Buon Salvatore Giuliano a tutti

Il trentesimo appuntamento con la rubrica Cinema è Storia approda dalle parti di Salvatore Giuliano di Francesco Rosi, un film che con i suoi strumenti affronta direttamente i fatti storici, i meccanismi della storia, le sue applicazioni sul piano della politica e degli esercizi del potere. Un film che compie sessant’anni nel 2021, e non (come generalmente si pensa) nel 2022…

Con gli anniversari conviene talvolta portarsi avanti. A maggior ragione quando ci sono film che obbligano chiunque, di norma in prima battuta gli studiosi di cinema, a non restarsene al riparo da incombenze storiografiche dirette e ad ampio spettro, specie di spettri di lunga durata si parla. Sono film che impongono di comprendere il mondo reale e uscire dal chiuso del proprio questo vivere compiuto di spettatori specializzati. Ma abituati, come chiunque, a stabilire con il cinema una relazione d’oggetto. Questa componente di necessità – o di emergenza – riguarda molto da vicino il contesto italiano, quindi la storia italiana contemporanea: un oggetto “buono” o “cattivo”, comunque sia, sconosciuto ai più, cultori del cinema compresi, i quali in presenza di un film che con i suoi strumenti affronta direttamente i fatti storici, i meccanismi della storia, le sue applicazioni sul piano della politica e degli esercizi del potere, come ha fatto nel 1961 Francesco Rosi con Salvatore Giuliano, si limitano a ratificarne il valore assoluto. Serve insomma ripristinare la cognizione di causa che è essenzialmente storica, politica e indiziaria a un tempo.

Il fattore tempo è quindi centrale anche sul versante della ricorrenza. Sessant’anni il maggior esemplare al mondo di film politico-indiziario che è Salvatore Giuliano li compie nel 2021, non nel 2022 quando sarà troppo tardi per accorgersi della questione di fondo. Poiché di fatto nel 1961 infatti il film di Rosi è già pronto, ma viene clamorosamente rifiutato dai selezionatori della 22ª Mostra del cinema di Venezia dove è stato presentato in copia di lavorazione. Motivo: il carattere “documentario” di un film che sarebbe uscito in sala soltanto l’anno successivo, tra la fine di febbraio (il 28 avviene la prima proiezione pubblica) e l’inizio di marzo (l’1 arriva sugli schermi di cento città italiane), dopo essere rimasto per quaranta giorni fermo alla censura, dove era stato presentato il 24 novembre del 1961.

Questa è storia, ormai, che rischia nelle sue intercapedini cinematografiche di rendere Salvatore Giuliano, inseparabile dal fitto indotto conoscitivo, un oggetto tanto celebrato, all’occorrenza, quanto insondabile. Il film, che è chiaramente più di un film, individua come oggetto della narrazione, anzi contro-narrazione, un evento al centro di un intorno temporale nel quale tutta una serie di altri eventi immediatamente successivi, precedenti, contemporanei si presentano concatenati. Da sessant’anni, con più pro che contro, spettatori, critici, storici del cinema lo hanno accettato e lo accettano con interesse, ammirazione, rispetto. E la faccenda si chiude lì. Al film e al discorso complesso del suo autore non si chiede altro. Piuttosto non si vuole sapere altro. Di conseguenza, monumentalizzandolo sul piedistallo si evita accuratamente di capire la logica di Salvatore Giuliano. Il tempo, quantitativo più che qualitativo, chronos piuttosto che kairòs, giova purtroppo a manifestazioni più soddisfacenti di quella relazione d’oggetto che dalla psicanalisi kleiniana alla lettura psicanalitica del significante cinematografico si è trasferita inevitabilmente. Insomma, si risparmia così ogni assunzione di responsabilità. Si scavalcano le connessioni che il film istituisce, non se ne comprende fino in fondo il dispositivo. È questo spirito di rinuncia dall’esterno a rendere Salvatore Giuliano un capolavoro, di cui ovviamente non occorre più occuparsi, poiché sull’argomento sarebbe stato già detto tutto. Il film stesso, invece, non ha detto ma dice. Continua a dire. La rinuncia che tributa la chiara fama consiste nel non voler partire dal film per rimettere in discussione la costruzione stessa degli eventi. Quindi il presente, ora e qui. Con Salvatore Giuliano, da quel 1961 posticipato all’anno successivo, qualcosa di assolutamente nuovo nel cinema italiano scatta. Non è soltanto uno strumento di rilettura, una premessa fondamentale per superare il Neorealismo, le sue convenzioni. Fornisce alla sua vicenda esemplare i mezzi per smontarne la falsità istituzionale, in lungo e in largo, nel tempo e nello spazio, non per istituzionalizzare una nuova chiusura di stampo cinematografico. Rosi sul set strillava che non si stava facendo del cinema. E aveva ragione.

Questo suo film, sessant’anni dopo, si conferma piuttosto la rappresentazione compiuta di un dubbio logico che dovrebbe suggerire a chi si accosta – per studio o buon senso, dovendo cioè ragionare con il film, nel film, non soltanto sul film – di raccogliere e rilanciare una “sfida”: capire le cose italiane, quelle recenti attraverso quelle passate, quelle passate in funzione di quelle recenti, al servizio di un sapere mancato e mancante, tanto da costringere spesso il discorso cinematografico a muovere un prudente passo indietro rispetto all’esercizio storiografico diretto, quindi l’esperto di cinema a schermirsi al cospetto dello storico. Farsi carico della conoscenza, saperne farne buon uso, significa con Salvatore Giuliano esercitare la memoria, imparare ad usare le fonti documentali. Poiché il film lo fa diviene a sua volta fonte critica e documentale, non un suo sostituto o un surrogato didascalico. Lungi in pratica dal lasciar correre i fatti, restarsene in disparte mentre qualcun altro, con maggiore cognizione di causa, li rielabora. Quello di Salvatore Giuliano sarà sempre, a tempo indeterminato, un valore aggiunto rispetto agli sviluppi del caso, agli aggiornamenti storici. Il metodo adottato, politico-indiziario cinematograficamente ineccepibile, lo rende a pieno titolo un film e molto di più, perché punta in alto e ad altro. Che dovrebbe rendere lo spettatore potenziale, qualsiasi tipo di spettatore, un soggetto senziente intelligente, partecipe della storia italiana repubblicana. Salvatore Giuliano appartiene alla specie rara e in via d’estinzione della “armi di costruzione di massa”, secondo la definizione che del cinema di Rosi, tutto, volle darne a Fiesole in occasione di un premio, il compianto Bertrand Tarvernier. Rosi è insomma un cineasta istigatore. Induce chi vede i suoi film attentamente a cercare, a esigere, a non esaurire la riflessione nel piacere della visione, bensì a proseguirla. Altrimenti il film resta un corpo morto. Anche i capolavori, in quanto tali, rischiano questa deriva funebre di oggetti immobili. La posa rigida e oggettivamente descrivibile, proprio come il corpo descritto e chiosato, fotografato e filmato, la sagoma ergo la salma di Giuliano nella prima sequenza, si stacca dal 1961 dallo sfondo per trasformarsi nel progetto lungimirante e sempre contemporaneo di Salvatore Giuliano.