli i documentari degli alleati), finisca per giustificare l’antisemitismo. I nazisti hanno solo esagerato – sembra voler dire l’ex fascista Alessandrini – bastava la legislazione italiana del 1938.
D’altro canto, oltre al caso italiano, sintetizzato, nelle righe precedenti, dal ristretto elenco dei titoli letterari e filmici dedicati alla persecuzione nei confronti degli ebrei, c’è un altro clamoroso esempio di questa sottovalutazione/rimozione della Shoah, e riguarda la Francia.
Il documentario Notte e nebbia, scritto dall’ex deportato politico Jean Cayrol e diretto da Alain Resnais è stato girato ad Auschwitz nel 1956. Se si escludono alcuni grandi film polacchi, è il primo film che racconta l’Olocausto attraverso il suo simbolo materiale È tuttora un film straordinario, anche per quella esplorazione fisica dei luoghi che rimanda in maniera metonimica all’orrore degli stermini nazisti.
Ma, paradossalmente, nei quaranta minuti di proiezione, non si sente una sola volta la parola “ebrei”. Nei camini dei forni crematori è stata evidentemente bruciata anche questa parola imbarazzante.