Imbiancare la Storia

«E in questo libro è stata scritta solo la verità», questa la dichiarazione d’intenti di Frank Sheeran e Charles Brandt nell’epilogo di The Irishman, divenuto poi film nelle mani di Martin Scorsese. Ma cos’è la verità?

La battuta chiave, assai fatale per Jimmy Hoffa, è quella che pronuncia al telefono parlando per la prima volta con Frank Sheeran detto “L’Irlandese”. Martin Scorsese in The Irishman la recepisce immediatamente dall’omonimo libro inchiesta di Charles Brandt e la rende l’indizio centrale di un corso storico irreversibile, che salda Hoffa a Kennedy. Due cadaveri eccellenti. Una sola pista prevalente che Sheeran suggerisce tra le righe. Il titolo sensazionale L’irlandese. Ho ucciso Jimmy Hoffa della prima edizione italiana di I Heard You Paint Houses. Frank “The Irishman” Sheeran and the Inside Story of the Mafia, the Teamsters, and the Last Ride of Jimmy Hoffa non cambia la sostanza delle cose. Il testo di Brandt viene pubblicato per la prima volta nel 2004. Si sviluppa lungo l’asse di una lunga, a tratti reticente, dilazionata intervista a Sheeran. Ma è la successiva edizione, sempre italiana, accresciuta fino a includere una lunga Conclusione dove si dà notizia diffusamente anche dell’imminente progetto di Robert De Niro e Martin Scorsese, a scegliere piuttosto di riflettere il titolo del film. E diventa così, semplicemente The Irishman.
Il blocco principale, nonostante le differenti edizioni e gli aggiornamenti posteriori al 2005, mantiene intatta dell’Epilogo una dichiarazione d’intenti sintetizzata nella riga conclusiva: «E in questo libro è stata scritta solo la verità», fedele traduzione dell’originale «And only the truth has made into this book».

Fatto sta che questa storia, con la minuscola, vada presa con le dovute cautele, stante la provenienza. Eppure, come mai prima d’ora aveva fatto Scorsese attingendovi, la versione di Sheeran dei fatti contribuisce alla conoscenza della Storia, stavolta con la maiuscola. Soffermarsi sulle varianti in progress dei testi, prima ancora che sul film, serve a comprendere quale sia la strategia congiunta che allinea infine nel 2019 un The Irishman all’altro, ovvero le parole del mafioso Frank Sheeran e dello scrittore Charles Brandt sia alle parole che alle immagini dello sceneggiatore Steven Zaillian e del regista Martin Scorsese. Non è dunque solo la bibliografia specifica sull’argomento, che ad esempio trova spazio da noi nell’edizione di marzo 2013, nell’apposita voce in coda Fonti bibliografiche, e non in quella presumibilmente definitiva datata ottobre 2019, a rendere le rivelazioni clamorose che approdano sul grande/piccolo schermo con The Irishman il compendio di un discorso storiografico sulla Mafia di lungo corso e di lunga durata che Scorsese ha intrapreso mezzo secolo fa. Da Mean Streets, procedendo di volta in volta all’ennesimo giro di vite, già con gli effetti collaterali sul sottobosco mafioso registrati in coda a Taxi Driver, di precise, sintomatiche, dirompenti azioni individuali, più o meno slegate dal contesto. Le stesse che invece in Toro scatenato rientrano dalla porta principale stabilendo una relazione stretta tra l’economia della mafia e il comparto delle scommesse sportive, quindi dell’organizzazione (ugualmente mafiosa, va da sé) degli incontri di boxe. E che giungono alla trilogia di cui The Irishman chiude il cerchio, lasciandosi alle spalle le dinamiche di Cosa Nostra rappresentata come struttura criminale “sindacalizzata” e gerarchizzata per focalizzarne la sua storia. Una storia che nel passaggio da Quei bravi ragazzi a Casinò smarrisce l’iniziale minuscola assumendo di diritto quella maiuscola, dilagando e coincidendo in ultima istanza in The Irishman con quella degli Stati Uniti.

Parlare di The Irishman, facendo la spola con il libro, i libri, la bibliografia completa o incompleta che conferma e quella che contraddice le risultanze di Brandt, recepite in gran parte da Zaillian e Scorsese, equivale a fare i conti con un processo storico. Si tratta insomma di smettere di parlare di un autore o di un genere cinematografico, e prendere di petto, come fa questo autore dentro questo genere cinematografico, un pezzo di storia americana a largo spettro. Scorsese se ne è occupato sempre, dal principio. Ora però se ne assume la diretta, matura e irreversibile responsabilità accentuando a dismisura – persino in termini di minutaggio – la componente cupa, mortale. The Irishman ribadisce senza più mezzi termini come punto di arrivo la constatazione tragica e terminale che il racconto completo ed esaustivo delle vicende del proprio paese dagli anni Quaranta ai giorni nostri non può che avvenire attraverso la mafia, con il concorso della mafia, seguendo la fitta rete di sovrapposizioni, coincidenze e tensioni tra poteri dentro e fuori la compagine di riferimento. A questo punto stabilire se Sheeran abbia davvero ucciso Hoffa o soltanto millantato di esserne stato l’esecutore, per sopraggiunti termini di età, conta relativamente. Conta piuttosto il quadro generale che, complice l’organico di Cosa Nostra, crea una testa di ponte tra quell’omicidio, di vertice, e un altro, ai massimi livelli istituzionali. Se The Irishman si offre come film estremo, testamentario, è perché Scorsese al culmine della sua maturità artistica e intellettuale ha scelto di puntare direttamente a spostare dallo sfondo il fattore storico collocandolo in primo piano. La scomparsa, quindi la presunta morte violenta di Jimmy Hoffa, “imbiancato anche lui” come la parete oscura della storia degli stati uniti, è un corollario inevitabile di quella di John Fitzgerald Kennedy. La categoria di fondo si sintetizza in «Come stanno le cose»/«It is what it is», di cui si fa portavoce Sheeran “L’Irlandese”. Da buon devoto dei film di Francesco Rosi, Scorsese sa benissimo che trovare chi abbia commesso materialmente il delitto comporta anche recuperare quel deficit di verità siglato dalla scomparsa di Hoffa. La scomparsa del corpo (del reato) coincide nella storia americana con quella della verità. Non sorprende che The Irishman, che è un film sui morti e i morituri, attraversato da altrettanti morituri e morti, trasferisca in ambito storico le ossessioni visionarie e mistiche di Al di là della vita, di cui ancora una volta il titolo originale Bringing Out the Dead rendeva meglio la sostanza cimiteriale. Scorsese si è regolato “tirando fuori” la “morte” o i “morti”,giocando di sponda. Lui che di biliardo se ne intende, come insegna (ne) Il colore dei soldi, si rende ben conto di poter raggiungere meglio il bersaglio sfruttando l’effetto di rimbalzo di un evento laterale proporzionalmente analogo. Seguendo una catena mortale infinita, dove tutti prima o poi scompaiono dalla scena, con in cima alla lista i primi due uomini più “potenti” d’America, il presidente e il sindacalista, Kennedy e Hoffa, The Irishman conferma nel suo lento, impegnativo e indolente decorrere che un morto tira l’altro. L’autore che non ha più nulla da dimostrare o da perdere, può concedersi quindi di applicare e ingigantire il meccanismo che sorreggeva Quei bravi ragazzi, già replicato in Casinò, per visualizzare in The Irishman paratatticamente le ammissioni precise, ondivaghe e reticenti, elusive e allusive dell’ultimo gangster ancora in vita all’inizio del nuovo secolo, mentre tutti i capi e i comprimari del cruento dramma americano collaterale si preparano progressivamente per infittire il coro dei defunti.

Ai piani alti della gerarchia mafiosa, compreso Sheeran, membro della “compagnia dell’anello” istituita dal suo boss protettore, Russell Bufalino, non sfugge come al dialogo e alla cordiale o ragionevole persuasione dell’altro, in tali frangenti, sia già subentrata l’azione omicida, l’eliminazione fisica dell’elemento umano ingombrante e riottoso, nonostante se ne continui per inerzia a parlare chiosandone l’insostenibilità. Il messaggio recapitato direttamente al più “potente” e controverso sindacalista americano da parte degli “amici” tramite Bufalino in persona, lega indissolubilmente il suo destino imminente a quello del presidente assassinato, anche lui di origini irlandesi: «Ci sono persone più in alto di me che pensano che ti stai comportando da ingrato, […] per Dallas». Questo nel libro di Brandt. Zaillian e Scorsese si limitano a omettere “per Dallas”. Sempre Bufalino ribadisce più tardi a Sheeran che cerca forse uno spiraglio per salvare la vita a Hoffa, convinto invece di essere intoccabile: «Se sono riusciti a colpire il presidente, che problema può rappresentare il presidente dei Teamsters?». E qui il film concorda/coincide con il libro. Il che, tradotto in coerenza e logica consequenziale mafiosa, si riassume nel proverbiale «It is what it is».