I “fantasmi” della Storia. Craxi/Hammamet

Uno sguardo su Hammamet di Gianni Amelio, partendo da Sigmund Freud per attraversare quel cinema di storia/ricostruzione della storia che va in Italia da Buongiorno, notte a Il Caimano, fino all’Andreotti dipinto ne Il Divo.

Nel saggio “Il poeta e la fantasia” (1911), Freud spiega che ogni artista è, in origine, un uomo che evita la realtà perché non riesce ad accettare la rinuncia alla manifestazione delle pulsioni che la realtà esige. Nondimeno, egli trova la via del ritorno dal mondo di fantasmi alla realtà: grazie a delle qualità particolari, dà forma ai suoi fantasmi attraverso nuove realtà che gli uomini stimano come preziose copie della realtà stessa. L’artista si ritira in un mondo immaginario ma, poi, ne fa parte agli altri: in tal modo, compie una riparazione, non solo rispetto ai suoi oggetti interni, ma anche al mondo esterno.

Ciò spiega come opere fortemente personali e, per certi versi, surreali restituiscano, spesso, un’istantanea del presente, o del recente passato, più dei documentari o dei cosiddetti film d’impegno civile. Qualche esempio: Buongiorno, notte (2003) di Marco Bellocchio, attraverso la vicenda umana di Aldo Moro e dei suoi carcerieri, racconta profondamente il fallimento di una generazione e della sua utopia violenta e la conseguente necessità di ricostruire valori e punti di riferimento. Il Caimano (2006) di Nanni Moretti, pur riprendendo temi e ossessioni caratteristici del suo autore, è, comunque, una pellicola centrata su Berlusconi e sull’età berlusconiana. Analogamente, Il Divo (2008) di Paolo Sorrentino, pur non avendo nulla del film documentario ed essendo, invece, un’opera ai limiti del grottesco, ricrea verosimilmente il periodo che va dalla fine della prima Repubblica all’inizio del processo per mafia che vede coinvolto Giulio Andreotti.

Ai ritratti non realistici ma veri di Moro, Berlusconi, Andreotti realizzati da Bellocchio, Moretti e Sorrentino, si aggiunge, oggi, quello del leader socialista Bettino Craxi, protagonista di Hammamet di Gianni Amelio. Il regista calabrese è da sempre sensibile alle contraddizioni e ai cambiamenti della società italiana: i suoi film parlano di terrorismo (Colpire al cuore, 1982) ed emigrazione (Lamerica, 1994), di misteri e drammi giudiziari (I ragazzi di via Panisperna, 1988; Porte aperte, 1990), di padri e di figli (Il ladro di bambini, 1992; Le chiavi di casa, 2004), dei risultati devastanti della globalizzazione (La stella che non c’è, 2006), di uomini divisi tra due patrie (Il primo uomo, 2011).

Con Hammamet (2020), Amelio aggiunge un altro importante tassello alla sua ricerca artistica e umana, concentrandosi su una delle figure politiche più controverse del Dopoguerra. Il Craxi di Amelio non è più il leader che governa con stile decisionista, potente ed arrogante, ma un uomo solo, alle prese con i ricordi e i fantasmi del passato. La Storia, con la s maiuscola, a parte il Congresso del 1989, è solo accennata: la narrazione è costruita, prevalentemente, intorno ad aspetti privati e familiari, come il rapporto tra l’ex-leader e la figlia, ispirato – come ha spiegato lo stesso regista – a re Lear e Cordelia. Il film presenta anche un lato thriller attraverso la figura di Fausto, un ragazzo misterioso, che penetra di notte nella villa, sfidando le guardie armate.

Nonostante la malattia, Craxi viene rappresentato come un uomo vitale, spiritoso, giocoso (il nipotino ricostruisce con un piccolo aereo e soldatini l’episodio di Sigonella), un uomo desideroso di aggiungere vita agli anni, e non viceversa. In altre parole, il leader socialista appare molto più simpatico e umano di come lo ricordiamo: Amelio ha dichiarato di non essere mai stato craxiano ma di aver provato compassione per l’ex-capo socialista, ai tempi delle monetine del Raphael. Al riguardo, Pierfrancesco Favino, superbo interprete del film, ha commentato: «Tangentopoli è stata la perdita dell’innocenza della mia generazione, la consapevolezza che non avremmo avuto il futuro che volevamo. Ma è anche impressionante la velocità con cui si è cancellata una statura, una responsabilità e, se vogliamo, una retorica politica quasi ottocentesca che allora in Parlamento c’era ancora. Si può dire di tutto di Craxi, ma è stato l’ultimo grande politico italiano».

L’amara considerazione di Favino – la politica vera non c’è più da decenni – trova riscontro nella colonna sonora del film: il commento musicale di Nicola Piovani è l’“Internazionale” frantumata, fatta a pezzi, a ribadire definitivamente le macerie dell’ideologia. In conclusione, Hammamet fa nascere nello spettatore una sorta di nostalgia per la vecchia classe politica, più decorosa e competente di quella attuale, e fa, al contempo, dimenticare che è proprio negli anni Ottanta della Milano da bere che si rafforza l’intreccio tra politica e affari che condurrà a Tangentopoli (“Basta conoscere un socialista” – cantava, all’epoca, Luca Barbarossa).

È, forse, questo il limite di un’opera, certamente non faziosa, ma senz’altro indulgente nei confronti del Presidente (Craxi non viene mai chiamato per nome nel film), un po’ come accade nella scena in cui Bettino bambino tira una sassata contro il vetro del collegio, viene punito e il padre accorre per difenderlo. Reinventare poeticamente la figura dell’ex leader socialista, raccontarla senza il craxismo riduce Tangentopoli ad un complotto ordito dall’America a cui Craxi si era insubordinato, l’episodio del Raphael alla furia giustizialista dei turisti ad Hammamet, Berlusconi, con le sue TV, ad una figura lontana che appare in un vecchio telegiornale.

Se è vero che il cinema ha avuto, e continua ad avere, un ruolo essenziale e fondante per la memoria individuale e collettiva (già nel 1920, David Griffth, regista di Nascita di una nazione e di Intolerance, presagiva la graduale sostituzione dei libri di storia con i film) è altrettanto vero che le opere filmiche non mostrano – naturalmente – il passato come realmente era. Possono, però, sollecitare curiosità, spingere al confronto, costituire un ideale punto di partenza per l’approfondimento e per approdare ad una personale presa di coscienza.