Scheda e filmografia Sergio Rubini

Interpretazioni

  • Figlio mio infinitamente caro di Valentino Orsini, 1985
  • Desiderando Giulia di Andrea Barbini, 1986
  • Il caso Moro di Giuseppe Ferrara, 1986
  • Intervista di Federico Fellini, 1987
  • Il grande Blek di Giuseppe Piccioni, 1987
  • Treno di panna di Andrea De Carlo, 1988
  • Una notte un sogno di Massimo Manuelli, 1988
  • Nulla ci può fermare di Antonello Grimaldi, 1989
  • Mortacci di Sergio Citti, 1989
  • La stazione di Sergio Rubini, 1990
  • Chiedi la luna di Giuseppe Piccioni, 1991
  • Al lupo al lupo di Carlo Verdone, 1992
  • La Bionda di Sergio Rubini, 1993
  • Condannato a nozze di Giuseppe Piccioni, 1993
  • Una pura formalità di Giuseppe Tornatore, 1994
  • Prestazione straordinaria di Sergio Rubini, 1994
  • Storie d’amore con i crampi di Pino Quartullo, 1996
  • Il cielo è sempre più blu di Antonello Grimaldi, 1996
  • Nirvana di Gabriele Salvatores, 1997
  • Il viaggio della sposa di Sergio Rubini, 1997
  • Sputo di Umberto Marino, 1997
  • I 36 colpi di Fabio Scaloni, 1997
  • L’albero delle pere di Francesca Archibugi, 1998
  • Il conte di Montecristo di Josée Dayan, 1998
  • Del perduto amore di Michele Placido, 1998
  • Il talento di Mr. Ripley di Anthony Minghella, 1998
  • Balzac di Josée Dayan, 1998
  • Mirka di Rachid Benhadj, 2000
  • Denti di Gabriele Salvatores, 2000
  • Tutto l’amore che c’è di Sergio Rubini, 2000
  • A.A.A. Achille di Giovanni Albanese, 2000
  • Amnésia di Gabriele Salvatores, 2002
  • La forza del passato di Piergiorgio Gay, 2002
  • L’anima gemella di Sergio Rubini, 2002
  • Mio cognato di Alessandro Piva, 2003
  • La passione di Cristo di Mel Gibson, 2004
  • L’amore ritorna di Sergio Rubini, 2004
  • La contessa di Castiglione, 2004
  • Liolà di Gabriele Lavia, 2005
  • Manuale d’amore di Giovanni Veronesi, 2005
  • Sacco e Vanzetti, 2005

Regie

  • La stazione, 1990
  • La bionda, 1993
  • Prestazione straordinaria, 1994
  • Il viaggio della sposa, 1997
  • Tutto l’amore che c’è, 2000
  • L’anima gemella, 2002
  • L’amore ritorna, 2004

Lo sguardo meridiano fra la miseria e il sole

di Oscar Iarussi

L’«uomo che guardava passare i treni», in nuce, racchiudeva tutta la poetica di Sergio Rubini, autore coraggioso, pugnace, ostinato a dispetto di alcuni insuccessi da regista e persino dei tanti successi da attore. Ne La stazione (1990), Rubini non è un «semplice» capostazione, non è solo un riverbero della biografia paterna con cappello e paletta lungo i binari di una ferrovia locale della natia Puglia, ma è un personaggio che si affratella a certe struggenti figure letterarie di Georges Simenon e Danilo Kis. Egli è un protagonista costretto controvoglia all’azione in un Sud di chimere sferzate da una pioggia furente, in un lembo di Italia «minore» che non ha bisogno di attendere l’imminente stagione di «Mani Pulite» per scoprirsi limpida, forte del suo credo nella semplicità e in una sorta di residuo incanto, avversaria degli istinti pirateschi dell’antagonista Ennio Fantastichini.

«Nel contesto del cinema agnostico, Rubini se ne esce con una involontaria metafora della Resistenza, una sommessa celebrazione degli umili» scrisse Tullio Kezich de La stazione. D’altro canto, il film segnalò un rinascente amor loci che, scevro di qualsiasi oleografia e campanilismo, avrebbe caratterizzato molto del cinema del/sul Mezzogiorno negli anni successivi e fino a oggi, dai capolavori di Gianni Amelio (Il ladro di bambini e Lamerica) a Io non ho paura di Salvatores, dai film dei «Vesuviani» a I cento passi di Giordana.
Sì, la passione che sospinge il Rubini regista a tornare costantemente sui suoi passi, verso il Sud da cui partì ventenne, non è una mera nostalgia, quanto piuttosto un’esplorazione meridiana – «a metà strada fra la miseria e il sole», per dirla con Albert Camus – in cerca dell’armonia in grado di sanare il carattere schizoide che pervade e domina la vita contemporanea. La mappa dei film diretti da Rubini, con le eccezioni dello sfortunato La bionda (1993) e di Prestazione straordinaria (1994), descrive in realtà una geografia politica e sentimentale che non teme di affrontare alcuni stereotipi del «romanzo di formazione» o dell’arcaica antropologia meridionale, pur di ribadire questo riscatto dall’alienazione. E’, il suo, uno sguardo radicalmente diverso proprio perché «marginale», dai margini, straniero al presente perché familiare al passato e, auspica Sergio, al futuro.
Così è per l’energia, il sentimento, la voglia di vivere e di scoprire il mondo che percorrono Tutto l’amore che c’è (2000), educazione di gruppo in un paese del Barese a metà anni ’70, ovvero passaggio dalla prima gioventù all’età adulta lungo una classica «linea d’ombra», sebbene molto solare, su cui Rubini innesta una fantasia stilistica felice di sperimentarsi in pause ed accelerazioni dell’immagine, in improvvise decolorazioni, in sequenze che ammiccano al musical (un Hair meridionale che segnò il debutto di Vittoria Puccini).

Iniziatico e picaresco è il non risolto Il viaggio della sposa (1997, rivelò Giovanna Mezzogiorno), mentre più felice nella sua imperfezione risulta L’anima gemella (2000), una festosa alterazione della realtà, una favola nel mare azzurrissimo del Salento come negli umori sensuali di un indistinto «popolo del sud». Se davvero l’infanzia è la condizione più prossima alla natura, la più vicina all’armonia, dalla quale si può solo capitombolare verso il dolore e il caos, Rubini con L’anima gemella realizza un film quasi «infantile», perché basato sulla rivisitazione ludica di due/tre archetipi: gli innamorati divisi da una terza presenza, lo scambio dei corpi al fine di ricongiungere le anime, la verità del cuore di là dalle apparenze. Un film non governato da motivazioni intellettuali, «di testa», né dal bisogno di metaforizzare la realtà. Al contrario, un film febbrile e magmatico, perché pregno di materia incandescente, di amore e di magia.
E’ una dimensione che ritroviamo ne L’amore ritorna (2004) come percezione di sé e degli altri, come coscienza «della bellezza e della finitezza di essere al mondo» di cui scrisse Freud. È una vera e propria autoanalisi quella che Sergio Rubini, a 45 anni, mette in campo per il suo settimo film da regista, anzi, fellinianamente, una sorta di 7 e 1/2 inquieto ed affascinante, drammatico eppure infine rasserenante. Ma Rubini, appunto, da autore mediterraneo mitiga i rigori nordici propri dell’indagine psicologica con una buona dose di anima e di magia. Sicché sarà un’angelica figura venuta dall’aldilà, una candida promessa contro la morte, a determinare i passaggi decisivi della storia sul bordo del lettino, in realtà un letto d’ospedale in cui presto finisce il protagonista Fabrizio Bentivoglio, nel ruolo di un attore di successo quasi dimentico delle origini pugliesi, perfetto alter ego di Sergio che chiama a recitare anche suo padre Alberto Rubini, l’ex capostazione, un uomo dolcissimo e poetico.

La metamorfosi, la trasformazione, la salvezza del protagonista de L’amore ritorna, come di quasi tutti i film firmati da Rubini, non stanno nella rimozione del tempo, ma nella sua «permanenza», ovvero nell’«uso non interrotto delle generazioni» che Carlo Levi attribuiva all’Italia contadina. Padri, figli, amori, conflitti raccontati spesso in una lingua meridionale che da Grumo Appula arriva fino nel futuro (Nirvana di Salvatores) e la cui ironia si esercita non ai danni, ma a vantaggio dell’identità meridionale. Treni che vanno e poi ritornano. C’era una volta nel Sud, ci sarà domani.

Oscar Iarussi

Le gambe del cinema: Sergio Rubini e i suoi film

di Mario Sesti

Lui sostiene di aver trovato, anche se provvisoriamente, un profilo d’equilibrio, d’aver individuato, dopo averlo cercato a lungo, un rapporto di serena coesistenza con il cinema. I suoi film, parlano tante lingue (un po’ come lui, che per un certo periodo si è anche cimentato con il norvegese) e messi l’uno in fila all’altro dicono qualcosa di più e di diverso: guai se i film dicessero la stessa cosa che dice il regista a parole. Anche lui, Sergio Rubini, ne siamo convinti, la pensa così. La stazione catapultava un attore di sconosciuta tecnica naturalista dentro il cinema, allo stesso modo in cui il dramma di Umberto Marino scagliava il suo personaggio dentro una stazione remota, ai confini del mondo cinematografico conosciuto. La bionda, l’ha scacciato fuori dallo schermo e nella leggenda dei grandi flop per diverse stagioni. Il viaggio della sposa (un film picaresco, in costume, melodrammatico) dichiarava apertamente la sfida più avventurosa del cinema italiano contemporaneo, pretendere che si possa tentare qualsiasi genere, qualsiasi storia, vocazione sorprendentemente riuscita con il grottesco e il fantastico (L’anima gemella), rovesciata e complicata da una scoperta ricerca biografica da Tutto l’amore che c’èL’amore ritorna: l’amore ritorna sempre nei film di Rubini, e non solo nei titoli.

E se dietro questo esagerato lavoro di gambe, a tutto campo, ci fosse il motore di un romanticismo spropositato e inconfessabile? Come attore, però, Rubini ha un rifiuto istintivo della retorica. Non c’è monologo che non sbricioli nelle secche di uno scetticismo imbarazzato e inerme, spavalderia che non lasci stingere nella velleità del provinciale che fa finta di padroneggiare il mondo perché ha troppo timore di esserne sopraffatto. Come nei cartoni animati, dove i personaggi si legano un cappio e lanciano l’incudine cui è legata la corda in fondo ad un lago lasciando che il rotolo della fune scorra velocemente di fronte ai propri occhi, Rubini molla le redini dei propri slanci per poi subire di fronte alla macchina da presa il colpo di frusta che lo risucchia nel caos della vita. Ha imparato con il tempo a dosare la ricchezza di rifiniture mimiche, ma non ha mai rinunciato alla mobilità delle spalle, al battito intermittente delle ciglia, al corpo flessibile, snodato, sghembo, che affetta il volume dell’inquadratura con la baldanza di una falcata slogata da eterno adolescente, come se le sue membra fossero portatrici un’ euforia che egli non è in grado di condividere fino in fondo. Se ritrae personaggi di un mondo non metropolitano che conosce biologicamente, hai l’impressione che si prenda cura dei piccoli e infiniti rimpianti di cui è fatta ogni esistenza (l’impressione è che rifaccia qualcosa che conosce da vicino, per affetto), se si cimenta nei ritratti di carattere, è spettacolare, superbo: per ritrovare un gaglioffo spaurito, doppio, rumoroso e simpatico come quello dell’Anima gemella, bisogna risalire a Manfredi o Gassman. Gli vengono così facili, forse, che cerca di farli il più raramente possibile, per non correre il pericolo che qualcuno possa identificarlo solo con quelli. Insomma, il suo cruccio è di avere a lungo approfittato del gioco del cinema, solo perché il destino gliene ha dato l’opportunità o perché il talento d’attore gli dava troppo fiato e tecnica per non farlo. La verità è che, fatta eccezione forse solo per Prestazione straordinaria (un film in cui lui sembra il primo a non divertirsi tanto), non c’è un suo film in cui non dia l’idea di uno che ha visto qualcosa di bello lontano e che si affanni a raggiungerlo, o a sgambettare disordinatamente in un prato o a ruzzolare in un fossato o su una scarpata per sfiorarlo e quindi raccoglierlo e mostrarlo al pubblico. Visto che non è affatto brutto o noioso starlo a guardare, che spesso il suo smarrimento non è solo divertente ma anche misterioso, palpitante, e poi così importante che lo afferri sul serio? Come spettatori, dovremmo invece sperare che non riesca mai a farlo.

Mario Sesti