Un anno vissuto pericolosamente

Per il cinema italiano, il 2009 è stato davvero un anno vissuto pericolosamente. Quasi tutto quello che è successo ha connotazioni negative, da ogni punto di vista: economico, politico, e anche culturale, considerando la scarsità di film nazionali di buon livello, e che uno solo (Vincere) appare compiutamente risolto sul piano estetico e destinato a restare nella storia del cinema. Ripensando ai toni trionfalistici esibiti da non pochi commentatori o da alcuni rappresentanti di organismi cinematografici nei due anni precedenti e motivati principalmente, nel 2007, dal momentaneo successo commerciale dei film italiani che avevano raggiunto una quota del mercato interno superiore al 30% e, nel 2008, dal meritato trionfo internazionale al festival di Cannes di Gomorra e Il divo, viene da sorridere, anche se amaramente, e insieme viene da chiedersi come sia stata possibile tanta miopia, tanto infondato ottimismo. Quegli episodi erano indubbiamente positivi, ma non autorizzavano in alcun modo il convincimento circa un decisivo salto di qualità della nostra cinematografia o, come qualcuno arrivò a pensare, circa il definitivo superamento della sua prolungatissima crisi, con conseguente prospettiva di uno sviluppo permanente. Tuttavia va anche ribadito che l’atteggiamento opposto, cioè la visione perennemente catastrofica delle nostre cose cinematografiche, è altrettanto sbagliato. Con questo non vogliamo sostenere che la verità sta nel mezzo, bensì che le varianti registrabili annualmente nell’ambito cinematografico fanno sempre parte di un processo cominciato molti anni fa e, insieme, di una situazione per molti aspetti ormai sostanzialmente stabilizzata nella sua arretratezza. Una situazione che, peraltro, si può e si deve considerare ancora modificabile, sia pure solo in parte e in tempi non brevi; modificabile attraverso profondi cambiamenti e ammodernamenti strutturali, che potrebbero verificarsi soltanto con il concorso determinante di una nuova politica cinematografica, ovvero di una nuova legge di sistema finalizzata al concreto riconoscimento delle specificità e dell’importanza socio-culturale del cinema, e quindi mirante a favorirne l’emancipazione, a potenziarne, quantitativamente e qualitativamente, la dimensione produttiva e le forme della sua socializzazione. Visti in quest’ottica, gli avvenimenti negativi di quest’anno possono allora essere giudicati per quello che sono: elementi congiunturali, conseguenti anche, e forse soprattutto, alla congiuntura politica. A confermarli come tali, basta ricordare quelli più significativi e preoccupanti: l’ulteriore diminuzione degli incassi dei film italiani passati nel periodo esaminato a circa 103 milioni di euro rispetto agli oltre 132 dell’analogo periodo, ovvero, scesi dal 26,9% del 2008 al 19,9% degli introiti complessivi (dati Agis al 22 novembre), quindi vicino ai minimi storici; i tagli del FUS, poi solo in parte reintegrati grazie all’ondata di proteste espresse da una grandissima parte del mondo della cultura e dello spettacolo; l’abbassamento dei livelli produttivi, dovuto in misura sensibile a questi tagli; la chiusura di numerose “sale di città” (circa 400), molte delle quali specializzate nella programmazione di film d’essai. A tutto ciò va aggiunto l’astioso attacco portato da larghi settori della maggioranza governativa alla cultura in generale, con conseguenti pesanti ricadute sulla cultura cinematografica. Per fare un solo, recente esempio: in sede governativa si sta ipotizzando con sempre maggiore insistenza, e purtroppo con sempre minore opposizione in ambito cinematografico, l’idea di abolire il Fondo di garanzia, limitandolo unicamente alle opere prime e seconde. Ora, che i meccanismi di applicazione di questo dispositivo legislativo debbano essere rivisti per evitare sprechi, favoritismi, dirigismi statali, “rendite di posizione” a favore di produttori o registi, per così dire, troppo immeritatamente assistiti con il denaro pubblico, è senza dubbio vero; ma questo non può occultare un dato essenziale, e cioè che il Fondo di garanzia è stato lo strumento che, da 15 anni a questa parte, ha consentito al cinema italiano un minimo di tenuta produttiva e di riqualificazione culturale, permettendo, appunto, la realizzazione della maggior parte dei film artisticamente validi e l’affermazione di nuovi autori (tra i primi nomi che possono venire in mente ci sono proprio quelli di Garrone e Sorrentino) messi in grado di lavorare con la necessaria continuità. La rinuncia al Fondo di Garanzia comporterebbe per il cinema italiano un’ulteriore perdita di identità, di prestigio e probabilmente anche di competitività; ed entrerebbe in netto contrasto con tutti quei provvedimenti che una nuova legge sul cinema dovrebbe portare in gioco, dalla creazione di un Centro Nazionale del Cinema all’istituzione di una “tassa di scopo” per trovare le risorse indispensabili all’attuazione di un’effettiva riforma del settore, dai provvedimenti volti ad “aprire” (ampliare e liberalizzare) il mercato cinematografico nelle sue varie articolazioni all’incentivazione di tutte quelle iniziative che possono favorire la creatività artistica e l’uso del mezzo cinematografico a scopi critico-conoscitivi, e così rispondere positivamente alla domanda culturale del pubblico. Tutto questo senza dimenticare l’esigenza di una nuova collocazione del cinema nel sistema audiovisivo per renderlo meno subordinato alla televisione e l’altra esigenza, anch’essa pressante, di dare al cinema stesso maggiori possibilità di fronteggiare, di gestire attivamente, l’innovazione tecnologica. Insomma, come sempre, molto se non tutto dipende dalla volontà politica; e quindi, nelle attuali circostanze, si preannunciano tempi duri, segnati da continue emergenze. Tempi in cui può comunque risultare ancora utile quella che un tempo si chiamava “la battaglia delle idee”. Nella fattispecie, idee per un cinema diverso e migliore, tra i cui presupposti ci sia anche l’aspirazione a una società diversa e migliore. La critica cinematografica, affrancata com’è dal sospetto di appoggiare pregiudizialmente istanze corporative, dovrebbe fissare tra i propri compiti prioritari la partecipazione a questa “battaglia delle idee”, con la convinzione di saper scegliere la parte giusta, quella della cultura, quindi della rivendicazione dell’autonomia della cultura e del diritto di accesso alla cultura.